La Biennale Arte 2026 ha finalmente svelato l’elenco completo delle partecipazioni nazionali della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026 tra Giardini, Arsenale e una costellazione sempre più ampia di sedi disseminate in città. I numeri sono quelli delle grandi edizioni: 99 padiglioni nazionali e 31 eventi collaterali, una geografia culturale che continua ad allargarsi e a ridisegnare, edizione dopo edizione, il perimetro dell’arte contemporanea globale.
Tra le novità più interessanti c’è il debutto della Repubblica di Guinea, che partecipa per la prima volta nella storia alla Biennale. Un ingresso che, sulla carta, rientra perfettamente nella nuova mappa culturale dell’arte contemporanea, sempre più attenta al Sud globale e alle scene artistiche emergenti. Ma nel caso della Guinea il discorso prende una piega inattesa: il padiglione africano diventa, di fatto, uno dei luoghi dove la presenza italiana è più forte.
Il progetto si intitola “Le Son de l’Art: l’Écho de la Matière” e sarà ospitato sull’Isola di San Servolo. La curatela è affidata all’italiano Carlo Stragapede mentre l’impianto espositivo è quello di una grande collettiva: oltre sessanta artisti, provenienti da contesti diversi, riuniti attorno al tema della materia come forma di energia e risonanza simbolica.
Solo che, scorrendo la lista degli artisti, emerge un dettaglio tutt’altro che secondario: la maggior parte dei partecipanti è italiana. Le presenze africane sono poche, tra cui Bachir Diallo e Sékou Oumar Thiam, mentre il resto del progetto è composto quasi interamente da autori nostrani.
Tra i nomi più noti figurano alcune presenze storiche della scena artistica nazionale. Omar Galliani, uno dei grandi protagonisti del disegno contemporaneo italiano, celebre per i suoi monumentali lavori a grafite su tavola e già presente alla Biennale negli anni Ottanta. Bruno Ceccobelli, figura centrale della cosiddetta Scuola di San Lorenzo, quel gruppo di artisti romani che negli anni Ottanta riportò la pittura simbolica e spirituale al centro della scena artistica. Giorgio Celiberti, classe 1929, artista di lunga carriera con più partecipazioni alla Biennale nel dopoguerra. E ancora Tommaso Cascella, esponente di una delle famiglie artistiche più note d’Italia e autore di numerose opere monumentali.
Accanto a questi nomi più storicizzati compaiono altri artisti noti del panorama italiano come Marco Nereo Rotelli, conosciuto per le sue installazioni luminose e poetiche nello spazio pubblico, Stefano Pizzi, pittore e scenografo attivo anche nel teatro d’opera, e Bruno Donzelli, artista napoletano che ha costruito la propria ricerca su un dialogo ironico con la storia dell’arte del Novecento. Tra le presenze più storiche compare anche Tono Zancanaro, uno dei grandi incisori italiani del secolo scorso.
Il risultato è un padiglione che, pur presentandosi come debutto di un nuovo Paese africano, finisce per ospitare una delle più ampie concentrazioni di artisti italiani di tutta la Biennale. Un piccolo paradosso veneziano che diventa ancora più interessante se si guarda alla mostra internazionale della Biennale 2026, dove gli artisti italiani sono invece quasi del tutto assenti.
Ma la Guinea non è l’unico caso curioso tra i padiglioni della Biennale di quest’anno. Negli ultimi anni diversi Paesi hanno costruito la propria presenza veneziana attraverso reti curatoriali internazionali, spesso coinvolgendo curatori italiani. È il caso di Grenada e Guatemala, due padiglioni che negli ultimi anni hanno utilizzato la Biennale come piattaforma per presentare le proprie scene artistiche emergenti.
Il padiglione di Grenada, intitolato “The Poetics of Correspondence”, sarà ospitato allo Spazio Berlendis nel sestiere di Cannaregio. Il progetto è promosso dalla commissaria Susan Mains e curato dal critico italiano Daniele Radini Tedeschi, figura molto attiva nella costruzione di padiglioni per Paesi emergenti. Non è la prima volta che Radini Tedeschi lavora in questo contesto: è stato infatti curatore del Padiglione Guatemala nel 2015 e di Grenada nel 2019, 2021 e 2023, contribuendo a consolidare la presenza caraibica nel sistema della Biennale.
Gli artisti invitati per il progetto 2026 sono Edward Bowen, Arthur Daniel, Josine Dupont, Alexandra Kordas, Lilo Nido e Chris Mast, Jeverson Ramirez, The Holzwege Group e Russell Watson. Il progetto riflette sul concetto di corrispondenza tra linguaggi artistici e territori culturali, mettendo in dialogo pratiche differenti in una prospettiva transnazionale.
La partecipazione di Grenada alla Biennale è relativamente recente, ma negli ultimi anni il piccolo Stato caraibico ha costruito una presenza sempre più riconoscibile. Il padiglione si muove spesso attorno a temi come diaspora africana, identità creola e cultura oceanica, elementi centrali nella storia culturale dei Caraibi.
Accanto a Grenada troviamo il Guatemala, che partecipa alla Biennale con il progetto “LAS INVISIBLES”, ospitato anch’esso allo Spazio Berlendis. Il padiglione è curato da Stefania Pieralice ed Elsie Wunderlich, mentre il commissario è Liwy del Carmen Immacolata Grazioso Sierra, ministro della Cultura e dello Sport del Guatemala.
Gli artisti invitati sono ARKEO, Luana Bottallo, Jorge Chavarría, Manuel Navichoc, Ana Lorena Núñez, il gruppo SOY ed Elsie Wunderlich. Il progetto riflette sul tema dell’invisibilità sociale e culturale, dando spazio a narrazioni marginalizzate all’interno della società contemporanea.
Infine c’è il caso di Haiti, che presenta il progetto “Yelena’s Garden, 2025–2026”, ospitato a Palazzo Albrizzi-Capello nel sestiere di Cannaregio. Il padiglione è curato da Mario Savini e presenta il lavoro dell’artista Enock Placide.
L’opera di Placide si inserisce nella tradizione dell’arte haitiana contemporanea, una scena artistica profondamente segnata dalla storia dell’isola e da un forte intreccio tra spiritualità, memoria storica e rapporto simbolico con la natura. Elementi che attraversano gran parte della produzione artistica haitiana, spesso legata anche alla cultura vodou e alle tradizioni popolari del Paese.
Guardando insieme questi padiglioni emerge con chiarezza una Biennale sempre più diffusa, fluida e transnazionale. Se i padiglioni storici dei Giardini rappresentano ancora la memoria del sistema artistico europeo del Novecento, molte partecipazioni contemporanee nascono oggi attraverso collaborazioni tra curatori, istituzioni e reti culturali globali.
Eppure, proprio in questo scenario globale, il caso del padiglione della Guinea resta uno dei più curiosi. In un’edizione che guarda con decisione al Sud globale e alle nuove scene artistiche emergenti, la partecipazione guineana finisce per ospitare una delle più grandi concentrazioni di artisti italiani di tutta la Biennale.
Un piccolo paradosso veneziano: mentre la Biennale si globalizza, è proprio la Guinea a “salvare” l’Italia.


