Angelo Crespi ci è riuscito: il direttore di Brera ha portato Armani nell’Olimpo dell’arte. A meno di un mese dalla sua scomparsa, i capolavori di Re Giorgio da oggi – fino all’11 gennaio – trovano spazio in mezzo ai più grandi maestri esposti alla Pinacoteca. E pensare che lui, il re, non voleva decidersi: si definiva non all’altezza, non osava mettersi a confronto con figure immense come Mantegna, Raffaello o Piero della Francesca. È stato un lungo corteggiamento, dice Chiara Rostagno – che a Brera è responsabile del dipartimento di Scultura e Arti Decorative – e quando si è deciso, ha voluto entrare in punta di piedi. Nulla di imponente, nulla che impedisse al pubblico di ammirare i dipinti da vicino: solo isole al centro delle sale. Pulite e impeccabili come piaceva a lui.

Eppure, attraversando la mostra Giorgio Armani: Milano, per amore – titolo poetico, forse il vezzo più “barocco” dell’intera operazione – quelle sculture di stoffa leggere, evanescenti come le modelle che le hanno indossate, e tuttavia imponenti monumenti acefali di un’archeologia futura, catturano l’occhio, incantano per il contrasto, appaiono vive, quasi nell’imminenza di un passo.

Mai invadenti, però, impegnate piuttosto in un dialogo sussurrato con quello che le circonda. Come accade accanto al Ritrovamento del corpo di San Marco, di Tintoretto, i cui guizzi di luce sembrano rispecchiarsi nella luminescenza dei lustrini sugli abiti da sera; o come accade nella Sala XXII, dove le decorazioni labirintiche, dalla consistenza metallica, di Carlo Crivelli si possono quasi rintracciare sulle texture delle gonne ampie, dai decori tono su tono. O ancora davanti alla Cena in Emmaus di Caravaggio, le cui ombre profonde risuonano in una teoria di velluti e sete di un nero impenetrabile. O di fronte allo Sposalizio della Vergine di Raffaello, anche se in quella stanza Armani sceglie di farsi ispirare dallo struggente Cristo alla colonna di Bramante e decide di accostargli tre abiti che riprendono con precisione millimetrica le sfumature di rosa di quel corpo sofferente.

Solo in rare occasioni re Giorgio ha accettato di mettersi in aperto dialogo con le opere. Quando con l’abito dalla lunga gonna blu, lucente e scivolante, ha reso omaggio nella settima sala al manto della Madonna con Bambino di Giovanni Bellini. O quando nella cappella di Bernardino Luini ha allestito un principesco abito rosso, lucente come latex, a fare da cassa di risonanza alle cromie scarlatte dei dipinti.

Il risultato è un delizioso cortocircuito tra la ricchezza maestosa della pittura di ieri e un pezzo di arte della Moda che è anche un pezzo di storia delle donne, perché nessuno come Armani è mai riuscito a pensare abiti che le facessero sentire al tempo stesso così splendenti e vincenti, femminili e guerriere, abiti che in cinquant’anni – quelli che sono passati dalla nascita della maison – le hanno ridipinte e ripensate e che le hanno accompagnate mentre a grandi passi marciavano verso il futuro.


