Beeple conquista la scena, il resto la rivoluziona: una Miami Art Week digitale a tre velocità

C’è una scena che riassume la Miami Art Week 2025 meglio di qualunque comunicato stampa: un recinto di cani‑robot color carne, con la faccia di nuovi e vecchi dei del capitalismo e dell’arte, che “defecano” stampe mentre il pubblico li filma in uno stato di estasi semi‑religiosa. L’installazione di Beeple nella nuova sezione 0.10 di Art Basel non è solo un’opera: è un capolavoro mediatico. In pochi giorni ha inghiottito l’intera narrazione della settimana, trasformandosi in simbolo, in meme, in immagine‑totem di Art Basel da cui tutto il resto sembrava dipendere.

Non dico che non se lo meriti. Beeple è riuscito a portare dentro il salotto buono dell’arte contemporanea qualcosa di veramente punk che rappresenta a pieno la cultura internet. Ma ogni volta che una scena viene conquistata”, qualcosa si perde di vista. I riflettori si stringono su un solo punto, e il resto scivola fuori fuoco, in una penombra dove continuano a succedere cose altrettanto radicali, solo meno fotogeniche e notiziabili.

È lì che ho cercato, nelle zone laterali, nei corridoi non troppo affollati. In questa caccia al tesoro devo dire di aver trovato opere e artisti molto interessanti. Untitled, Scope, le installazioni diffuse in città rappresentano tre modi diversi in cui l’arte digitale continua a restare outsider anche quando, paradossalmente, è ormai pienamente “dentro” – e al centro mediatico – del sistema.

Ad Untitled l’arte digitale si presenta in maniera più poetica e raffinata. L’esempio forse più calzante è quello di Giuseppe Lo Schiavo. Quest’anno appare addirittura con due gallerie, Danziger e Plan X. Il suo progetto “Windowscapes” è costruito interamente in maniera digitale: architetture, luci, materiali, tutto viene generato in ambiente 3D e solo alla fine “fotografato” come se fosse reale. Lui la chiama fotografia sintetica, ma quello che mette in campo è qualcosa di più sottile: non scatta il mondo, scatta i sogni del mondo. Guardando queste finestre che si aprono su paesaggi impossibili, viene una strana nostalgia, quasi imbarazzante, per luoghi che non abbiamo mai visto. Non sono semplici ambienti digitali: sono ricordi di qualcosa che non è ancora accaduto, ma che il nostro sguardo riconosce come plausibile. È in questa frizione che il digitale smette di essere “solo uno strumento” e si rivela per quello che è diventato: un’ontologia parallela. Non riproduce la realtà, la riformula a partire dal desiderio, la rende più precisa dei nostri stessi ricordi.

Nello stesso paesaggio mentale si muove Petra Cortright, qui in una doppia veste che è già un segno dei tempi: artista e curatrice. Cortright porta a Untitled uno sguardo che non considera più il digitale come “tema”, ma come ambiente naturale. Le sue immagini nascono dalla computazione: pennellate sintetiche dipingono paesaggi e natura in maniera delicata ed elegante. Cortright non si limita a “mostrare” opere: costruisce un clima. Uno spazio mentale in cui la pittura può nascere direttamente dallo schermo e la distinzione tra file e oggetto fisico non è più una questione ontologica.

Poi c’è Daniel Canogar con “Orbital”, presentato da bitforms. Una scultura di luce e dati che sembra un frammento di orbita precipitato sulla terra: modulare, flessibile, fatta di LED che si piegano come tessuto e respirano come un organismo. L’opera si alimenta di flussi informativi in tempo reale, traducendo dati astratti in onde luminose che scorrono lungo la struttura. Non c’è nulla di decorativo in questo movimento: è come se l’infrastruttura invisibile della rete, il sistema nervoso del mondo connesso, avesse deciso per un momento di rendere visibile il proprio battito.

Se la sezione 0.10 di Basel è la vetrina iper‑esposta in cui il digitale si offre al mondo nella sua forma più spettacolare, Untitled è il luogo in cui lo stesso digitale si comporta da linguaggio adulto, capace di agire sottotraccia, spostando piano l’asse della percezione senza bisogno di fuochi d’artificio.

