Carsten Höller a Pechino: una mostra in cui il dubbio diventa opera

Una grande stanza dai colori accesi accoglie, dopo il corridoio di ingresso, il visitatore della mostra Carsten Höller – Two, all’UCCA Center for Contemporary Art di Pechino. Luci abbaglianti, sfumature di rosa che si riflettono ovunque, un’atmosfera sospesa tra il sogno e il gioco: il primo impatto è uno sbalordimento visivo. Al centro della sala, una gigantesca giostra illuminata gira lentamente su se stessa, invitando a salire su uno dei suoi seggiolini. È dall’alto di questo movimento circolare che si comincia a guardare davvero lo spazio e a notare la lunga parete specchiata che lo divide a metà. È qui che entra in funzione il meccanismo di Carsten Höller: non soltanto mostrare delle opere, ma chiedere al visitatore di attraversare la mostra in un modo piuttosto che in un altro. La parete è infatti composta da una sequenza di porte che si aprono e si chiudono secondo combinazioni differenti e conduce a una seconda sala, identica alla prima. Ci sono la grande giostra, le luci, le sculture e i video, ma qualcosa è cambiato radicalmente: qui tutto è in bianco e nero. I due ambienti hanno ingressi indipendenti, così che la prima scelta – o, meglio, il primo caso – si manifesti ancora prima che il percorso abbia davvero inizio. Si può entrare nella versione a colori oppure in quella desaturata, senza sapere perché sia toccata proprio quella. Non è una semplice differenza estetica: è il primo esempio della condizione di dubbio su cui Höller costruisce Two. La mostra non offre una sola esperienza possibile, ma mette il visitatore davanti alla consapevolezza che avrebbe potuto viverne un’altra.

Ph. Martina Bonetti_Carsten Holler, Two

Da questo momento in poi, la casualità diventa parte integrante del percorso. I corridoi centrali propongono direzioni differenti e le porte modificano continuamente la relazione con gli spazi successivi. Il visitatore non segue quindi una traiettoria prestabilita, ma attraversa una sequenza di possibilità. Nella parte centrale dell’esposizione il tema del doppio continua. Due letti grigi si muovono autonomamente nello spazio, seguendo traiettorie casuali. Sono i Two Roaming Beds (Grey), opera del 2015 che qui acquista una nuova dimensione attraverso la possibilità di trascorrere la notte all’interno della mostra. I letti sono identici, dotati di un sistema di navigazione automatica che li fa vagare lentamente per le sale; quando vengono utilizzati durante la notte, un dispositivo di disegno registra sul pavimento il loro percorso, trasformando il movimento dei corpi addormentati in una traccia visibile. Al risveglio, chi ha dormito sul letto può così ritrovare il tragitto compiuto mentre dormiva: un percorso che ha attraversato senza poterlo controllare. È un’opera che porta il principio della mostra a un livello ulteriore. Se fino a quel momento il caso determina quale porta attraversare o quale versione di un’opera incontrare, qui è il caso a governare addirittura il corpo mentre dorme. Il visitatore rinuncia temporaneamente al controllo e lascia che sia il dispositivo a decidere dove portarlo. Il mattino dopo, quella perdita di controllo diventa una traccia concreta, quasi una mappa del proprio sonno. 

Poco distante, un’altra opera mette in discussione proprio l’idea che due cose identiche debbano produrre lo stesso significato. In Twins (Tokyo, New York, Paris, Santiago, Vienna, Belgium, London, Milan, Santander, Beijing), due canali video mostrano coppie di gemelli provenienti da diverse città. I loro volti sono quasi indistinguibili, ma le loro parole costruiscono un paradosso. Uno afferma: “Dico sempre la stessa cosa che dici tu”; l’altro risponde: “Dico sempre il contrario di ciò che dici tu”. Le due frasi vengono ripetute, in lingue diverse, creando un dialogo che sembra sul punto di chiarire la situazione e invece la rende ogni volta più insolubile. Se il primo dice sempre ciò che dice il secondo, e il secondo dice sempre il contrario del primo, nessuno dei due può davvero confermare l’altro. Höller trasforma il doppio da rassicurante replica in una fonte di incertezza: più i due sembrano uguali, più diventa difficile capire quale delle due affermazioni possa essere vera. L’opera non chiede quindi di risolvere il paradosso, ma di restare dentro la sua impossibilità.

Ph. Martina Bonetti_Carsten Holler, Two

Two dichiara quindi che doppio non serve a confermare l’originale, ma a incrinarne la certezza. Due ingressi, due sale, due versioni cromatiche, due letti, due gemelli: ogni elemento sembra promettere una corrispondenza perfetta e finisce invece per introdurre una differenza. Höller definisce Two un “Laboratory of Doubt”, e il termine laboratorio è più esatto di quanto sembri. Non siamo davanti a una mostra che vuole dimostrare una tesi, ma a una sorta d videogame a dimensione umana in cui siamo attori pratognisti, un sistema di esperimenti in cui costituiamo ogni volta una variabile. Così, alla fine, ogni visitatore vede una propria versione della mostra, prende alcune direzioni, incontra determinate combinazioni di opere. Ma l’altra possibilità rimane sempre lì, dall’altra parte di una porta o di una parete specchiata.

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Martina Bonetti
Martina Bonetti
Fotografa e collaboratrice di numerose testate online e cartacee, scrive di fotografia, design e arte contemporanea. Dopo aver studiato tra Milano e Londra, attualmente si occupa di Digital Communication e Press Office in ambito museale.

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