Cattelan? È come un piccolo Enver Hoxa nella nostra testa. Che ci racconta la deriva del mondo nel momento stesso in cui accade

Oggi, lo confesso, ho comprato un Cattelan. Sì, proprio un Cattelan. Mi è arrivato a casa con la sua bella scatola, elegantissima, i guanti bianchi per estrarlo dal piccolo cofanetto per il collezionista, la sua brava autentica firmata dall’artista e rilasciata da Avant Arte, la piattaforma internazionale che produce e distribuisce edizioni realizzate in collaborazione con alcuni dei maggiori artisti contemporanei: tutto perfetto, tutto impeccabile, tutto quanto al suo bravo posto. Un piccolo Cattelan, certo. E, se mi chiedete quale, ve lo dico subito: non quel Cattelan: no, non il Papa colpito dal meteorite, La Nona Ora, una delle opere che, in fondo, di Cattelan ho amato di più: così spiazzante, così sorprendentemente profetica, con il suo senso insieme di sorpresa e di disperazione, come un evento impronunciabile precipitato nel mondo fino ad allora relativamente tranquillo in cui vivevamo (non in quello di oggi, naturalmente, dove siamo ormai assuefatti a qualsiasi immagine imprevedibile o scioccante, tra meme, falsificazioni, invenzioni digitali e apparizioni mostruose partorite dal web, e dove persino il presidente degli Stati Uniti può rovesciare in un solo pomeriggio sulla rete una raffica di post deliranti, grotteschi e distopici, senza che nessuno riesca più davvero a distinguere la provocazione dalla minaccia, la caricatura dalla realtà). Ricordo, ricordo assai bene, allorché la vidi per la prima volta alla Biennale di Venezia, nel 2001: fu come una piccola scossa elettrica, che mi dava insieme uno strano senso di gioia, di eccitazione e di spavento.

Perché quell’opera, credevo allora e credo anche tutt’ora, rappresentava, in qualche maniera, l’inizio della fine: la fine di ogni nostra certezza di vivere in un mondo in cui tutto aveva una propria casellina, pur contraddittoria e complessa che fosse, dove tutto aveva in qualche modo un ordine – persino l’ordine mondiale, diviso in due blocchi contrapposti e sospeso in bilico sul crinale di una possibile distruzione reciproca, conservava ancora, dentro i propri orrori, le proprie guerre di spie, le proprie stragi palesi o silenziose e le proprie contraddizioni interne, una sua grammatica, un sistema di pesi e contrappesi, persino una forma, per quanto terribile e perversa, di razionalità; un mondo in cui esisteva ancora la certezza di vivere comunque in un Occidente che credevamo, sotto sotto, anche noi più critici, anche noi che avevamo coltivato l’esercizio del dubbio, della critica e del dissenso fin dalla più tenera età, rappresentasse, in fondo, l’unico orizzonte possibile in cui muoversi, quello che, dopotutto, portava al resto del mondo civiltà, democrazia, tolleranza, possibilità del dissenso e anche della lotta, senza per forza dover essere tacciati, come avviene oggi, come “terroristi”. Ebbene, quell’opera è stata l’inizio della fine per tutti noi, che pure a quel mondo dicevamo di non credere. Dopotutto eravamo critici, eravamo ribelli, credevamo di essere anticonformisti: e forse lo eravamo, in qualche modo, sì, ma dentro regole tutto sommato condivise; anche con Gladio, Cossiga, Gelli, i servizi deviati, le trame eversive e le stragi fasciste, e poi mafia, corruzione, pappine e pappette, tutto quello che volete e conoscete: ma era dentro quel perimetro che sentivamo di doverci muovere, di poterci muovere. Poi, quel perimetro è saltato. È finita un’epoca, se vogliamo: insieme all’ordine mondiale sono saltate, una dopo l’altra, tutte le certezze sulle quali avevamo costruito la nostra idea del presente e del futuro; sono tornati a vacillare diritti e conquiste civili che credevamo ormai acquisiti, e persino quei valori elementari che pensavamo potessero ancora costituire, se non una legge comune, almeno l’orizzonte entro cui continuare a confrontarci, a dissentire, persino a combattere. Pietà l’è morta, potremmo chiosare, guardando le stragi quotidiane che ormai neanche i Tg più accomodanti si preoccupano più di nascondere o smussare. E, con la pietà, è morta la ragionevolezza, il buon senso, il senso del limite, persino la vergogna: quella misura elementare e non scritta che ci faceva avvertire che esisteva pur sempre una linea oltre la quale né gli individui né gli Stati avrebbero dovuto, o potuto, spingersi.

