“Cantarella” di Nuria Mora all’Ambrosiana

Alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, nel pieno della Milano Art Week, Cantarella di Nuria Mora si misura con una questione centrale: come intervenire in un luogo saturo di storia senza trasformarlo in scenografia.

Cantarella, il progetto site-specific dell’artista madrilena, a cura di Gianluca Ranzi ed Elisabetta Mero, non si impone, ma si deposita, quasi per stratificazione, dentro uno dei luoghi più carichi di memoria della città.

Quando incontro Ranzi, il racconto si muove subito su un registro che è insieme critico e sensibile. Parla di rispetto – una parola che, nel lessico dell’arte contemporanea, rischia spesso di suonare retorica – ma qui si fa concreta. L’idea, mi spiega, non era “occupare” lo spazio, ma ascoltarlo. La Sala del Foro Romano non è un contenitore neutro: è un organismo storico, attraversato da secoli di narrazioni, e l’intervento di Mora nasce proprio da questa consapevolezza.

Il titolo stesso, Cantarella, introduce una soglia ambigua. Rimanda al veleno leggendario associato ai Borgia, una sostanza tanto silenziosa quanto letale, che secondo la tradizione accompagnava la vittima verso una fine quasi dolce, come un canto. È su questa ambivalenza, tra seduzione e pericolo, tra superficie e profondità, che si innesta il progetto.

E poi c’è la figura che aleggia, quasi inevitabile, tra queste mura: Lucrezia Borgia. Non tanto come personaggio storico da riabilitare, quanto come costruzione narrativa. Le sue lettere a Pietro Bembo, custodite proprio all’Ambrosiana, e quella ciocca di capelli conservata in teca, diventano indizi materiali di una presenza che la storia ha continuamente riscritto, distorto, teatralizzato.

Ranzi insiste su questo punto: Cantarella non vuole correggere la leggenda, ma abitarla. Aprire uno spazio in cui il mito e la realtà possano coesistere senza gerarchie, lasciando emergere le fratture del racconto storico, soprattutto quando riguarda il potere femminile. In questo senso, la mostra si configura come una riflessione sottile sullo sguardo: su chi guarda, su come guarda, e su cosa decide di vedere.

L’intervento di Mora si sviluppa come un’architettura immersiva che non interrompe, ma accompagna. Due grandi tele dialogano con le pareti, mentre tende in velluto introducono una dimensione quasi liturgica, fatta di soglie e attraversamenti. La luce, morbida, radente, non illumina, ma accarezza, restituendo alla materia una qualità vibrante.

Ceramiche smaltate espandono ulteriormente il campo pittorico, trasformando lo spazio in un dispositivo percettivo più che espositivo. Si ha la sensazione che ogni elemento sia lì non per essere guardato isolatamente, ma per contribuire a una coreografia più ampia, dove il visitatore diventa parte del racconto.

E in fondo, forse, è proprio questo il punto. Cantarella smette di essere il nome di un veleno per diventare una metafora: del corpo come superficie di proiezione, della bellezza come linguaggio ambiguo, del femminile come presenza che la storia ha spesso reso tossica o seduttiva, raramente autonoma.

Newsletter

Follow us

Scelti per te

Mare d’Arte Festival 2026 porta Milano Marittima oltre l’estate: arte pubblica, visioni urbane e il sogno della città-giardino

Una città-giardino immaginata, disegnata, costruita come relazione tra mare, pineta, architettura e vita moderna. È da questa origine che riparte Mare d’Arte Festival 2026, seconda edizione dell’hub culturale a cielo aperto in programma dal 3 al 12 luglio, con un’estensione che accompagnerà la città fino a settembre.

Hernan Bas a Venezia: a Ca’ Pesaro il turismo diventa pittura, tra selfie, dark tourism e città consumata

In un'estate afosissima, senza zone d'ombra o luoghi per ripararsi dal sole, Venezia si riempie di turisti. Complice una politica che mira al solo profitto - visti anche gli ultimi sviluppi sul tema del biglietto d'accesso - la turistificazione eccessiva di Venezia sfugge di mano tanto da divenire la normalità.

Picasso, Morandi e Parmiggiani a Venezia: la natura morta oltre il visibile alla Bevilacqua La Masa

La 61ª Biennale d’Arte di Venezia ha preso avvio nel consueto fermento delle prime settimane. Un fermento che, complice l’aggravarsi della condizione di Venezia malata di overtourism, non accenna a diminuire.
Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui