Nel 2015 quasi un partecipante su tre aveva meno di trent’anni; nel 2025 la quota è crollata al 10%. Prezzi, logistica e invecchiamento della comunità mettono alla prova il principio di “inclusione radicale” su cui è stata costruita Black Rock City.
Quarant’anni dopo il primo falò sulla spiaggia di San Francisco, Burning Man si scopre adulto. Forse troppo. Il censimento 2025 di Black Rock City mostra che i partecipanti tra i 20 e i 29 anni sono scesi al 10%, contro il 31,6% del 2015. Nello stesso anno, la fascia tra i 30 e i 39 anni rappresentava il 38,7% del pubblico, mentre quarantenni e cinquantenni, sommati, arrivavano a quasi il 42%. Nel deserto del Nevada gli ultrasessantenni sono ormai quasi numerosi quanto gli under 30.
Per un evento fondato sull’idea di rigenerarsi ogni anno, il ricambio generazionale non è una semplice questione statistica. Burning Man non si definisce un festival, ma una città temporanea costruita dai partecipanti: niente spettatori, niente palcoscenico centrale, nessuna compravendita all’interno della playa. Per una settimana, decine di migliaia di persone producono installazioni, performance, accampamenti, servizi e rituali destinati in gran parte a sparire. Se le nuove generazioni smettono di arrivare, a essere minacciata non è soltanto l’affluenza, ma la capacità di costruire quella città.
La storia comincia nel 1986, quando Larry Harvey e Jerry James assemblarono una figura di legno e le diedero fuoco a Baker Beach davanti a un piccolo gruppo di curiosi. Dal 1990 l’esperimento si trasferì nel Black Rock Desert, trasformandosi progressivamente in uno dei fenomeni più riconoscibili della controcultura globale. Arte monumentale, cultura rave, spiritualità, tecnologia e vita comunitaria finirono per convivere dentro una metropoli effimera che oggi richiama circa 70 mila persone.
Ma raggiungere quella città senza denaro è impossibile, nonostante la sua economia interna si basi sul dono. Nel 2026 i biglietti sono stati offerti in fasce comprese tra 550 e 3.000 dollari, con un pass per i veicoli da 165 dollari, tasse e commissioni escluse. Il prezzo di 775 dollari, secondo gli organizzatori, copre il costo sostenuto per ciascun partecipante; le fasce superiori contribuiscono ai programmi di sostegno e ai finanziamenti per l’arte. Esiste anche un numero limitato di biglietti agevolati da 250 dollari, assegnati attraverso candidatura.

L’ingresso, però, è soltanto l’inizio. Bisogna raggiungere una zona remota del Nevada, trasportare acqua, cibo, riparo e attrezzature sufficienti per affrontare caldo, freddo e tempeste di polvere. Nel censimento 2025, il 25,1% degli intervistati indicava nel costo il principale ostacolo alla partecipazione; il 16,4% citava la difficoltà di ottenere giorni liberi dal lavoro o dallo studio. Tre quarti dichiaravano inoltre un reddito familiare superiore a 100 mila dollari e quasi il 29% superava i 300 mila.
Il risultato è un paradosso ormai strutturale: la “decommodificazione” comincia solo dopo aver superato una barriera economica molto alta. Accanto alle tende e alle cucine comunitarie sono comparsi voli charter, sistemazioni climatizzate e campi “plug-and-play” con servizi preparati da altri. Non rappresentano tutta Burning Man, ma ne hanno modificato l’immaginario, trasformando un esperimento anti-consumistico anche in uno status symbol per imprenditori tecnologici e professionisti creativi.
La crisi generazionale si vede inoltre nelle infrastrutture culturali. Nel 2026 alcuni campi storici, tra cui Death Guild Thunderdome, Zendo Project e Distrikt, hanno rinunciato a partecipare per problemi economici, organizzativi o di personale. Thunderdome richiede competenze tecniche difficili da sostituire; Distrikt stimava circa 200 mila dollari l’anno per costruire il proprio spazio; Zendo, che offre assistenza durante esperienze psichedeliche difficili, in passato è arrivato a spendere mezzo milione di dollari e a coinvolgere centinaia di volontari. Quando una comunità invecchia, non perde soltanto pubblico: perde braccia, conoscenze e successione.

Burning Man Project ha precisato che i dati preliminari del 2026 sembrano indicare un profilo leggermente più giovane rispetto al 2025. È un segnale da seguire, ma non cancella una tendenza lunga dieci anni. Il problema, inoltre, non consiste nel fatto che i partecipanti storici continuino a tornare. La fedeltà è una delle forze dell’evento: l’85,5% degli intervistati del 2025 indicava tra le ragioni del ritorno l’amicizia, l’appartenenza e l’incontro con persone affini.
La domanda è un’altra: i ventenni desiderano davvero ereditare l’utopia costruita dai loro genitori, oppure stanno inventando altrove le proprie comunità temporanee? A quarant’anni, Burning Man può continuare a bruciare il proprio simbolo ogni anno. Più difficile sarà evitare che, insieme alla grande figura di legno, si consumi lentamente anche la promessa di inclusione che lo aveva reso rivoluzionario.



