Bonami–Veneziano, dissing estivo a Pietrasanta

E così, anche l’arte contemporanea ha finalmente i suoi dissing. Come la musica, che da decenni ci ha abituati alle faide a colpi di rime e provocazioni: da Eminem contro Michael Jackson a Ice Cube contro gli ex compagni degli N.W.A., fino alle guerre interne alla trap italiana, con Fedez contrapposto a Gué Pequeno, Marracash o Emis Killa, fino alle frecciate (ampiamente ricambiate) contro Toni Effe. Lì ci si massacra a colpi di strofe, qui a furia di post su Instagram: cambia il palco, ma non la logica.

A proposito: per chi non fosse avvezzo al linguaggio, il dissing è quando, soprattutto nel rap e nella trap, un artista prende di mira un altro con versi taglienti e provocatori, per demolirne stile e credibilità. Nell’arte, lo scontro (fino a oggi?) di solito si consumava dietro le spalle, in recensioni allusive o in giudizi, magari velenosissimi, ma più sussurrati all’orecchio di qualcuno che conta che messi in piazza. Stavolta no: siamo davanti a un vero e proprio match, giocato a colpi di video, canzonette e citazioni cinematografiche. Ma andiamo con ordine.

Giuseppe Veneziano, New Renaissance

Il primo a inaugurare questa stagione da “Rap Beef” (termine con cui nel rap americano si indica una faida pubblica e spettacolare fra artisti, condotta a colpi di testi e provocazioni) fu Francesco Bonami, agosto 2021, all’epoca della celebre mostra di Giuseppe Veneziano a Pietrasanta, The Blue Banana. Davanti alla gigantesca Banana Blu, amatissima dal pubblico e detestata da buona parte del sistema, il “curator dei curatori” si lanciava su Instagram (38.400 follower) in un attacco frontale: “Guardate la banana e poi la cattedrale dietro. Non c’è paragone. La banana è così brutta che rende la città ancora più bella”. Un’uscita da stand-up, nello stile ruspante che l’ha reso celebre.

E per rafforzare l’effetto, Bonami ci infila dentro anche una storiella in perfetto stile anekdota da cabaret: racconta di un conoscente di Chicago che portava una parrucca così orribile da far sembrare sempre più bella la moglie, al suo fianco. “All’inizio ci si chiedeva perché la signora gli permettesse di uscire conciato così”, spiega. “Poi si è capito: con quella parrucca nessun’altra si sarebbe avvicinata, e lei risultava ogni volta più bella per contrasto”. Il paragone è servito: così come la moglie accanto alla parrucca, Pietrasanta accanto alla Banana Blu – secondo il critico – non può che guadagnare in bellezza.

Non pago, pochi giorni dopo eccolo davanti a un’altra scultura di Veneziano, Biancaneve che accoltella Brontolo. Qui Bonami improvvisa una canzoncina stile Maramao perché sei morto, rivolta ironicamente a Mitoraj ma usata in realtà per colpire Veneziano. I versi – cantilenati con tono da filastrocca – suonavano più o meno così: “Mitoraj, Mitoraj, perché sei morto,/lo scalpello era un po’ torto/ma una cava avevi tu… / Mitoraj, Mitoraj, fanno gli assessori in coro/gli scultori un po’ bolliti/ fanno ancor per te le fusa,/ma la mostra resta chiusa/…e tu non la apri più“.

Un’ironia amara, che trasforma la malinconia del motivo originale in una parodia corrosiva: il mito del grande scultore amatissimo a Pietrasanta, evocato a gran voce (ma sotto sotto, se non disprezzato, certo sminuito, con quello lo scalpello era un po’ torto), celebrato come scudo contro l’“usurpatore” Veneziano e le sue statue pop. A rincarare la dose, il commento di Giancarlo Politi sotto il post: “Certo, rivogliamo Mitoraj, artista mediocre ma un genio in confronto all’Attila di Pietrasanta. Bravo Francesco”.

A fine mese, ecco un nuovo post: “Siamo alla frutta”, accompagnato da foto della Banana Blu, della Mela Reintegrata di Pistoletto, della celebre Spoonbridge and Cherry di Oldenburg, e perfino di una natura morta di Luciano Ventrone, grande pittore iperrealista, anch’egli da pochissimo scomparso, peraltro in condizioni tragiche (l’incendio del suo studio provocato dall’esplosione di una bombola di gas). Con un bel po’ di pelo sullo stomaco (che non gli è mai mancato) e parecchio cattivo gusto, Bonami ne ha per tutti, i vivi come i morti. Come già aveva fatto con Igor Mitoraj – morto nel 2014 e venerato a Pietrasanta come uno degli scultori che più hanno dato lustro alla città, al punto che qui è in apertura l’attesissimo museo a lui dedicato, e sulla facciata della chiesa di Sant’Agostino campeggia ancora la lunetta che donò nel 2012 – il critico non esita a prendersela anche con figure scomparse ma riconosciute e amatissime da musei, collezionisti e pubblico. Dopo Mitoraj, ora tocca infatti a Ventrone.

È il 1° settembre dello stesso anno, ed ecco un altro attacco di Bonami a Veneziano. Dopo la canzoncina, ora il critico improvvisa una filastrocca in rima. Questa volta, a farne le spese – oltre naturalmente a Veneziano – è un altro gigante della scultura contemporanea, Arnaldo Pomodoro, anche lui, manco a dirlo, appena scomparso (noblesse oblige…), a cui Bonami dedica una strofetta tutt’altro che benevola. Un tiro al bersaglio che in realtà, più che contro Pomodoro, sembra ancora una volta concepito per demolire l’autore della Banana Blu, verso il quale il curatore sembra mostrare una vera e propria ossessione: “Arnaldo Pomodoro, le tue palle sono brutte/ma almeno sono un decoro”, recita il curatore, “arredano del mondo le piazze/,e sono amate da tutte le razze,/io invece accanto a questo coso/ di un artista che ignoro,/piango e mi addoloro/ dell’arte e del suo futuro”. Poi, il silenzio. Veneziano non replica, la faccenda sembra archiviata.

