Si chiama Santa la performance (dal 12 giugno al 5 luglio) site specific immersiva e radicalmente sperimentale, che intreccia danza, musica, arte contemporanea in dialogo con gli spazi e le architetture delle ex Officine Meccaniche Reggiane, e oggi, polo di ricerca e di innovazione. Ad arricchire Santa, alcune opere di Maurizio Cattelan, generosamente concesse dall’artista. Una coproduzione Ccn/Aterballetto e Compagnia Sanpapié, prima tappa del nuovo format “Danze dell’Utopia” – ideato da Gigi Cristoforetti, un progetto artistico e culturale, improntato alla ricerca di un dialogo profondo con i territori e con le diverse discipline performative e artistiche.
“Crediamo ci sia bisogno di trasversalità nei linguaggi dell’arte, rimescolare i piani esprezzivi e che questo possa contibuire a coinvolgere nuovi pubblici, nuove generazioni”, sottolinea Cristoforetti, direttore generale e artistico del Centro Nazionale Aterballetto. E aggiunge. “La scelta dei capannoni 17 e 18 delle ex officine Reggiane di Reggiane Parco Innovazione non è casuale: sono qualcosa di più di una suggestiva scenografia industriale, è qui che dopo anni di abbandono e di degrado ha preso forma un esempio virtuoso di rigenerazione urbana, dove cultura, innovazione e ricerca si intrecciano”.

Le Officine Meccaniche Reggiane, o più semplicemente “Reggiane”, nate nel 1904, diventarono presto la principale realtà industriale di Reggio Emilia, si producevano vagoni ferroviari, proiettili di artiglieria, aerei da combattimento, sul finire degli anni trenta, occupandone un’area assai ampia, dando lavoro a migliaia di persone – ogni famiglia reggiana poteva contare almeno un membro impiegato alla fabbrica, fino ad arrivare alla crisi, e alla definitiva liquidazione. Quell’originario sito di 260.000 metri quadrati si trasformò in uno spazio fantasma, consegnato all’abbandono. Di recente è stato virtuosamente oggetto di un coerente progetto di rigenerazione urbana che ha condotto alla nascita di Reggiane Parco Innovazione: i capannoni che ospitavano i macchinari industriali sono stati gradualmente trasformati in uffici di imprese dedicate all’innovazione tecnologica, alla cultura e alle nuove economie.
“Santa: il titolo fa riferimento al quartiere Santa Croce di Reggio Emilia in cui si trova il Reggiane Parco Innovazione, luogo dell’azione performativa. Ma evoca pure un’idea del tutto laica e nondimeno profondissima e problematica di spiritualità”, commenta Nicolas Ballario che firma progetto, curatela, testi di SANTA. “Un’esperienza di arte totale che vuole contenere in se in sé storia e progettazione, nostalgia e visionarietà. Un gesto performativo per rigenerare lo sguardo”. Un cortocircuito tra linguaggi e che si fa detonatore poetico del percorso. “Io credo che questo posto sia veramente una testimonianza di come il dovere dell’architettura sia quello di riscrivere un nuovo modo di stare insieme – aggiunge Ballario. “Le opere di Cattelan, artista della provocazione, del dubbio perenne, non solo fanno vedere questo spazio in una maniera diversa, ma pongono domande sulla società contemporanea e i suoi paradossi, evidenziandone gli aspetti più disturbanti e traumatici. Cattelan in questo è maestro: riesce a prendere qualcosa che è sotto gli occhi di tutti e metterlo in una luce tale da risvegliare la gente, farla pensare o discutere. È riuscito a schiacciare il Papa sotto un meteorite, a impiccare tre bambini a un albero, ad appendere cavalli al soffitto o infilarli in una parete, ha inginocchiato Hitler e molto, molto altro. Si prende gioco del sistema dell’arte gia dalla sua prima mostra: fa chiudere la porta della galleria a chiave e fuori appende un cartello con su scritto Torno Subito”.
