Nato da una notte d’inverno a Milano e da un raccoglitore di ricordi rimasto troppo a lungo chiuso, Caro Diario è il nuovo progetto di Domingo Nardulli. Una serie di manifesti affissi nello spazio pubblico che trasforma immagini e parole intime in un racconto collettivo, capace di intrecciare città, comunità e memorie personali.
Da Acquaviva delle Fonti a Milano, da Roma a Firenze, il progetto porta nelle strade la fragilità e la sincerità di un diario privato, aprendo un dialogo con chiunque si fermi a leggere. In questa intervista l’artista ripercorre le origini, le scelte e le prospettive future di un percorso che vuole restare autentico e condiviso, dentro e fuori lo spazio urbano.

Caro Diario nasce dall’intimità di immagini e parole semplici portate nello spazio pubblico. Qual è stato il momento o l’episodio personale che ha acceso l’idea di trasformare un diario privato in una galleria a cielo aperto?
Caro Diario è nato in una notte d’inverno, un po’ malinconica, solitaria e silenziosa, nella mia stanza al settimo piano di un appartamento nel cuore di Milano. Mentre riordinavo vecchi negativi nel raccoglitore, alcune foto mi hanno riportato ad emozioni e momenti che avevo vissuto intensamente. Il freddo, il silenzio della notte, le luci accese delle stanze dei palazzi vicini con persone sole, famiglie, genitori con bambini, coppie giovani mi hanno fatto sentire una connessione profonda con chi, come me, ha la fortuna di avere un posto in cui riscaldarsi. Da lì è nato un susseguirsi di accostamenti: ho aperto la mia cartellina di ricordi, frasi, dediche e pensieri intimi, iniziando a giocare con l’idea di unire immagini e parole.
Prendendo spunto da quelle connessioni che, se pur lontane, riuscivo a sentire vicine quasi mie, ho iniziato nelle settimane successive un viaggio silenzioso tra fotografie, ricordi sbiaditi, legami che il tempo ha trasformato. Amori perduti, piccoli successi, nuovi incontri, fragilità, paure che ancora bussano dentro. Ogni immagine, ogni parola è diventata un frammento di un racconto visivo e intimo, sospeso tra ciò che non torna e ciò che resta inciso nell’anima.
Caro Diario è una dedica malinconica e sincera a chi ha attraversato e percorso il mio cammino e a chi, come me, porta con sé quei momenti che non smettono di lasciare il segno.
In quel momento ho sentito il bisogno e l’urgenza di portare quella fragilità e quella intimità nello spazio pubblico reale, tra le strade che mi hanno visto camminare, correre e rallentare, trasformando un diario privato in una galleria democratica a cielo aperto.

Il progetto attraversa città diverse – da Acquaviva delle Fonti a Milano, Roma e Firenze – creando un ponte tra luoghi e comunità. Come cambia la percezione dei manifesti a seconda del contesto urbano e del pubblico che li incontra?
Creare un ponte tra luoghi e comunità per me significa accettare che ogni città risponda in modo diverso, perché diversa è la sua anima e la sua gente.
Sono città in cui ho vissuto, sono cresciuto, studiato e lavorato. Ognuna di loro ha lasciato in me qualcosa di molto profondo:
- Acquaviva delle Fonti, con le sue radici e la dimensione intima dei legami con la propria terra e con la famiglia.
- Milano, con la sua energia creativa, il confronto quotidiano con le innumerevoli connessioni che la città offre e con una passione, un amore che oggi non sa ancora in quale direzione andare.
- Roma, con la sua stratificazione di storie antiche e contrasti, che rappresenta anche parte della mia vita presente, una sorta di seconda casa.
- Firenze, con la sua bellezza silenziosa, mi ha insegnato ad osservare. È la città che più di tutte mi ha cambiato, ispirato e fatto rinascere. Mi ha accolto tra la sua gente e insegnato a cercare sempre la parte migliore di me.
Ogni città, con le persone e le relazioni che ho incontrato, mi ha educato, mi ha trasmesso valori e mi ha ispirato e contaminato in modo differente.
Ogni contesto urbano accoglie i manifesti, li assorbe e li rilegge attraverso i propri occhi. È proprio in questo incontro mutevole tra luogo, comunità e parole che Caro Diario trova la sua forza: diventare esperienza collettiva a partire da un’intimità personale.