La Banana Blu al Bagno Sandra di Forte dei Marmi

Ma l’arte, come la trap, vive di ritorni a sorpresa. Quattro anni dopo, estate 2025, ecco che la Banana Blu approda al Bagno Sandra di Forte dei Marmi. E Bonami non resiste: nuovo video, nuova invettiva. “Quest’opera è sponsorizzata dalla lobby degli oculisti”, dice con il mare al tramonto alle spalle. “La usano per danneggiare la retina dei clienti, così tornano a farsi curare”.

È la scintilla che fa scattare il contrattacco. Veneziano, dal suo profilo Instagram (13.600 follower), prende quel video e lo ribalta in parodia: al posto della voce di Bonami, la supercazzola del Conte Mascetti in Amici miei. Titolo: “La supercazzola della critica d’arte colpisce ancora”. È il 25 luglio 2025.

E la voce che esce dal cellulare non è più quella del critico ma quella immortale di Ugo Tognazzi: “Tarapia tapioco come se fosse antani con la supercazzola prematurata, con lo scappellamento a destra…”, fino al crescendo con il Reverendo Bernocchi e il povero vigile urbano che, spiazzato, domanda: “Come, prego?”. Le invettive di Bonami, dunque, vengono ridotte a puro nonsense, un critico trasformato in “supercazzola”.

Chi la fa l’aspetti, verrebbe da dire. Ma non è finita qua: Veneziano ci prende gusto, e rilancia. Il 3 agosto raddoppia: prende il reel in cui Bonami raccontava la storiella della parrucca e lo rimonta con il celebre monologo di Massimo Troisi in Ricomincio da tre, quello in cui immagina di avere il potere di muovere gli oggetti con la forza del pensiero. Così la Banana Blu diventa l’oggetto dei “superpoteri” evocati da Troisi: ironia sottile, che trasforma la barzelletta di Bonami in un numero di cabaret paradossale. Commento: “La Gaia critica colpisce ancora”. Il 10 agosto, il terzo colpo: Veneziano ripesca il video di Bonami davanti a Biancaneve che uccide Brontolo e sostituisce la sua voce con una canzone di Checco Zalone, Lu pollu cusutu ’n culù. Le parole grottesche – “Potessi trovar le parole… potessi spezzarti una mano… mentre mi apri, mi asporti, mi ardi, mi — ahia!, ce cazzu!, fai piano!” – diventano il controcanto satirico all’arringa del critico. In didascalia, la frase attribuita a Luciano Pavarotti: “Chi sa fare arte la fa, chi la sa fare meno la insegna, chi la sa fare ancora meno la organizza, chi la sa fare così così la critica”. Un colpo basso, mirato alla biografia di Bonami: artista mancato, pittore senza gloria, solo in seguito – allude il post – riciclatosi come critico (questa volta, con indubbio successo).

E non finisce qui. Il 26 agosto Veneziano affonda il colpo finale: recupera il reel con la filastrocca improvvisata di Bonami davanti al Papa in skateboard e la sostituisce con le invettive in toscano di Roberto Benigni in Berlinguer ti voglio bene. “La merda della maiala degli stronzoli…” e via di imprecazioni leggendarie. Commento: “A un famoso curatore sono venute a mancare le parole… ci pensa Benigni a suggerirgli quelle giuste. Per la serie: torna a casa lessico“.

Bonami non se le fa dire, e risponde a sua volta, sempre per le rime (cioè mettendola a sua volta in musica), con una storia su Instagram: in sovrimpressione sul post di Veneziano appare la scritta: “L’autore dell’opera mi onora citando uno dei capolavori del cinema italiano, regia di Giuseppe Bertolucci, doppiandomi con il celebre monologo di Roberto Benigni. Grazie!”. In fondo, viene da dire, l’ha presa con filosofia, e anche con una certa leggerezza (ci voleva). A conferma di questo, in sottofondo, i versi di una canzone di Enzo Jannacci: “Rido, rido di tutto e rido/Non faccio apposta e rido/Questo è il mio mestiere./Rido, cado nel sugo e rido/Perdo un cognato e rido/È quasi un mio… dovere!“.

Come a dire: l’arte, gli schieramenti, le opposte fazioni? Inutile scaldarsi, è estate, facciamoci una bella risata e non se ne parli più! Un tempo, d’altra parte, c’era la critica d’arte, quella seria, e c’erano l’arte e gli artisti, anche loro seri che più seri e impegnati di così non si poteva, e allora ci si trovava tutti al bar, si discuteva di massimi sistemi, e magari qualche volta partivano anche le botte (come quella volta alle Giubbe rosse di Firenze…). Oggi, in cui gli scultori ridono di tutto, di Biancaneve, di Spiderman e pure del Papa, anche il critico, cosa ci aspettavamo?, non può che buttarla in vacca: Rido, rido di tutto e rido… È quasi un mio… dovere!

I giornali d’arte si affannano a interrogarsi se la critica sia finita, ma forse non c’è tanto da arrovellarsi: in tempi in cui i giornalisti vengono sostituiti dagli influencer, anche i critici, poveracci, finiscono per adattarsi. E invece di scrivere testi e tenere conferenze, si danno più volentieri al cabaret: meglio sui social, che si risparmia pure tempo. E alla fine, vince chi fa ridere di più. Dopotutto, non facciamone un dramma: è la contemporaneità, bellezza!

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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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