Bentornati al Sud. Castellabate si apre al Theatrum Mundi con le mostre della Fondazione Pio Alferano

Bentornati al Sud. Anzi, bentornati a Castellabate. Proprio in questi giorni il borgo cilentano è tornato a trasformarsi in un grande set cinematografico. A oltre quindici anni dal successo di Benvenuti al Sud, Claudio Bisio, Alessandro Siani e il resto della troupe sono nuovamente a Castellabate per girare il nuovo capitolo della fortunata saga che ha reso celebre questo angolo d’Italia ben oltre i confini della Campania. È una coincidenza curiosa, ma anche piuttosto significativa: mentre le telecamere tornano a raccontare Castellabate attraverso la finzione del cinema, gli stessi spazi del Castello dell’Abate si preparano ad accogliere un’altra forma di rappresentazione, quella dell’arte contemporanea. Da oltre un decennio, infatti, Castellabate non è soltanto il paese di Benvenuti al Sud. È anche la sede del Premio Pio Alferano, promosso dalla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito, nata nel 2012 per ricordare la figura del generale Pio Alferano, protagonista negli anni Settanta della straordinaria attività del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, sotto la cui guida furono recuperate numerose opere trafugate. Muovendo da quella eredità civile, la Fondazione ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, promuovendo la tutela del patrimonio artistico e paesaggistico, il sostegno ai giovani artisti e un intenso programma di attività espositive. A tutt’oggi, come sempre sotto la presidenza di Santino Carta e con la direzione artistica di Vittorio Sgarbi, rappresenta uno degli appuntamenti culturali più consolidati dell’estate italiana.

Livio Scarpella, White Soul, 2012, ceramica, h. cm 60

Ogni anno il Premio Pio Alferano viene assegnato a personalità che si sono distinte nei campi dell’arte, della cultura, della ricerca, dello spettacolo e della tutela del patrimonio. Nelle edizioni che si sono succedute dal 2012 a oggi sono saliti sul palco del Castello dell’Abate, tra gli altri, intellettuali, scrittori, attori, registi, come Marcello Veneziani, Gigi D’Alessio, Andrée Ruth Shammah, Michele Placido, Gabriele Lavia, solo per citarne alcuni. Anche quest’anno la cerimonia di consegna si svolgerà nel mese di settembre; ad aprire la manifestazione è invece il tradizionale ciclo di mostre curate da Vittorio Sgarbi, che inaugura questa sera Theatrum Mundi, un progetto articolato in quattro esposizioni personali dedicate ad Antonella Cappuccio, Tommaso Ottieri, Livio Scarpella e Felipe Cardeña. Più che proporre un semplice tema comune, Theatrum Mundi invita a riflettere sull’idea stessa della rappresentazione. Il teatro evocato dal titolo non coincide infatti con il palcoscenico, ma con quel grande spazio simbolico in cui storia, memoria, identità e immaginazione continuano a incontrarsi. I quattro artisti arrivano a questo tema da strade molto diverse, e proprio questa distanza rende il progetto particolarmente convincente.


Antonella Cappuccio, Madame Butterfly, 2026, olio su tela, cm 150×100

Per Antonella Cappuccio, protagonista della mostra Apparizioni (a cura di Fabio Canessa), che prima di dedicarsi interamente alla pittura ha lavorato a lungo come costumista per il teatro, il cinema e la televisione collaborando con alcuni dei maggiori protagonisti della scena italiana, il teatro sopravvive anzitutto nei costumi. Le sue grandi tele non raccontano lo spettacolo, ma ciò che rimane quando lo spettacolo è finito. Abiti di scena ispirati all’opera lirica, alla letteratura, alla fiaba e alla storia dell’arte, ormai privi del corpo che li animava, continuano a custodire la memoria dei personaggi, trasformandosi in presenze enigmatiche, sospese tra ritratto e apparizione. È una ricerca che affonda le proprie radici nella sua lunga esperienza teatrale, ma che trova nella pittura un linguaggio completamente autonomo. La ricchezza dei tessuti, la precisione quasi miniaturistica dei ricami, l’eleganza delle cromie e una luce soffusa che sembra emergere dall’interno della tela conferiscono alle opere una dimensione insieme scenica e spirituale. I costumi cessano così di essere semplici oggetti di scena per diventare simboli dell’identità, custodi silenziosi di storie che continuano a vivere anche dopo la fine della rappresentazione. In questo senso la sua pittura si interroga sul rapporto tra presenza e assenza, trasformando ogni abito in un ritratto senza volto, capace di evocare con straordinaria intensità chi non c’è più.

Tonmmaso Ottieri, Bayreuth, cm 100×120.

Con Theatra, mostra curata da Alessandro Riva, Tommaso Ottieri sposta invece il punto di vista sul luogo della rappresentazione. I suoi grandi interni dedicati ai teatri storici europei sono molto più di accurate vedute architettoniche. Formatosi come architetto prima ancora che come pittore, Ottieri utilizza la luce come vero materiale costruttivo, amplificando prospettive, ori, velluti e decorazioni fino a trasformare questi edifici in organismi viventi. La sua non è una pittura documentaria, ma una continua interpretazione dello spazio, nella quale la fedeltà all’architettura lascia progressivamente il posto all’emozione. I teatri sono quasi sempre deserti: non ci sono attori, non c’è pubblico, non c’è spettacolo. Eppure proprio questa assenza rende ancora più intensa la loro presenza, come se ogni palco, ogni ordine di palchi e ogni sipario continuassero a custodire il ricordo delle infinite rappresentazioni che vi si sono succedute nel tempo. L’architettura diventa così memoria, mentre la pittura restituisce allo spettatore quello stupore che il Barocco attribuiva ai grandi spazi della rappresentazione. Non è difficile comprendere perché Ottieri abbia scelto proprio il teatro come soggetto privilegiato della propria ricerca: in esso convergono arte, storia, musica, letteratura e architettura, dando forma a uno dei luoghi simbolici per eccellenza della cultura europea. Le sue tele non rappresentano soltanto edifici, ma la memoria stessa dello spettacolo e, in fondo, della civiltà che li ha costruiti.

