Casa sospesa: perché in Italia 8 giovani su 10 vivono ancora con i genitori (e cosa dice questo sulla crisi abitativa)

La casa, in Italia, è diventata una promessa sospesa. Non più punto di arrivo simbolico dell’età adulta, ma variabile instabile, continuamente rinviata, negoziata, talvolta negata.

I dati più recenti descrivono una situazione che ha ormai il sapore di un paradosso: quasi otto giovani su dieci, tra i 20 e i 29 anni, vivono ancora con i genitori. Una percentuale che colloca l’Italia tra i contesti più critici a livello internazionale per difficoltà di emancipazione abitativa e che rende evidente come l’autonomia non sia più una conquista individuale, ma una possibilità sempre più rara.

I rapporti OCSE non fanno che confermare ciò che l’esperienza quotidiana mostra da tempo: il mercato immobiliare ha smesso di funzionare come un’infrastruttura di accesso alla vita adulta.

Tra affitti inaccessibili, richieste di garanzie sproporzionate, mutui subordinati a condizioni lavorative che la maggioranza dei giovani non possiede trasformano la casa in un bene selettivo. Non è solo una questione di costi, ma di temporalità: l’abitare viene spostato sempre più avanti, oltre i trent’anni, oltre la stabilità affettiva, oltre la possibilità stessa di progettare.

In altri contesti europei, l’uscita dalla casa dei genitori avviene molto prima e coincide con una fase di sperimentazione, spesso reversibile, dell’autonomia. In Italia, invece, l’emancipazione abitativa appare come un salto definitivo che richiede garanzie economiche e lavorative sempre più difficili da ottenere. La conseguenza è una compressione delle traiettorie biografiche: studio, lavoro, relazioni e abitare si sovrappongono in uno spazio domestico che non è più transitorio, ma permanentemente provvisorio.

Questa condizione produce effetti che vanno oltre la dimensione economica. Vivere a lungo nella casa d’origine non significa semplicemente risparmiare, ma abitare uno spazio carico di ruoli, aspettative, dipendenze implicite. L’autonomia viene richiesta sul piano simbolico – essere adulti, responsabili, flessibili – senza che ne siano fornite le condizioni materiali.

La casa diventa così il luogo in cui si manifesta una contraddizione profonda: una società che esige indipendenza, ma costruisce sistemi che la rendono impraticabile.

Nel dibattito culturale e progettuale, questa crisi ha progressivamente spostato l’attenzione dalla quantità di alloggi alla qualità delle condizioni di accesso.

Abitare non è più pensato come semplice occupazione di uno spazio, ma come questione strutturale che intreccia politiche urbane, modelli di convivenza, diritti sociali. Le sperimentazioni su co-housing, abitare temporaneo, riuso di spazi dismessi e nuove forme di edilizia pubblica indicano un cambio di prospettiva: la casa non come proprietà individuale, ma come infrastruttura condivisa, capace di rispondere a una precarietà diffusa.

In questo scenario, l’autonomia smette di coincidere con l’isolamento e l’idea moderna di casa come rifugio privato, separato dal contesto, mostra i suoi limiti.

Le nuove forme dell’abitare interrogano il confine tra privato e collettivo, tra intimità e prossimità. Non si tratta di romanticizzare la convivenza forzata, ma di riconoscere che la stabilità non può più essere garantita attraverso modelli abitativi pensati per un’altra epoca, fondata su lavoro stabile, nuclei familiari standardizzati e percorsi lineari.

Questa tensione è stata colta con lucidità già negli anni Settanta da Ugo La Pietra, che nel libro Viviamo affollate solitudini, descriveva l’abitare come una condizione ambigua, segnata dalla coesistenza di vicinanza e isolamento. La casa viene descritta come una scena relazionale in cui si riflettono le contraddizioni della città e della società. La solitudine, scriveva La Pietra, non nasce dall’assenza di altri, ma dall’impossibilità di una relazione autentica nello spazio condiviso.

Oggi questa intuizione appare più attuale che mai: le città sono dense, affollate, iperconnesse, eppure l’esperienza dell’abitare è spesso solitaria, frammentata, instabile. La casa diventa un luogo di compressione, dove si accumulano funzioni che prima erano distribuite: lavoro, riposo, socialità, cura. Allo stesso tempo, la sua inaccessibilità produce una nuova forma di esclusione, meno visibile ma altrettanto incisiva. Non si è senza casa, ma senza possibilità di averne una propria.

La ridefinizione dell’abitare assume così un valore che supera la dimensione architettonica, interroga il significato stesso di autonomia in un contesto di precarietà strutturale. Essere autonomi non significa più semplicemente vivere da soli, ma poter contare su una stabilità minima che consenta di scegliere, di cambiare, di restare e la dimora diventa il punto in cui si misura la distanza tra retorica meritocratica e realtà materiale.

Anche le politiche pubbliche mostrano questa ambivalenza. Da un lato, l’abitare viene riconosciuto come emergenza; dall’altro, le risposte restano spesso frammentarie, temporanee, affidate al mercato o a interventi straordinari. Manca una visione che consideri la casa come diritto e come infrastruttura sociale, non come premio per chi riesce a inserirsi in un sistema sempre più selettivo. L’emergenza abitativa non è un incidente, ma l’effetto di scelte strutturali che hanno progressivamente privatizzato il rischio e individualizzato il fallimento.

In questo quadro, la casa sospesa diventa una metafora potente, sospesa tra desiderio e impossibilità, tra dipendenza e autonomia, tra privato e pubblico. Ridefinire l’abitare significa allora ripensare il patto sociale che lega individui, città e istituzioni. Riconoscere questo significa ammettere che l’autonomia non è un fatto naturale, ma il risultato di condizioni collettive precise, che oggi vengono sistematicamente meno.

La crisi abitativa non colpisce solo i giovani: anticipa una fragilità destinata a estendersi ben oltre quella fascia generazionale. Interrogare la casa oggi significa interrogare la possibilità stessa di una vita autonoma, non come privilegio, ma come condizione condivisa. In questo senso, abitare non è semplicemente occupare uno spazio, ma prendere posizione dentro una società che deve decidere se continuare a chiedere autonomia senza offrirne le basi, o iniziare a costruirle davvero.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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