La prima vera epifania di Buen Camino non arriva davanti a una cattedrale romanica né lungo una strada sterrata della Galizia, ma molto prima, in uno studio medico. È lì che si capisce quando finisce davvero la Sindrome di Peter Pan: non con la torta dei cinquant’anni, ma quando il corpo ti presenta il conto e l’eterna adolescenza viene archiviata con un gesto tanto rapido quanto definitivo. È una scena che sintetizza perfettamente l’idea di maturità forzata che attraversa tutto il film, con quella miscela tipicamente zaloniana di imbarazzo fisico e rivelazione esistenziale. Checco Zalone lo sa bene e da questa consapevolezza costruisce un film che parla, ancora una volta, di crescita obbligata, ma con il freno a mano tirato.
Dopo la deviazione più ambiziosa (e irrisolta) di Tolo Tolo, Zalone torna a casa, cioè da Gennaro Nunziante, scegliendo la strada più sicura: quella della commedia rassicurante, calibrata, “democristiana” nel senso più cinematografico del termine. Buen Camino non vuole disturbare nessuno, non vuole spingersi troppo in là, ma neppure rinuncia del tutto a qualche graffio strategico, sempre ben dosato e immediatamente riassorbibile. È un film che conosce perfettamente il proprio pubblico e lo accompagna senza mai metterlo davvero in difficoltà.
Il personaggio principale è un concentrato di icone contemporanee: ricchissimo, tatuato, infantilizzato, circondato da lusso e servitù come se fossero semplici arredi di design. L’ispirazione a Gianluca Vacchi è evidente e dichiarata, ma non approfondita: più che una satira, è una caricatura funzionale, utile a innescare il conflitto narrativo. Un uomo che non ha mai lavorato, che ignora persino dove si trovino le aziende di famiglia, e che organizza feste faraoniche come se fossero rituali di autoassoluzione, tra piramidi egizie, champagne Cristal e battute sulla felicità “che non si compra, ma si noleggia”.
L’incidente scatenante arriva sotto forma di responsabilità genitoriale. La figlia adolescente Cristal, interpretata da una sorprendentemente misurata attrice giovane, scompare e l’unica soluzione è mettersi in cammino, letteralmente, lungo il Camino di Santiago. Il viaggio diventa così la metafora obbligata di un doppio recupero: quello di un padre assente e quello di una figlia smarrita, entrambi alla ricerca di qualcosa di indefinito, vagamente spirituale, sicuramente invisibile. Tra ostelli improbabili, compagni di pellegrinaggio e battute fulminanti (“Questo non è un ostello, è Auschwitz con le docce che funzionano”), il film alterna momenti di comicità efficace a passaggi più programmatici.
Attorno a Zalone ruotano personaggi che funzionano più come simboli che come veri contrappunti drammaturgici. Martina Colombari, nei panni dell’ex moglie iperimpegnata, incarna il cliché della borghesia radical chic, mentre il patrigno palestinese, regista teatrale saccente e moralmente superiore, è il bersaglio di alcune delle battute più discusse del film, come quella sull’“unico palestinese che ha invaso un territorio, Gaza Mia”. Provocazioni che fanno rumore, ma che vengono subito smussate, quasi sterilizzate, per non lasciare strascichi.
Qui Zalone gioca su un terreno che conosce bene: il rapporto genitore-figlio, il viaggio come confronto, la critica all’ostentazione della ricchezza e lo slalom ideologico tra destra trash e sinistra radical-chic. È uno schema già visto, che funziona ancora, ma senza l’energia sovversiva dei primi film. I 90 minuti scorrono senza attriti, con battute che colpiscono nel segno e altre che si accontentano di strappare un sorriso educato.
Quello che manca, ed è un’assenza pesante, è la presenza di attori di spessore come Ivano Marescotti, Rocco Papaleo, Dino Abbrescia e Maurizio Micheli, che nei precedenti film avevano dato profondità e imprevedibilità al racconto. Qui non ci sono, e Luca Medici, da solo, non basta a sostenere una sceneggiatura che preferisce non rischiare. Anche il cinismo, quando affiora – nelle battute sul politicamente scorretto, sulla questione palestinese o sulla memoria storica – è subito neutralizzato, come se il film avesse paura delle proprie stesse provocazioni.
Eppure, con il minimo sindacale, Buen Camino centra l’obiettivo principale: riporta il pubblico in sala. In pochi giorni dall’uscita ha fatto registrare numeri da record, confermando ancora una volta Zalone come l’unico vero evento industriale del cinema italiano contemporaneo. Non sarà il suo film più necessario, né il più coraggioso, ma è esattamente il film che molti volevano vedere. E, a Natale, evidentemente, questo basta.


