Biennale 2026, esplode il caso Russia: le Pussy Riot promettono azioni “massicce”

Le credevamo scomparse dentro l’archivio delle grandi stagioni del dissenso globale. Invece le Pussy Riot sono tornate – per fortuna – e il loro ritorno coincide con una nuova protesta contro il Padiglione Russia alla Biennale di Venezia 2026, dove il collettivo femminista russo promette azioni “massicce” contro la decisione di riammettere ufficialmente il paese ai Giardini.

È bastato questo annuncio per riaprire una frattura che il sistema dell’arte stava già tentando di ricomporre attraverso il linguaggio della neutralità culturale. Dopo anni di assenza seguiti all’invasione dell’Ucraina, la Russia tornerà infatti alla Biennale. Una scelta che ha prodotto polemiche diplomatiche, lettere aperte e prese di posizione da parte di artisti, curatori e intellettuali europei. Ma dentro questo dibattito spesso amministrato attraverso formule prudenti e dichiarazioni istituzionali accuratamente bilanciate, l’intervento delle Pussy Riot ha avuto un effetto diverso: ha riportato il conflitto dentro il linguaggio dell’arte senza trasformarlo in un esercizio retorico.

La proposta avanzata dal collettivo è tanto semplice quanto radicale: trasformare il Padiglione Russo in uno spazio dedicato agli artisti dissidenti, ai prigionieri politici, agli autori perseguitati dal regime di Vladimir Putin. Non un gesto simbolico né una provocazione destinata a esaurirsi nella polemica mediatica, ma un vero rovesciamento politico dell’idea di rappresentanza nazionale. Il padiglione non è più una vetrina diplomatica di uno Stato, bensì uno spazio attraversato dalle sue contraddizioni, dalle sue repressioni, dalle voci che quello stesso Stato tenta di mettere a tacere.

Nate a Mosca nel 2011 come movimento punk femminista anti-autoritario, hanno trasformato la performance in un’arma politica concreta. Non hanno mai separato estetica e rischio, e quando nel 2012 inscenarono la celebre “punk prayer” nella Cattedrale di Cristo Salvatore, denunciando l’alleanza tra Putin e la Chiesa ortodossa russa, non produssero semplicemente un’opera destinata al circuito culturale: entrarono in collisione diretta con il potere. Arresti, processi, carcere, sorveglianza, esilio. La loro pratica ha sempre avuto conseguenze materiali.
Ed è proprio questo che oggi le distingue da gran parte dell’arte politica contemporanea.

Negli ultimi anni il dissenso è diventato spesso un linguaggio assimilabile dal sistema culturale. Mostre sulla crisi climatica sponsorizzate da multinazionali energetiche, installazioni sulla guerra ospitate da fondazioni legate a enormi interessi economici, opere sulla marginalità trasformate in contenuto curatoriale da consumare durante preview esclusive e opening mondani. Il conflitto viene evocato, estetizzato, messo in scena, ma raramente attraversato davvero.
L’arte contemporanea sembra aver imparato a rappresentare il dissenso senza compromettersi con esso.

La radicalità è diventata spesso un codice visivo, una postura estetica, un lessico curatoriale immediatamente riconoscibile e dunque facilmente neutralizzabile. Si parla continuamente di resistenza, vulnerabilità, comunità, corpi marginalizzati, ma tutto questo avviene dentro spazi sempre più compatibili con le logiche del mercato culturale globale, così che il rischio reale viene sostituito dalla sua simulazione. La critica sopravvive come immagine della critica.

Le Pussy Riot tornano, invece, per ricordarci qualcosa di molto più scomodo: esporsi comporta conseguenze. La protesta non è un format espositivo. La radicalità non coincide con una dichiarazione curatoriale né con un pannello teorico pieno di terminologia militante. E soprattutto il potere non teme le opere che parlano di conflitto; teme quelle che riescono a produrlo.

Per questo il loro intervento arriva in un momento cruciale, all’interno della Biennale di Venezia che resta uno spazio profondamente ambiguo: luogo di sperimentazione artistica e insieme dispositivo geopolitico, laboratorio estetico e teatro diplomatico. I padiglioni nazionali continuano a incarnare una logica di rappresentanza statale dentro un presente attraversato da guerre, autoritarismi e crisi globali. Camminare tra quei padiglioni significa attraversare una geografia del potere mascherata da celebrazione culturale internazionale.

La decisione di riammettere ufficialmente la Russia mentre la guerra in Ucraina continua rende questa contraddizione ancora più evidente. Da una parte si invoca il dialogo culturale come spazio autonomo rispetto alla politica; dall’altra è impossibile ignorare il modo in cui gli Stati utilizzano gli eventi culturali internazionali per costruire prestigio e consenso simbolico.

Le Pussy Riot hanno scelto di non accettare questa neutralità apparente, perché la neutralità culturale, in certi casi, finisce per coincidere con una forma di rimozione politica.
Lo hanno dichiarato apertamente: il soft power culturale è parte integrante della strategia internazionale del Cremlino e fingere che arte e geopolitica possano essere separate significa spesso favorire chi possiede già gli strumenti per usare la cultura come legittimazione.

Ma la loro posizione non si limita alla richiesta di escludere la Russia. C’è qualcosa di ancora più radicale nella loro proposta: sottrarre la rappresentanza nazionale allo Stato e restituirla ai corpi perseguitati, incarcerati, censurati. Fare del padiglione un luogo di dissidenza invece che di celebrazione patriottica.

È un gesto che riapre una domanda fondamentale: chi parla davvero quando uno Stato espone arte? I governi? Le istituzioni culturali? Gli artisti selezionati? Oppure coloro che da quel potere vengono ridotti al silenzio?

La forza delle Pussy Riot sta nell’aver compreso – e in seguito esposto – che l’arte non è mai innocente, che ogni spazio espositivo produce legittimazione politica, che ogni scelta curatoriale costruisce alleanze, esclusioni, gerarchie. Per questo continuano a disturbare: perché rifiutano l’idea dell’arte come territorio separato dal reale, come zona protetta dove il conflitto può essere evocato senza mai diventare esperienza concreta.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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