Hanno fatto il giro del mondo le affermazioni di Timothée Chalamet, secondo il quale l’opera e il balletto sarebbero forme d’arte di cui non importa più a nessuno. Le parole di Chalamet fanno riflettere per due motivi: il primo è che l’opera e il balletto sono due linguaggi tanto longevi quanto tuttora vitali; il secondo è che proprio il cinema – di cui Chalamet è oggi uno dei volti più noti –, a poco più di un secolo dalla sua stessa nascita, fatica a conservare il proprio pubblico, distratto dall’infinita offerta delle piattaforme e poco attratto da una proposta filmica spesso di scarsa qualità.
A mantenere vivo l’interesse degli appassionati della settima arte – attraverso una programmazione cinematografica curata, utile a fare ordine nel magma di immagini in cui navighiamo – sono i festival, in particolare quelli in grado di coniugare le voci contemporanee con i capolavori passato, le forme di ricerca più sperimentale con i cult indiscussi. Fa parte di questa categoria il Bergamo Film Meeting, la cui 44esima edizione, particolarmente ricca di proposte, è in corso fino a domenica 15 marzo.

Due le sezioni competitive del Festival: Mostra Concorso, composta da 7 lungometraggi di fiction inediti in Italia, e Visti da Vicino, che presenta 14 film documentari capaci di cogliere e sintetizzare il reale nei suoi aspetti visibili e invisibili. Emblematico in tal senso, nel presentare una figura controversa e a cavallo tra razionalità e misticismo come quella dello sciamano spagnolo André Malby, il documentario Supernatural (2025) del regista catalano Ventural Durall. Mettendo da parte la pretesa di decostruire la mitologia che avvolge Malby – autore di miracolose guarigioni tra cui quella dell’attrice Anna Alarcón, tra i protagonisti del film –, Supernatural preferisce concentrarsi sulla figura di Mathurin Malby, figlio di André, emigrato negli Stati Uniti nell’adolescenza e lì rimasto: la fede nel metodo scientifico, da lui ripetutamente ostentata, si contrappone alle capacità paranormali attribuite al padre, rivelando ferite profonde dovute a una figura paterna a dir poco ingombrante, con cui Mathurin riuscirà a riappacificarsi con fatica, anche grazie all’esperienza vissuta davanti alla macchina da presa.

Tra le sezioni non competitive spicca Europe, Now!, spazio di riflessione sul concetto stesso di Europa e sui valori condivisi che dovrebbero, almeno sulla carta, contraddistinguerla: protagoniste di questa edizione sono le voci di Ildikó Enyedi – regista ungherese vincitrice della Caméra d’Or a Cannes nel 1989 per Il mio XX secolo – e di Alex van Warmerdam, maestro del surrealismo e della commedia nera olandese. Tra i lungometraggi presentati e diretti da quest’ultimo due film, Abel (1986) e Klein Teun (1998), si rivelano particolarmente graffianti: il primo è un esilarante ritratto della vita borghese incentrato sulla vicenda di un uomo di 31 anni (il regista stesso) che, non essendo mai uscito di casa, vive tra il padre affranto dall’aver cresciuto un figlio apparentemente inetto sotto ogni punto di vista e la madre iper-protettiva; il secondo rappresenta un grottesco e tragicomico triangolo amoroso tra il contadino analfabeta Brand, sua moglie Keet e Lena, la giovane insegnante assoldata da Keet per colmare le lacune del marito.

Basato sui punti di tangenza tra cinema e arte contemporanea l’appuntamento curato da The Blank Contempory Art e dedicato al lavoro di Elena Duque, filmmaker in grado di mescolare animazione e collage, formati e metodi di lavoro digitali e analogici, per rielaborare temi quali l’identità e il senso di appartenenza: l’artista ispano-venezuelana tornerà a Bergamo a novembre come ospite di ArtDate, festival di arte contemporanea giunto alla 16esima edizione, imperniato quest’anno sul tema MAGIA.

Infine, la retrospettiva dedicata alla regista polacca Agnieszka Holland – tra le figure più significative del cinema europeo contemporaneo – e i due omaggi a giganti, rispettivamente, del cinema francese e di quello iraniano come l’attore Louis de Funès – cui si ispirano la deliziosa sigla e la raffinatissima identità grafica dell’intera rassegna bergamasca, firmata da Studio Suq – e il regista Abbas Kiarostami – di cui, tra gli altri film, è stato presentato Through the Olive Trees (1994), tenero affresco della campagna iraniana, devastata da un terremoto ma animata da una popolazione resiliente, i cui giovani si fanno testardamente strada tra pregiudizi e rigide strutture sociali – completano un programma estremamente variegato e complesso: quasi un monito, da parte del Bergamo Film Meeting, a non semplificare un presente sempre più frammentato e inafferrabile.