Le frasi, spesso colloquiali o in dialetto, hanno un tono intimo e quotidiano. Che ruolo gioca il linguaggio nel suscitare empatia e senso di appartenenza nei passanti?
Il linguaggio per me è un abbraccio. Le frasi scelte come già detto nel punto 1, sono dediche e pensieri intimi spesso semplici, colloquiali in dialetto che nascono dalla mia quotidianità e portano con sé tutta la verità dei gesti piccoli e autentici. Non hanno la pretesa di insegnare, ma il desiderio di avvicinarsi: sono parole che puoi aver sentito a casa, per strada, in un ricordo lontano.
Il dialetto, soprattutto, custodisce radici emotive fortissime. È la voce dei genitori, dei nonni, delle amicizie dell’infanzia; è un codice affettivo che, anche se non lo si parla, tutti possono percepire come reale, caldo, umano, vicino. In questo modo chi passa davanti a questo manifesto non trova davanti a sé un’opera distante o intellettuale, ma una frase che sembra scritta anche per lui.
È lì che nasce l’empatia: nella possibilità di riconoscersi in parole intime ma universali, che trasformano la città in un grande diario collettivo. Il linguaggio diventa allora un ponte tra solitudini, un filo sottile che tiene insieme estranei e li fa sentire, anche solo per un istante, parte della stessa comunità di emozioni.

Caro Diario è solo il primo capitolo di una raccolta più ampia che porterà a una mostra indoor. In che modo immagini l’evoluzione di questo percorso, e quale dialogo vorresti instaurare tra la strada e lo spazio espositivo tradizionale?
Caro Diario è solo il primo capitolo di una raccolta più ampia, un cammino che dalla strada approda ad una mostra indoor, senza mai dimenticare da dove è partito. La strada è stata la mia prima casa e la mia prima scuola: per strada sono cresciuto, girando per le città in cerca di un cambiamento, di una crescita personale prima ancora che professionale. Ho sempre pensato che l’unico modo per conoscere e per esplorare la nostra anima fosse viverla intensamente, senza paura, abbandonando quegli schemi tradizionali che la società ci impone troppo presto.
Caro Diario nasce per strada come ricostruzione di questo percorso: un gesto intimo lasciato tra muri e passanti, un frammento di me consegnato a luoghi e persone che mi hanno accolto a braccia aperte, e con cui ho condiviso momenti autentici del mio cammino.
È lì che la mia intimità più profonda ha trovato ascolto, trasformandosi in un dialogo spontaneo e collettivo.
Portare domani Caro Diario in una mostra indoor significa dare continuità a quel respiro, aprire uno spazio nuovo di connessione reale con la gente. Significa incontrare chi per strada ha già incrociato la mia voce e chi non l’ha mai sentita, ma riconosce in quelle parole un riflesso della propria esperienza.
Per me un’esibizione indoor potrà essere un abbraccio: un luogo in cui esperienze di vite differenti si sfiorano, in cui persone che ogni giorno affrontano la loro intimità trovano un linguaggio comune, universale.
Non c’è distanza tra strada e spazio espositivo: c’è un dialogo. La strada apre, la mostra raccoglie. L’una custodisce l’imprevedibilità dell’incontro, l’altra invita a fermarsi, a sostare, a lasciarsi attraversare. Insieme diventano il corpo vivo di un percorso che appartiene tanto a me quanto a chi lo vive, trasformando il personale in collettivo, l’intimità in condivisione.
Per strada ci sono stati dei frammenti, indoor ci sarà Caro Diario con la sua interezza.



