Alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della La Biennale di Venezia, prevista dal 9 maggio al 22 novembre 2026, il sistema dei premi cambia natura e smette di essere un meccanismo neutro. La giuria internazionale ha deciso di non assegnare i Leoni d’Oro ai padiglioni di Russia e Israele, introducendo una frattura che attraversa l’intera struttura della manifestazione.
La scelta arriva con una presa di posizione esplicita. Secondo quanto riportato da ANSA, la giuria ha stabilito che non verranno valutati i padiglioni dei Paesi i cui governi risultano coinvolti in accuse gravi sul piano internazionale, facendo riferimento a procedimenti aperti presso la Corte penale internazionale. Non si tratta quindi di una sospensione simbolica, ma di una decisione che incide direttamente sull’assegnazione dei premi, cioè sul dispositivo che da sempre costruisce la narrazione della Biennale.
A guidare la giuria è Solange Farkas, affiancata da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, un gruppo che rappresenta una geografia curatoriale ampia e consapevole del ruolo politico delle istituzioni culturali. La loro decisione interviene su un equilibrio che la Biennale ha storicamente mantenuto in modo implicito, quello tra libertà artistica e rappresentanza nazionale. I padiglioni restano, gli artisti espongono, il pubblico visita, ma il riconoscimento viene selettivamente interrotto, creando una condizione inedita per l’evento veneziano.
Il punto centrale riguarda il significato dei Leoni d’Oro. Non sono semplici premi, ma il dispositivo che ordina il discorso critico della Biennale, quello che stabilisce quali opere entrano nella memoria e quali restano sullo sfondo. Intervenire su questo meccanismo significa modificare la struttura stessa della competizione. La Biennale ha sempre funzionato come una piattaforma globale in cui ogni padiglione partecipava formalmente alle stesse condizioni. Oggi quella uniformità si spezza e lascia emergere una gerarchia costruita su criteri che superano l’estetica.
Non è la prima volta che la Biennale si trova a fare i conti con tensioni geopolitiche. Nel 2022 il padiglione russo era rimasto chiuso dopo l’invasione dell’Ucraina, in una scelta che aveva coinvolto direttamente artisti e curatori. La differenza oggi riguarda il livello di intervento. La presenza non viene cancellata, ma il sistema di legittimazione cambia direzione. La visibilità resta, la consacrazione si sposta altrove.
Questa decisione si inserisce in un dibattito più ampio che riguarda il ruolo delle istituzioni culturali nel presente. Una parte del sistema legge questo passaggio come un allineamento necessario tra arte e responsabilità politica, mentre un’altra evidenzia il rischio di una sovrapposizione tra giudizio estetico e posizionamento geopolitico. La Biennale, con questa scelta, non si limita a riflettere il dibattito, ma lo struttura, trasformando il premio in uno spazio di negoziazione.
Il risultato è una trasformazione che riguarda la percezione stessa della manifestazione. I padiglioni esclusi continuano a esistere all’interno della mostra, ma perdono l’accesso a quel momento che traduce la partecipazione in riconoscimento. Puoi esserci, ma il sistema decide dove finisce il tuo raggio d’azione. Questa linea introduce una nuova forma di selezione che ridefinisce il rapporto tra arte, istituzione e pubblico.
Il valore dei Leoni d’Oro cambia nel momento in cui il campo da cui emergono viene ridisegnato. Il premio resta, ma assume un peso diverso, legato non solo alla qualità delle opere ma anche al perimetro entro cui quella qualità viene riconosciuta. La Biennale continua a essere uno dei principali luoghi di legittimazione dell’arte contemporanea, ma mostra con maggiore evidenza le condizioni che regolano quel processo.
Resta un’immagine precisa: un sistema che interviene su se stesso attraverso il suo simbolo più forte. I Leoni d’Oro continuano a esistere, ma il loro significato si sposta, e con esso cambia il modo in cui la Biennale viene attraversata, raccontata e ricordata.