Ebbene, allora, no, signori: non è quella l’opera che mi è arrivata a casa con la sua brava scatolina, con la sua confezione raffinata ed elegante. È un’altra, e il protagonista, oltre che l’autore, è proprio lui, Maurizio Cattelan: un piccolo, stupefatto, incredulo, sarcastico – sotto sotto, come sempre è stato e sempre sarà – Maurizio Cattelan, con l’aria stralunata e quasi un po’ stupita di essere giunto fin qua, di avere rappresentato e di rappresentare ancora, lui asino, lui giullare, lui eterno menestrello del contemporaneo, l’apice di quel contemporaneo che tutti noi ci affanniamo da anni a cercar di leggere e interpretare; e tuttavia ridotto, da se stesso, a una figura scalza e inerme, le braccia abbandonate lungo i fianchi, il corpo che penzola contro la parete, come un bambino messo in castigo, una marionetta abbandonata a un unico filo, il trionfatore trasformato nella propria caricatura e forse persino nella propria vittima. We are the Revolution, si intitola, e già il titolo rende quella posizione ancora più beffarda: perché la rivoluzione, qui, non avanza, non marcia baldanzosa verso il futuro e non chiama nessuno a raccolta, ma se ne sta, sola, desolata, al muro, scalza, rimpicciolita, quasi incapace di sostenere il peso della propria stessa leggenda. Una statuetta – così, in fondo, dovremo chiamarla – realizzata in resina nel 2025 e prodotta in mille esemplari, che riprende quasi letteralmente un suo autoritratto senza titolo del 2000 e ce lo riconsegna oggi, venticinque anni dopo, identico e diverso, trionfatore e vittima, allo stesso tempo protagonista e zimbello del proprio tempo: ancora, instabilmente, appeso per il bavero come un imbucato acciuffato nel bel mezzo della festa. E io, per il bavero, dovrò decidermi ad appenderlo a un chiodino in casa, da qualche parte, in mezzo alle tante, tante altre opere che conservo, che ho accumulato nel tempo e che mi guardano dai muri come presenze mute del mio passato, delle mie passioni, delle mie battaglie, delle mie crisi, delle mie tragedie, delle mie nostalgie e dei miei amori, come fantasmi muti di un tempo che non potrà più tornare.

Ebbene, dovrò dunque appenderlo. Ma perché l’ho comprato, oltre sei mesi fa?, mi sono spesso domandato, nella lunghissima attesa (parte, non c’è dubbio, dell’astuta e ben orchestrata operazione di marketing), tra il momento dell’acquisto e quello in cui me lo sono finalmente trovato tra le mani. Per fare un investimento? Ma no, ma no: dopotutto, per una piccola opera riprodotta in mille esemplari, non so se diventerà poi chissà che grande investimento; e comunque, non è stata quella la molla che mi ha fatto scattare la voglia di comprarlo. Allora forse perché è uno status symbol, e volevo anch’io il mio pur piccolo, composto, pacificante Cattelan appeso in casa? Può anche essere: la vanità, oltre che la vacuità, dell’uomo non è mai misurabile fino in fondo, né prevedibile, neppure a se stessi. E tuttavia non credo che sia neppure questo il motivo. Il motivo più vero, più recondito, credo che sia un altro.

Per spiegarvelo, devo tornare a un’estate lontana, l’estate del 1991, o ’92, quando io e Silvia, l’amata moglie e compagna di una vita, partimmo con gli zaini su una nave carica di gente, che ci sembrava un misto tra una di quelle navi che un tempo salpavano per l’America, sospese tra speranza e disperazione, e un immenso traghetto stipato di macchine, tante macchine, Mercedes soprattutto, portate dall’Occidente verso altri lidi, per poi essere vendute, riassemblate o riconvertite. Dovevamo approdare in Albania, nel porto di Durazzo. Noi, unici turisti con lo zaino, i capelli scarmigliati, l’aria ancora da piccoli figli dei fiori un po’ fuori tempo massimo, arrivammo dunque, quella mattina, nel porto di Durazzo, Silvia con una canottiera corta, che le lasciava impudicamente scoperto più di quel che il pudore comandava, io con la mia brava reflex appesa al collo; ma, di fronte alla visione che ci trovammo davanti, non osai nemmeno toccarla, la mia reflex, quasi che il semplice gesto di sollevarla potesse trasformare in immagine, e dunque in spettacolo, qualcosa che spettacolo non era, e non poteva essere. Sembrava, quello che avevamo davanti, una sorta di Giudizio universale senza angeli né trombe, in cui tutti si accalcavano, si chiamavano, si spingevano, aspettando qualcosa, qualcosa che necessariamente avrebbe dovuto arrivare da fuori: da quel mondo esterno che per anni avevano soltanto immaginato, sognato, o visto alla Tv (già allora captavano le onde lunghe della TV italiana, dunque quasi tutti parlavano già un po’ di italiano), e che ora irrompeva all’improvviso nelle loro vite senza che nessuno sapesse ancora quale forma avrebbe assunto, quali promesse avrebbe mantenuto e quali altre, invece, avrebbe finito per tradire.

