Bloom Revolution. Felipe Cardeña e la rivoluzione dei fiori

Non è un caso che l’ultima mostra di Felipe Cardeña, che riempie di stoffe, di fiori e di colori un nuovo locale, Anima Vibes, aperto da poco dentro gli spazi del Dazio V Giornate, prenda forma proprio in primavera, a Milano, al centro di una piazza che prende il nome dalle Cinque Giornate di Milano. Le giornate tra il 18 e il 22 marzo del 1848 segnarono infatti un momento cruciale del Risorgimento: l’insurrezione milanese contro le truppe austriache costrinse l’esercito a lasciare la città. Fu un episodio di rivolta, attraversato da un intenso desiderio di libertà e di affrancamento. Proprio in questi giorni, tra il 19 e il 21 marzo, si compie l’equinozio di primavera: il passaggio astronomico che apre realmente le porte alla stagione del risveglio. Già nell’etimologia della parola Primavera, del resto, si nasconde un significato profondo: prima vera, il “primo splendore” della natura, il ritorno della luce dopo il buio, il risveglio della vita dopo l’immobilità dell’inverno. La primavera è il tempo della rinascita, della trasformazione, della fioritura. Anche la parola rivoluzione, però, custodisce un significato simile. Deriva dal latino revolvere: “ritornare girando”. In origine indicava il moto circolare degli astri, un movimento che dopo un ciclo torna al proprio punto di partenza. Solo successivamente il termine ha assunto il significato politico e sociale di cambiamento radicale. Le due parole, apparentemente lontane, condividono dunque la stessa matrice: movimento, ritorno, trasformazione. La rivoluzione, come la primavera, nasce da un passaggio necessario. Così come il seme attraversa il buio della terra prima di sbocciare, anche ogni trasformazione attraversa una fase di crisi, di sospensione, di apparente morte.

È proprio in questa tensione tra rinascita e mutazione che si inserisce l’universo visivo di Felipe Cardeña, artista catalano nato nel 1979. Le sue opere sono attraversate da una vera e propria Bloom Revolution (questo il titolo della mostra): un’esplosione proliferante di fiori, forme organiche, colori saturi e immagini che invadono la superficie fino a cancellarne il vuoto. Cardeña infatti non dipinge né disegna nel senso tradizionale del termine: costruisce un horror vacui di elementi germinanti, un flusso ininterrotto di immagini che sembrano sbocciare dalla materia stessa dell’opera. Dall’apparente caos emergono figure iconiche: corpi, volti, simboli appartenenti alla memoria collettiva. Immersi in questa vegetazione visiva, i soggetti sembrano attraversati da una nuova possibilità di esistenza. La rivoluzione di Cardeña non consiste soltanto nell’energia cromatica delle sue composizioni, ma soprattutto nel modo in cui l’artista sovverte e ricostruisce le immagini del passato, intrecciando immaginario popolare, cultura visiva contemporanea e riferimenti più classici o sacrali, senza mai tralasciare la seduzione del decorativismo e la sua anima kitsch.

Felipe Cardeña, Women Life Freedom 2022 100×100

Le sue opere riflettono inevitabilmente il nostro presente: un’epoca dominata dalle immagini, dalla comunicazione immediata e dalla continua sovrabbondanza visiva. Viviamo in una civiltà dell’immagine, in cui l’apparire sembra spesso prevalere sull’essere. Ed è proprio a questa proliferazione incessante di figure, frammenti, fotografie e simboli che Cardeña attinge. Senza questa moltitudine iconografica che attraversa quotidianamente il nostro sguardo, le sue opere non potrebbero esistere. È da questo archivio visivo diffuso – cartaceo e digitale – che l’artista e la sua crew selezionano, raccolgono, ritagliano, sovrappongono e trasformano immagini già esistenti. Tutte le opere si fondano infatti sulla pratica del collage, metodo di assemblaggio e stratificazione in grado di dare vita a nuove costruzioni di senso.

La mostra si articola attorno a una prevalenza di figure femminili, in dialogo con il monumento al centro della piazza e con il pensiero di Giuseppe Grandi, autore del gruppo scultoreo commemorativo delle Cinque Giornate. Le cinque figure allegoriche che circondano l’obelisco rappresentano infatti le giornate dell’insurrezione, incarnate in forme femminili. In queste sculture, la femminilità è espressa nella dolcezza del panneggio, ma anche nella forza narrativa delle allegorie, dove ogni figura diventa portatrice di un evento storico e di un’emozione collettiva. In questa stessa direzione si inserisce il lavoro di Felipe Cardeña: le sue donne, immerse in fioriture e stratificazioni visive, non sono solo immagini estetiche ma presenze vitali e combattive. Figure che sopravvivono nella memoria collettiva, portatrici di storia, cultura e immaginario, e al tempo stesso immerse in una dimensione di continua rinascita e vitalità. Il gruppo scultoreo di Grandi comprende anche l’aquila, simbolo di libertà e slancio ispiratore, e il leone, emblema di forza e difesa. Queste figure instaurano un dialogo diretto con l’universo di Cardeña: la libertà evocata dall’aquila si riflette nella sua idea di fioritura come espansione vitale e liberatoria del colore, mentre la potenza del leone trova corrispondenza nella densità delle sue composizioni: energiche, intense, forti e, soprattutto, rivoluzionarie. In questo processo, ciò che apparteneva alla cultura di massa viene elevato a nuova forma di sacralità. Le icone non vengono semplicemente citate: vengono celebrate, ironizzate, desacralizzate e contemporaneamente rese di nuovo sacre. È una sacralità diversa da quella tradizionale, non più legata esclusivamente al religioso, ma alla memoria condivisa, alle immagini che persistono nel tempo e continuano ad abitare il nostro immaginario collettivo.

Felipe Cardeña, Iniziazione lunare, collage on canvas, cm 40×40

Nonostante il continuo mutare della società, esistono infatti figure e simboli che sopravvivono alle epoche, alle crisi e alle trasformazioni, rimanendo impressi nella memoria comune. Le opere di Cardeña parlano proprio di questo: della nostra identità culturale, collettiva e visiva. Parlano a tutti noi e di tutti noi. La rivoluzione che attraversa questi lavori non è distruzione, ma fioritura. È una rivoluzione che genera vita, colore, amore, memoria e rinascita. Questa mostra vuole essere allora una celebrazione del ritorno: della primavera, dell’immagine, della trasformazione e della possibilità continua di rinascere.

La mostra inaugura mercoledì 20 maggio al Dazio Cinque Giornate in piazza V giornate dalle 18.30 fino a mezzanotte, e rimarrà aperta fino al 10 giugno.

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Cecilia Severini
Cecilia Severini
Cecilia Severini (Milano, 2003). Iscritta alla scuola di Valorizzazione del Patrimonio Artistico Culturale presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, ha una formazione pratica nel disegno e nelle tecniche di incisione grafica, e coltiva una grande passione per la storia e la critica d’arte. Ha collaborato con gallerie e musei tra Roma e Milano, occupandosi di testi espositivi, comunicati stampa, locandine, allestimenti e attività di accoglienza. Segue attivamente mostre, fiere e conferenze, coltivando una scrittura critica personale e sviluppando un approccio consapevole al panorama artistico attuale.

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