Muniti di cuffie, i viaggiatori/visitatori si muovono tra i capannoni riqualificati accompagnati dalla musica, ascoltando la storia delle Officine Reggiane, raccontate dalle parole di Ballario, imbattendosi nelle opere di Maurizio Cattelan, seguendo la partitura coreografica affidata a giovani e bravissimi performer (Gioele Cosentino, Vittoria Franchina, Gadr Lago Benito, Alberto Terribile, Kiran Luc Gezéls, Alessia Giacomelli, Michele Hu, Karline Olivia Kotila), in candida camicia, bermuda azzurro, calzini giarrettiere con bretelle regolabili.

Le azioni coreografiche sono affidate a Lara Guidetti,direttrice artistica della compagnia Sanpapié, co-produttrice del progetto, coreografa, regista, performer da sempre impegnata nella commistione dei linguaggi performativi (dopo studi di acrobatica e recitazione, si diploma come danzatrice e coreografa presso il corso di teatro-danza della Scuola Paolo Grassi di Milano) che in Santa costruisce un tessuto danzato itinerante e potente. “In SANTA, i corpi dei performer non raccontano ma evocano, si offrono come apparizioni, presenze che emergono e svaniscono, portando con sé tracce di ironia, bellezza, crudeltà e virtuosismo. Si muovono i corpi. Si muovono i pensieri, anche il pubblico è chiamato a muoversi insieme ai danzatori, ad entrare nello spazio della danza, a perdersi e a lasciarsi attraversare dall’inatteso”, sottolinea Lara Guidetti. “La stessa presenza dello spettatore, il suo occupare – e in questo caso attraversare – lo spazio, contribuisce alla realizzazione dell’atto performativo”.
Marcello Gori, sound designer e compositore (laureato in Lettere Moderne con una tesi su L’Ambleto di Giovanni Testori) accompagna le coreografie con tappeto sonoro colto e coinvolgente: da brani di John Cage (Tossed as it is untroubled, originariamente utilizzato come musica per il pezzo coreografato di Merce Cunningham, fu descritto in come “l’esteriorizzazione di una risata nella mente) a un pezzo giovanile profondamente spirituale di Igor Stravinsky (Symphony of Psalms) a Glenn Gould (So you want to write a fuge, un divertente omaggio a Bach e alle sue celebri fughe), Hendel (concerto in F maior) e musiche originali (Santa) composte dallo stesso Gori.

Partenza dalla Piazza. Percorrendo il capannone ci imbattiano in una figura rannicchiata coperta di stracci, contro un muro, somiglia in maniera inquietante ad un clochard in carne ed ossa. Invece è Homless, l’opera realizzata da Cattelan, un manichino fatto di stracci, artefatto che Ballario inserisce senza forzature nel racconto della vicenda storica delle Officine Reggiane, meta di numerosi senzatetto e migranti che vivevano in stato di povertà e miseria, durante il periodo di abbandono prima della riqualificazione dell’area industriale. “E forse Maurizio Cattelan con questi clochard che butta da qualche parte in ogni sua mostra, ci parla anche dell’ipocrisia dell’arte: l’artista è una figura anonima, ignorata, non degna di una casa, fino a non raggiungono il successo”, chiosa in cuffia Nicolas Ballario.
Saliamo sulla terrazza, a cielo aperto, insieme ai danzatori. Racconta ancora in cuffia Nicolas: “Gli operai non potevano accedere a questi piani, ai piani alti. La traiettoria è la stessa da cui partirono i colpi”. Nel 1943, gli operai scioperarono per manifestare contro quella guerra insensata, l’esercito aprì il fuoco sui dimostranti uccidendone 9 fra i quali una donna incinta.