Arrivammo dunque in Albania, nell’Albania appena uscita dall’incubo del comunismo realizzato di Enver Hoxha, un incubo dittatoriale spaventoso persino per me, che continuavo a credere, non certo nel comunismo malamente realizzato e trasformato in tragedia dai piccoli e orrendi dittatori, spesso sanguinari, che hanno affollato la storia del Novecento, ma nel comunismo teorico e scientifico di Marx, che vedeva e prevedeva un mondo più giusto, più equo, più libero, pacificato in qualche maniera dagli orrori e dalle contraddizioni del capitalismo, di cui solo più avanti avremmo visto i frutti più subdoli, più perfidi e più velenosi. Ebbene, anche per me, persino per me, giovane comunista berlingueriano, avvezzo e fiero di quella “terza via al socialismo” che non voleva né essere prona ai diktat sovietici o cinesi, né sottomessa alle leggi perverse di quel liberismo selvaggio e che presto sarebbe divenuto la legge indiscutibile del contemporaneo, beh, persino per me, quella dittatura era stata un indicibile deserto di barbarie. Quando arrivammo a Tirana, dunque, in quell’Albania non c’era quasi più nulla: il regime era appena caduto, e non succedeva letteralmente più niente: non c’era lavoro, non andavano i treni, non andavano gli autobus, non funzionavano gli uffici pubblici, quasi non c’erano neppure più negozi; le persone, se avevano una macchina, ci dormivano dentro per paura che qualcuno, durante la notte, ne staccasse pezzo a pezzo i deflettori, i finestrini, il parabrezza, i cerchioni e le portiere per rivenderli. Ebbene, in quell’Albania appena liberata conoscemmo tante persone, ragazzi e ragazze come noi allora, qualcuno poco più vecchio, che sognavano un mondo diverso; e chissà se sentono di averli raggiunti, quel sogno e quel mondo diverso. Certamente hanno avuto più benessere; hanno avuto più soldi, modernità, lavoro, libertà: e a volte, quella libertà permette loro di potersi anche ribellare, come quando il loro presidente, un artista, un socialista, minaccia tuttavia di svendere parte delle loro coste ad interessi più forti, ad interessi stranieri.

Saranda, Albania, 1991. Foto Leonora Enking/Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0.

Tra quei giovani c’erano, tra gli altri, un regista, un giovane e promettente regista, che sognava una sorta di neorealismo albanese; c’era un giovane economista che, chissà, forse oggi è diventato un importante economista della nuova Albania; c’erano giovani artisti, giovani d’ogni passione e d’ogni professione, che credevano in un altro mondo; uno di questi ragazzi, ricordo, una sera, durante una conversazione appassionata, per spiegarmi la loro Albania, quella in cui erano nati e cresciuti, mi disse: “Vedi, noi siamo nati, siamo cresciuti e abbiamo sempre avuto un piccolo Enver Hoxha seduto in un angolo della nostra testa. È come se il nostro piccolo Enver Hoxha ci seguisse in ogni cosa che facciamo, ci guardasse, ci giudicasse, ci ascoltasse; fosse lì, sempre presente, in qualsiasi momento: quando giochiamo, studiamo, amiamo, parliamo, pensiamo, quando siamo tristi e quando siamo felici. Quel piccolo Enver Hoxha è sempre lì, che ci piaccia o no: per noi che l’abbiamo odiato e per chi l’ha amato, per chi ha creduto nella sua rivoluzione e per chi non ci ha creduto. Tutti noi conserviamo in un angolino della nostra testa, costantemente, questo piccolo Enver Hoxha che ci segue, ci guarda, ci ascolta, ci giudica”. Ebbene, ho pensato a questo quando mi sono trovato a scartare quella piccola statuetta che riproduce Maurizio Cattelan, sapendo che prima o poi dovrò metterla, dovrò appenderla al muro, a un chiodo in casa mia, in mezzo alle centinaia e centinaia di quadri che ho accumulato in tutta la mia vita, e che, in qualche modo, rappresentano plasticamente e visivamente non solo la mia esistenza di critico, di giornalista, di collezionista, di appassionato d’arte, ma davvero tutta la mia esistenza: le mie passioni, le mie intuizioni e, perché no, anche i miei abbagli.

