C’è un cinema che non si accontenta di raccontare storie, ma costruisce veri e propri laboratori dell’immaginario, in cui lo spettatore è chiamato a sporcarsi le mani, a dubitare persino del proprio sguardo. Bugonia, l’ultima creazione di Yorgos Lanthimos, appartiene a questo genere di opere.
Lanthimos sembra scavare un tunnel dentro le viscere della paranoia contemporanea, trasformando un’opera di culto sudcoreana, Save the green planet! di Jang Joon-Hwan, in un esperimento occidentale di straordinaria ferocia intellettuale. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, la storia ci traghetta in un seminterrato di una cittadina americana, in cui si consuma un dramma ai limiti dell’assurdo. Due uomini, prigionieri delle loro ossessioni, imprigionano una donna di potere. Il pretesto è surreale: smascherare una presunta aliena che tramerebbe l’estinzione dell’umanità. Ma il gioco è un altro: la discesa negli abissi del complottismo, laddove la paranoia si rivela un linguaggio comune di una società che ha smarrito ogni senso.

Lanthimos orchestra una partitura narrativa di ribaltamenti continui. Jesse Plemons incarna con inquietante precisione il volto di chi cerca nel complotto una ragione per esistere; Aidan Delbis offre la controparte esitante, fragile, quasi un’eco di coscienza che vacilla; Emma Stone è la maschera del potere e della vulnerabilità, un corpo enigmatico che non smette di oscillare tra sincerità e strategia.
In questo triangolo di forze attoriali, la comicità assurda diventa il più raffinato degli strumenti critici. Le ossessioni dei protagonisti, dalle api alla catastrofe globale, sembrano ridicole, eppure non lo sono mai del tutto: sotto la crosta della follia, pulsa la sostanza stessa delle nostre paure quotidiane. Il capitalismo predatorio, l’impotenza dell’individuo, la diffidenza verso i poteri invisibili che governano il nostro presente: Lanthimos estremizza il reale fino a renderlo caricatura.

Bugonia non è solo un thriller, non è solo una commedia, non è solo un dramma: è tutto questo insieme, e soprattutto è un’allegoria sulla natura porosa della verità. In un mondo che vive di bolle informative, di verità parallele, di eco digitali che si rafforzano a vicenda, il seminterrato del film diventa il simbolo della nostra condizione: un luogo chiuso, saturo di sospetto, dove ogni individuo costruisce il proprio universo privato, impermeabile agli altri.
Lanthimos sembra suggerire che la paranoia non è una devianza ma un destino: il riflesso inevitabile di una civiltà che ha sostituito la fiducia con l’ossessione, il dubbio con il complotto, la ricerca di senso con il delirio del controllo. Bugonia non offre risposte: semina dubbi, moltiplica ipotesi, ci lascia in balia del sospetto. È un cinema che scava, investiga, che ci denuda, che ci dice senza proclami che il confine tra paranoia e realtà è ormai la più fragile delle linee di gesso.