Gold-toned bust of a young man with a laurel wreath, mounted on a dark marbled pedestal.
Livio Scarpella, Antinoo Surviving, 2019, bronzo dorato, marmo, pietre dure, cm 70x32x30.

Tra i quattro artisti è probabilmente Livio Scarpella, protagonista della mostra Archetipi, curata sempre da Alessandro Riva, quello che dialoga in maniera più diretta con la grande tradizione della scultura italiana. Formatosi all’Accademia di Brera, considerato da anni uno dei più raffinati e originali scultori italiani, l’artista costruisce un linguaggio nel quale la classicità viene continuamente reinterpretata attraverso una straordinaria ricchezza di materiali. Marmi policromi, pietre dure, lapislazzuli, madreperla, dorature e nichelature convivono in opere di una raffinatezza quasi orafa, dove il virtuosismo tecnico si accompagna a un gusto per l’ornamento che recupera, con piena consapevolezza, la lezione del Barocco. Non è un decorativismo gratuito, ma una ricerca che restituisce alla materia tutta la sua capacità di suscitare meraviglia. L’Antinoo, ispirato al giovane favorito dell’imperatore Adriano, una delle figure più celebrate della ritrattistica romana, conserva l’equilibrio classico del modello antico ma viene trasformato attraverso una sontuosa doratura e una corona le cui foglie sono realizzate secondo le tecniche della tradizione orafa. Il Barbuto, al contrario, è un personaggio immaginario: richiama i busti romani e seicenteschi, ma possiede lineamenti e una capigliatura inequivocabilmente contemporanei, mentre la nichelatura sostituisce l’oro creando una superficie fredda e preziosa. Le opere Black Soul e White Soul rileggono invece le celebri Anima beata e Anima dannata scolpite da Bernini nel 1619, mentre il trattamento illusionistico delle superfici richiama inevitabilmente il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino. Gli occhi in marmo impreziositi da madreperla e lapislazzuli, le basi costruite con pietre differenti e la cura quasi ossessiva dei dettagli dimostrano una padronanza tecnica fuori dal comune. Da molti anni, inoltre, Scarpella sviluppa una serie dedicata a figure dai tratti africani, ampliando l’orizzonte della statuaria classica e suggerendo un’idea di bellezza finalmente universale. Una presenza particolarmente significativa all’interno della manifestazione, anche perché è proprio Scarpella, dal 2018, a realizzare la preziosa scultura che ogni anno viene consegnata ai vincitori del Premio Pio Alferano, compresa quella che sarà assegnata nel corso della cerimonia del prossimo settembre.

Felipe Cardeña, San Costabile in Flowers, 2026.

Di segno completamente diverso è infine la ricerca di Felipe Cardeña, protagonista di Mirabilia (a cura di Paolo Sciortino), che costruisce il proprio universo visivo attraverso un continuo intreccio di culture, religioni e iconografie. Fiori, santi, divinità, animali simbolici, immagini della cultura pop e richiami alla storia dell’arte convivono senza gerarchie in un linguaggio dichiaratamente meticcio, che trova nella contaminazione la propria ragion d’essere. Per Castellabate l’artista presenta anche un ambiente immersivo rivestito di tessuti provenienti da tradizioni differenti, ideale prosecuzione della grande tenda multiculturale presentata alla Biennale di Venezia, trasformando una sala del Castello in uno spazio dedicato all’incontro fra culture diverse. Il progetto comprende inoltre una grande opera dedicata a San Costabile Gentilcore, patrono di Castellabate, reinterpretato secondo l’inconfondibile immaginario flower power dell’artista. Come scrive il curatore Paolo Sciortino, “San Costabile Gentilcore si presenta oggi ai fedeli come un giovane del Cilento, radicalmente italiano del Sud, assorto in una determinata missione popolare, ancestrale, eppure modernissima, dando forma a un immaginario nel quale il sacro e il profano cessano di apparire come realtà contrapposte per diventare parti di uno stesso racconto”. A completare questo ironico e affettuoso omaggio al patrono, la mostra propone persino una serie di piccoli “santini” dedicati a San Costabile, reinventato da Cardeña con colori psichedelici, motivi floreali e quell’estetica pop che da anni costituisce la cifra più riconoscibile della sua ricerca.

Antonella Cappuccio, Candide, 2022, olio su tela, cm 120×80

Mentre, fuori dalle mura del Castello, il cinema torna a raccontare Castellabate attraverso la storia di Bentornati al Sud, all’interno prende così forma un’altra rappresentazione. Un racconto che, da oltre dieci anni, la Fondazione Pio Alferano continua a costruire mettendo in dialogo il patrimonio storico di uno dei borghi più affascinanti del Cilento con alcune delle ricerche più interessanti dell’arte contemporanea italiana. Non è forse un caso che, proprio mentre il cinema torna a scegliere Castellabate come scenario delle proprie storie, il Castello dell’Abate continui a confermarsi anche come uno dei luoghi in cui la cultura contemporanea trova ogni estate una delle sue scene più vive.

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