Ricordo ancora di una volta – anche se non ricordo dove lo scrisse o lo disse, credo fosse in una sua risposta ad una delle sue famose lettere su Flash Art – Giancarlo Politi, il mio eterno arcinemico (per me: lui, giustamente, mi considerava assai poco, forse nulla, a confronto dell’élite artistica e critica cui era abituato), lui, al quale avevo imparato in qualche modo a stimare e a modo mio a voler bene, ancora prima che morisse: perché, per molto tempo, lo avevo considerato il rappresentante di quel nuovo che avanzava, facendo a pezzi le certezze acquisite, rappresentante di una nuova arte oligarchica, superelitaria, super intellettuale e pochissimo aperta a chi dell’arte non era avvezzo, il cui unico scopo, credevo fosse occupare mentalmente e culturalmente tutte le posizioni di quel nuovo potere avanzante e dominante; e di cui, poi, avevo invece cominciato a rivalutare la passione, la frenesia operativa, la grande intelligenza nel capire e interpretare – pur con la sua notoria arroganza e intolleranza verso chi non fosse d’accordo con lui – il presente e, in qualche modo, anche il futuro: più il presente, forse, il suo presente, che non il futuro di oggi, lo spaventoso futuro che oggi ci attanaglia e in cui viviamo; ecco, Politi un giorno, non ricordo dove (forse in una delle sue celebri risposte alle altrettanto celebri Lettere al direttore), disse o scrisse: “Cosa se ne farà poi mai Riva di tutti quei quadri che accumula?” – giacché era noto che io fossi un accumulatore seriale di opere, di tutti gli artisti che amavo, che seguivo, che sostenevo, e che a volte avevo anche contribuito a far diventare ricchi, senza diventare ricco io.

Ebbene, cosa me ne facessi allora, non lo so; cosa me ne faccia oggi, forse, lo so ancora meno, e tuttavia mi ritrovo ancora oggi a domandarmelo. Ma forse era la domanda stessa, in fondo, a essere sbagliata: di tutti quei quadri, dopotutto, non dovevo farmene nulla: proprio nulla. Ci vivevo insieme, semplicemente, e tutt’ora continuo a vivere con loro, e insieme continuiamo a guardarci, da anni, dalle pareti di casa. Ed ecco che, da domani, una nuova opera mi guarderà. Ma non sarà soltanto un’opera, o forse non è nemmeno propriamente un’opera: è proprio lui, Maurizio Cattelan, quello che tutti noi – amanti dell’arte, frequentatori dell’arte, interpreti dell’arte, critici di questo sistema o suoi genuflessi adoratori, come i tanti che si sono, a suon di piaggerie, conquistati posti di potere – ci portiamo sempre dietro, appoggiato in qualche maniera in un angolino della testa, come gli albanesi di un tempo con il loro piccolo Enver Hoxha. Ce lo portiamo nella testa (o appeso in casa, ma è lo stesso) perché, che ci piaccia o no, anche noi che lo abbiamo analizzato, criticato, studiato, che abbiamo cercato di capire il meccanismo quasi irrazionale e sofisticatissimo che lo ha fatto diventare uno degli artisti più importanti di questo passaggio di secolo – pur, a volte, nella povertà o nell’insensatezza delle sue opere, o addirittura nella loro mancanza –, ebbene, tutti noi, quel piccolo Cattelan, ce lo portiamo dietro. Perché, che ci piaccia o no, Cattelan è la rappresentazione plastica e visiva di ciò che è diventata, di ciò che sta diventando, non solo l’arte di oggi, ma, attraverso l’arte, che del mondo è sempre l’interprete irrazionale, talvolta indecodificabile e tuttavia chirurgicamente esatta, di ciò che sta diventando il mondo stesso; un mondo in cui non ci sono più opere da adorare, tecniche da imparare, stili da comprendere e da mettere a confronto. Non c’è più storiografia, metodo, analisi, confronto. Siamo oltre qualsiasi Tramonto dell’Occidente, per dirla con Spengler, siamo oltre qualsiasi distruzione delle certezze un tempo acquisite, siamo oltre le scuole, oltre gli stili, oltre lo svolgimento lineare della storia, e delle storie (dell’arte, della letteratura, del cinema, della musica); siamo oltre l’umanità, oltre il senso di pietà, oltre il buon senso che un tempo ci faceva pensare che il mondo fosse comunque retto dai suoi cardini, a volte spaventosi, durissimi, contro i quali dare battaglia, ma pur sempre cardini visibili, sensati, razionali. Oltre le opere, oltre le immagini ben dipinte di un tempo e i lambiccamenti concettuali su cui si son fondati interi imperi.