Ilsecondo dopoguerra fu assai duro. Nel 1951, a fronte di un piano di 2100 licenziamenti, inizia la più lunga occupazione di una fabbrica da parte degli operai della storia italiana: 365 giorni, durante la quale gli operai progettarono e costruirono un innovativo trattor cingolato chiamato R60, ribattezzato “Vaca ad Fer” (mucca di ferro), con l’intento di dimostrare che l’azienda avrebbe potuto puntare a riconvertire la produzione da bellica a quella di macchinari per l’agricoltura. Il gruppo dei giovani performer si muovono creando figure incredibili attraverso l’eleganza dei movimenti, equilibrismi emozionanti, evoluzioni acrobatiche. Adesso indossano sul viso una maschera in velo di tulle bianco trasparente: diventano un gallo, un gatto, un cane e un asino, i protagonisti della celebre fiaba dei fratelli Grimm I musicanti di Brema (1819). Anche loro, dopo una vita di lavoro, come gli operai delle Reggiane sono diventati inutili. Dopo essere scappati dalle loro rispettive fattorie, perché i loro padroni volevano farli fuori, prendono la via di Brema, decisi a entrare nella banda cittadina.
Fuori dal capannone 19, un vero coup de théâtre: l’arrivo trasportato su un apecar del Dito di Cattelan, un modello alto tre metri, dell’arcionata opera in puro marmo di Carrara, posta (nel 2010) davanti al palazzo della Borsa di Milano, quel Palazzo Mezzanotte costruito in pieno ventennio fascistsa, raffigurante una mano con quel gestaccio provocatorio e irriverente del dito medio che si erge imponente, e sfidante, alzato verso il cielo e che ironicamente si chiama L.O.V.E. acronimo di Libertà, Odio, Vendetta, Eternità, oltre che ovviamente per “amore”, ribaltandone il significato, accentuandone il senso di spiazzamento. Un simbolo controverso e discusso, oggetto di molteplici interpretazioni. Più che risposte, i lavori di Maurizio Cattelan pongono domande. “Per me l’arte è vuota, trasparente: è un dispositivo per mettere in moto interpretazioni che appartengono a chi guarda. Alla fine sono gli spettatori a fare il lavoro degli artisti”.
Seguendo quel gesto irriverente e ironico, si arriva all’ex Mangimificio Caffarri, dove la quinta e ultima opera di Cattelan chiude il percorso, l’autoritratto Untitled (2001). L’artista, inafferrabile ed enigmatico, fa capolino, con sopracciglia alzate e un lieve sorriso, da un buco scavato nel pavimento, meravigliato di essere caduto (forse, chissà) nel mondo dell’ arte.

Usciamo dai padiglioni. Di fronte a noi i 13 silos dell’ex mangimificio Caffarri – abbandonato agli inizi degli anni 2000, oggi riconvertito in luogo di formazione e aggregazione dedicato ai giovani. Sono stati trasformati in opere d’arte permanente The Organ Pipes (inaugurato nell’ottobre 2024) dal britannico David Tremlett. Eleganti, monumentali, colorati si innalzano come canne d’organo, creando un “ritmo” visivo attraverso variazioni cromatiche che simulano un movimento musicale. Un invito a fermarci per un momento e ad ascoltare la musica silenziosa che ci circonda. Un altro tassello artistico di rifgenerazione industriale e culturale. E siamo solo agli inizi, promettonp, qui alle ex Reggiane, restituite alla collettività.
Reggio Emilia – Reggiane Parco Innovazione, Capannoni 17 e 18.
Santa ha debuttato il 12 giugno e la coinvolgente esperienza potrà essere vissuta per tre fine settimana (dal giovedì al sabato) fino al 5 luglio.
Gli spettacoli si terranno dal giovedì al sabato, il 12,13 e 14 giugno, il 26, 27 e 28 giugno e il 3, 4 e 5 luglio.Tre repliche al giorno: ore 19:30, 21:00, 22:15
Biglietto unico: 5 euro. qui per acquisto online


