In una Venezia che spesso appare schiacciata tra la retorica del patrimonio e l’economia del turismo, esiste un luogo che lavora in direzione ostinata e contraria. Non perché voglia negare la storia, ma perché sceglie di stare nel presente. La Blue Gallery non nasce come una galleria nel senso tradizionale del termine: nasce come una presa di posizione.
A fondarla è Silvio Pasqualini, pittore prima ancora che gallerista, artista che ha attraversato decenni di sistema dell’arte senza mai confondersi con esso. È da questa distanza critica che prende forma l’idea della Blue Gallery: non uno spazio di rappresentanza, ma un laboratorio di visione. Non un contenitore di opere, ma un dispositivo di senso.
Pasqualini parte da un assunto semplice e radicale: l’arte deve produrre qualcosa di utile al mondo. Non intrattenimento, non decorazione, ma manufatti di pensiero, immagini capaci di incidere. Quando afferma che arte ed etica, quando coincidono, producono una visione netta, non sta enunciando una formula astratta: sta dichiarando un programma.

La sua idea di galleria nasce da qui. Non dalla filiera del mercato, ma dall’esperienza diretta dell’artista nel mondo. Non a caso Pasqualini sostiene da anni che le mostre dovrebbero farle gli artisti, perché solo lo sguardo dell’artista è uno sguardo realmente universale. Solo un artista può riconoscere un altro artista nel momento in cui qualcosa cambia.
La storia dell’arte lo dimostra: le grandi mutazioni non sono mai nate nei luoghi ufficiali, ma in spazi marginali, in locali, in studi, in sale improvvisate. Il cubismo, il futurismo, le avanguardie non sono esplose nei musei, ma in luoghi dove qualcuno ha avuto il coraggio di appendere un’opera diversa dalle altre. Poi, lentamente, per contagio, quella differenza ha fatto il giro del mondo.
La Blue Gallery lavora esattamente in questo punto fragile e potente: là dove qualcosa può ancora accadere.
Per questo Pasqualini ha costruito un sistema di selezione che è, in realtà, una catena di fiducia: ogni artista invitato è chiamato a indicare un altro artista che stima. Nessuna giuria, nessuna gerarchia, nessuna mediazione di potere. Solo uno scambio diretto tra pari. Una logica quasi rinascimentale, che abbatte le strutture del sistema per rimettere al centro chi l’arte la produce davvero.

La posizione della galleria — affacciata su una delle calli più frequentate di Venezia — non è un dettaglio. È una dichiarazione. La vetrina sulla strada trasforma lo spazio in una bottega contemporanea, in un punto di attraversamento, in un luogo di attrito tra l’arte e il mondo. Qui le mostre non si consumano in silenzio: entrano nel flusso della città, disturbano, interrogano.
È una visione quasi situazionista: si accende una miccia, e poi si osserva cosa succede.
Ed è esattamente ciò che accade oggi con Apochrome di Patricia Mearini.
“Il colore qui non copre: rivela.
È una ferita luminosa, una preghiera al neon, una lingua che parla per eccesso.
In Apochrome tutto brilla mentre cede. La bellezza è troppo intensa per essere innocente”.
Le parole di Patricia Mearini attraversano le opere. Apochrome non è una mostra da guardare con distacco, ma è un’esperienza.
Fino al 3 marzo 2026, la Blue Gallery ospita questo progetto che segna uno scarto netto nella sua programmazione: un lavoro che affronta una delle rimozioni più profonde del nostro tempo, la possibilità reale dell’Apocalisse, e in particolare lo spettro della distruzione atomica.

Viviamo in una società anestetizzata, immersa in un flusso continuo di immagini, consumo e intrattenimento. La guerra nucleare — pur essendo una minaccia concreta — resta fuori campo, rimossa, resa astratta. Apochrome la riporta al centro dello sguardo.
Mearini costruisce la mostra attorno a sette immagini di bombe atomiche, ispirate agli ordigni di Hiroshima e Nagasaki. Immagini che fanno parte del nostro immaginario visivo, ormai quasi neutralizzate dalla loro stessa ripetizione. Proprio per questo l’artista le assume come materia prima e le sottopone a un processo di trasfigurazione cromatica.
Seguendo la lezione di Andy Warhol, la bomba diventa un’icona pop. Una Marilyn. Un Mao. Una zuppa Campbell. Un’immagine seriale, consumabile, disturbante. Non più documento storico, ma oggetto visivo che chiede di essere guardato — e quindi pensato.
Le opere sono stampe fotografiche declinate in forti contrasti e colori primari. Qui il colore non è mai decorativo: è un detonatore emotivo. L’Apocalisse non può essere monocroma. Coinvolge la percezione, il corpo, lo sguardo.
La ripetizione è il vero dispositivo concettuale della mostra. Ripetizione dell’immagine, del segno, del trauma. Come nella musica — da Bach al minimalismo — la reiterazione non anestetizza: amplifica. Rende il messaggio ineludibile.
Entrando nella Blue Gallery, lo spettatore si trova davanti a una scena teatrale: sette bombe, sette colori, sette possibilità di reazione. La vetrina sulla strada diventa una sirena visiva, un grido che interrompe il flusso distratto della città. Come L’Urlo di Munch esposto in mezzo ai passanti.
Apochrome non cerca consenso. Non offre riparo. Esporre è esporsi. Colpire è necessario.
In questo senso la mostra incarna perfettamente la filosofia della Blue Gallery: un’arte che non consola, ma prende posizione. Un’arte di trincea, capace di puntare il mirino sul presente.
Perché, come suggerisce Mearini, il colore può essere un’arma.
Contro l’anestesia.
Contro la neutralità.
Contro il silenzio.
E perché — oggi più che mai — l’arte non può limitarsi a spiegare. Deve detonare.



