A Torino, negli spazi di Pastis, prende forma Antrum Oximory: il paradosso dell’ossimoro, personale di Bruno Salvatore Latella, inaugurata il 23 aprile nell’ambito della rassegna Casa Accademia 2026 promossa dall’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. A cura di Gabriele Romeo, con la co-curatela di Nina Panico, il progetto costruisce una grammatica visiva e concettuale fondata sulla tensione irrisolta degli opposti.
Latella struttura lo spazio come un attraversamento tripartito, una sorta di cripta contemporanea dove il visitatore è chiamato a transitare tra due polarità, Cupere e Obedi, che incarnano rispettivamente desiderio e obbedienza. Non si tratta di categorie simboliche astratte, ma di forze operative che agiscono nel presente, determinando una condizione esistenziale collusiva tipica dell’Antropocene.
“L’ossimoro non è una figura retorica ma una condizione strutturale del contemporaneo”, spiega il curatore Gabriele Romeo. “Viviamo dentro una tensione permanente che non trova sintesi: il progetto di Latella non cerca di risolverla, ma di renderla abitabile, visibile, quasi fisica”.
L’impianto visivo nasce da una gestualità che attraversa il digitale per poi sedimentarsi nella materia: figure antropomorfe ibride, stampate su PVC adesivo, emergono da superfici trattate con Vantablack e acrilico dorato Maimeri. Il risultato è un campo percettivo instabile, dove il nero assoluto non è semplice colore ma dispositivo ottico che assorbe lo sguardo, generando un vuoto fenomenologico.
Al centro di questo sistema si colloca Black Sun, opera retroilluminata che funziona come nucleo simbolico e punto di convergenza dell’intero percorso. Qui la ricerca si condensa in una forma-limite: un sole nero che non illumina ma attrae, che promette rivelazione ma restituisce enigma. L’opera si distingue anche per la sua natura tecnica, essendo un Quadruslight, elemento che ne enfatizza la dimensione installativa e la qualità immersiva della luce.
“Black Sun è un dispositivo di attrazione verso l’ignoto”, continua Romeo. “Non offre risposte, ma attiva quella che potremmo definire una tensione epistemica: il bisogno umano di colmare il vuoto, pur sapendo che quel vuoto è costitutivo”.
Il progetto si radica in una riflessione esplicita sull’Antropocene, inteso non solo come epoca geologica ma come paradigma culturale. L’intervento umano, irreversibile e pervasivo, ha trasformato il pianeta in una rete di stratificazioni dove naturale e artificiale risultano indistinguibili. In questo scenario si inserisce anche il riferimento all’Homo Deus, figura teorizzata da Yuval Noah Harari, che descrive un’umanità proiettata verso una dimensione post-biologica, capace di manipolare la vita ma sempre più distante dalla propria condizione originaria.
Latella traduce queste coordinate teoriche in un linguaggio visivo ibrido, dove il mostruoso diventa chiave conoscitiva e non deviazione. Le forme che abitano lo spazio non rassicurano, ma attivano un confronto diretto con ciò che eccede la norma, mettendo in crisi ogni tentativo di categorizzazione stabile.
L’ambiente espositivo si sviluppa come un sistema binario in cui luce e buio, violenza e benessere, fluiscono parallelamente senza mai incontrarsi. L’attrito resta latente, irrisolto, e proprio in questa sospensione si genera il senso dell’opera. La luce finale, lungi dall’essere catartica, rivela l’impossibilità stessa della redenzione: ogni promessa di sintesi porta con sé la stessa struttura che produce esclusione.
Antrum Oximory è, quindi, quasi un dispositivo pedagogico, coerente con la formazione dell’artista, che intreccia pratica visiva e “artivismo”.
In un tempo segnato da crisi sistemiche, ecologiche, politiche, sociali, la mostra invita a riconoscere negli scarti e nelle contraddizioni non un errore da eliminare, ma una condizione da comprendere. Un invito, in definitiva, ad abitare il paradosso.