All’estremo opposto della mappa emotiva c’è Scope, dove il digitale non entra in punta di piedi: sfonda la porta. Qui l’energia è quella delle prime stagioni della cryptoart, quando nessuno aspettava permessi: rumorosa, contraddittoria, iperproduttiva, a tratti eccessiva, ma viva. Fra tutti i lavori che ho visto, quello di Marco Conti Šikić mi ha davvero stupito. Artista e tecnologo, passato da accademia, architettura e 3D, costruisce dispositivi in cui il corpo torna al centro, ma filtrato, distorto, attraversato dalla tecnologia. Non usa il digitale come effetto speciale, ma come tensione, come campo di forze in cui il soggetto viene messo alla prova, esposto, a tratti persino minacciato.

La vera deflagrazione digitale a Scope passa però attraverso la curatela di Superchief Gallery, che porta una selezione di artisti NFT da tutto il mondo: Delta Sauce, Redrum, THEM, Ojovivo, Haich e altri nomi che compongono una costellazione visiva difficile da ingabbiare. Non è una “sezione digitale” confezionata per rassicurare il collezionista; è piuttosto un ecosistema in cui ogni opera sembra provenire da un pianeta leggermente diverso. Glitch saturi, anatomie impossibili, ritratti sintetici, derive oniriche, universi narrativi generati da prompt.

Il digitale qui non cerca la benedizione dell’istituzione: sfonda la porta principale e prende il suo posto. Entra in scena parlando la propria lingua, con la sicurezza di chi sa di avere dalla sua parte non solo un’estetica, ma un’intera infrastruttura di produzione e circolazione. Superchief, che da anni esplora il territorio NFT come spazio espositivo diffuso, sembra utilizzare Scope come ponte fra due mondi: da un lato l’energia grezza delle community on‑chain, dall’altro la fisicità della fiera, il contatto diretto con collezionisti ancora abituati alla parete e al frame.

Fuori dalle fiere tradizionali, il digitale assume ancora un’altra forma con le installazioni di BREAKFAST all’1 Hotel South Beach. Se Beeple gioca con la nostra dipendenza dagli schermi e dagli algoritmi attraverso la caricatura feroce dei miliardari‑cyborg, BREAKFAST traduce direttamente la ferita ambientale del pianeta in forma cinetica. Le sue opere non si limitano a “parlare di clima”: si alimentano di dati climatici, consumi, emissioni e li trasformano in movimento, in luce, in materia che trema.

Opere come Carbon Wake e Consumption occupano la facciata e il lungomare: sculture monumentali che reagiscono in tempo reale alle emissioni globali, alla produzione, allo spreco. Ogni increspatura, ogni accelerazione, ogni contrazione delle superfici metalliche è la traccia fisica di qualcosa che normalmente abbiamo imparato a tollerare solo come grafico astratto, come numero su uno schermo. Dentro, nella lobby, lavori come Antarctic Ice, Water 80 e la serie Climate Shift continuano questa traduzione del clima in esperienza sensoriale: marmo, acciaio dorato, ingegneria di precisione trasformati in sismografi estetici del nostro tempo.

Qui il digitale non è più solo immagine o mercato: è medium ecologico. Non rappresenta il problema, lo fa respirare nello stesso spazio in cui respiriamo noi. L’hotel, con il suo branding sostenibile, rischierebbe facilmente di trasformare tutto in estetica green di superficie; ma la forza delle opere è tale che, per qualche istante, la patina cade e resta solo quella strana sensazione di essere osservati dai dati che produciamo, come se il pianeta ci stesse guardando indietro usando il linguaggio delle nostre stesse tecnologie.

Se dovessi riassumere questa Miami Art Week dal punto di vista del digitale, direi che è stata un’edizione incredibile nella quale ogni anima espressiva del mondo digitale è stata rappresentata a pieno ribellandosi, ed allo stesso tempo integrandosi, nel sistema istituzionale dell’arte contemporanea.

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Domenico Fragata
Domenico Fragata
Domenico Fragata è filosofo di formazione, artista e autore. Da anni lavora all’intersezione tra tecnologia, simbolismo e arte, esplorando il rapporto tra umano e artificiale attraverso il progetto artistico THEM, che riflette sulle trasformazioni estetiche e culturali dell’era digitale. Le sue opere, spesso generate attraverso un dialogo diretto con l’intelligenza artificiale, combinano codici linguistici, riferimenti mitologici e immagini sintetiche per interrogare i confini tra naturale e artificiale, reale e simulato.

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