Perché tutto questo, oggi, è stato superato. Siamo in mezzo a un guado spaventoso di cui nessuno riesce a scorgere l’altra riva, né la nemesi finale. E ogni opera di Cattelan, se così le si può chiamare, ogni opera successiva alla precedente, sembra sempre, e ogni volta, più puntuale, e puntualmente, e spaventosamente, una perfetta interprete di ciò che stiamo per vivere, di ciò che stiamo già vivendo. Ogni opera rappresenta tutti noi, il nostro mondo, la deriva spaventosa in cui siamo immersi e alla quale non possiamo sottrarci. Quella deriva in cui non ci sono più bellezze da adorare, aura da cui lasciarsi rapire, ma immagini che, nel momento stesso in cui provano a scandalizzarci, vengono raggiunte e superate da una realtà molto peggiore di quel che avevamo anche solo provato a immaginare. Era già accaduto nel 2004, quando Cattelan appese all’antica quercia di piazza XXIV Maggio i tre famosi bambolotti, scalzi, gli occhi spalancati: Milano insorse, discusse, gridò allo scandalo; un povero moralizzatore dell’ultima ora si arrampicò sull’albero per tirarli giù, e finì per precipitare lui stesso al suolo, fracassandosi qualche arto. Quell’immagine, allora, parve intollerabile persino come finzione artistica: oggi, davanti ai corpi, veri, dei bambini uccisi a Gaza e nelle tante guerre che insanguinano il mondo, non insorgiamo più, non discutiamo quasi più: li guardiamo passare sui nostri schermi, li sopportiamo, alle volte ci indigniamo per qualche decina di minuti (i famosi 15 minuti di celebrità, sostituiti dai 15 minuti d’indignazione), e subito dopo lasciamo che un’altra immagine venga a cancellarli.

Ed era accaduto con Him, nel 2001, il piccolo Hitler inginocchiato in preghiera, il corpo da scolaretto e il volto-simbolo del male, realizzato quando l’immagine del Führer era ancora il cancro rimosso e mai estirpato dall’immaginario delle democrazie nate sulle macerie del nazifascismo e dell’orrore dell’Olocausto – un nome che, come disse lo stesso Cattelan, faceva male persino pronunciare; oggi quel volto, quei simboli, quei ghigni, quella violenza inestirpata, tornano a essere esibiti, senza più vergogna, e persino i nazisti dell’Illinois, che tanto ci avevano fatto ridere nei Blues Brothers, sembrano oggi essere scivolati, quasi senza che ce ne accorgessimo, dalla parodia alla cronaca. E ancora, era accaduto con All (2007), i nove corpi di marmo distesi sotto altrettanti sudari: quella che allora poteva apparire la scena estrema di un obitorio, di una strage o di una fossa comune, è diventata ormai una delle grammatiche ordinarie dei nostri telegiornali.

E poi, certo, il water d’oro, America (2016), che aveva rappresentato plasticamente il trumpismo prima ancora che il trumpismo mostrasse fino in fondo il proprio vero volto; e infine quella che oggi è forse la sua non-opera più iconica, la famosa banana attaccata al muro, Comedian, del 2019, che ci restituisce in maniera spaventosamente chirurgica la realtà alla quale siamo già  da tempo abituati: una realtà in cui persino l’antico feticcio delle merci di marxiana memoria sembra ormai cosa consolatoria, perché non c’è più alcun feticcio da adorare, non c’è più nemmeno alcuna merce: siamo noi tutti, dopotutto, ridotti a merce, una merce immateriale ma perennemente in procinto d’essere messa da parte, sostituita, divorata, rottamata: siamo noi tutti un’opera, un frutto insieme naturale e artificiale, massificato e spettacolare, insostituibile eppure sostituibile in ogni istante; capace per un momento di stare felicemente sotto i riflettori e, nello stesso tempo, destinato già domani, o soltanto fra poche ore, a essere mangiato, masticato, triturato, gettato nel dimenticatoio.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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