C’è un “abisso” nel Teatro di Corte, la mega installazione di Per Barclay alla Reggia di Caserta

Si intitola “Abisso” la complessa installazione site-specific realizzata per la Reggia di Caserta da Per Barclay, artista visivo nato a Oslo nel 1955, ormai adottato dalla città di Torino. Il 21 maggio l’esposizione, a cura di Marina Guida, è stata ufficialmente aperta al pubblico nel Teatro di Corte. Il progetto ha visto la collaborazione della Galleria Giorgio Persano di Torino, in seguito alla selezione del Comitato scientifico del Museo attraverso il bando di valorizzazione partecipata del primo semestre 2025 della Reggia di Caserta.

Per Barclay ha trasformato il teatro settecentesco della Reggia di Caserta in un abisso riflettente, colmando il pavimento con olio esausto, un fluido nero simile al petrolio. Questa superficie liscia, specchiante e al tempo stesso oscura, altera radicalmente la percezione dello spazio, immergendo i visitatori in un mondo di riflessi enigmatici.

Per loro è come entrare nell’abisso, potendo ammirare l’opera disponendosi nei palchi o fermandosi all’ingresso della platea, liberata dalle poltrone. Il pubblico è, dunque, invitato a confrontarsi con il riflesso dello sfarzoso soffitto affrescato con il grande lampadario centrale. Lo specchio nero non restituisce quindi solo l’immagine di chi guarda, ma suggerisce l’esistenza di un mondo intimo nascosto, misterioso e straniante. L’artista sembra voler evocare la verità insita dentro ogni essere umano, l’attrazione che si cela nella vertigine della scoperta di sé e nella conoscenza profonda. Tutto ciò accade proprio in un teatro, simbolo della rappresentazione per eccellenza.

“I dettagli ornamentali e il fasto decorativo si perdono e riemergono sotto nuove angolazioni, come in una visione onirica e disorientante. Barclay induce una riflessione critica sull’apparenza e sull’effimero, trasformando lo spazio in una soglia tra il reale e l’irreale. Il petrolio non solo modifica la percezione fisica, ma coinvolge lo spettatore in un’esperienza ambivalente, in cui bellezza e inquietudine si fondono: ora è lo stesso osservatore a essere in scena”, scrive la curatrice Guida.

Nell’abisso di Per Barclay la “riflessione” è anche sui danni ambientali. D’altronde, l’olio esausto richiama alla memoria come colore e come consistenza il petrolio. È tanto repellente, ma l’artista riesce a dare nuova vita e dignità artistica a tale rifiuto, generando bellezza dal più profondo degrado.

Per la corretta lettura della mega installazione di Per Barclay è utile ripercorrere le tappe della sua formazione. Dopo aver studiato Storia dell’Arte all’Università di Bergen, Per Barclay ha completato la sua formazione artistica in Italia, frequentando l’Istituto Statale d’Arte di Firenze, l’Accademia di Belle Arti di Bologna e quella di Roma. Ha vissuto nella Capitale dal 1982 fino all’86, a Napoli dall’87 all’89.

Negli anni partenopei Barclay ha vissuto in pieno la straordinaria stagione con le mostre importanti da Lucio Amelio e da Lia Rumma, poi l’apertura di Alfonso Artiaco e ancora Lucia Scalise con il suo spazio bellissimo, inaugurato proprio con una sua mostra. Nel 1989 la seconda mostra nella galleria di Lucia Scalise, giocata sul fuori/dentro, con grandi vasche di vetro riempite d’acqua (un prologo alla grande installazione in corso alla Reggia di Caserta), che si muovevano lentamente grazie a un sistema di pompa. Nell’occasione furono anche tagliate le ringhiere dei balconi.

In realtà, Barclay era proprio “di casa” in quello spazio, in quanto usava la galleria come studio quando non c’erano mostre, dando anche un aiuto nella gestione. Proprio nella stagione napoletana, l’artista ha avuto modo di conoscere la Reggia di Caserta.

E ora il suo “ritorno” dopo circa 35 anni. Ma se gli anni napoletani sono stati importanti per Barclay, più di tutto è stato l’ambiente torinese ad avere una netta influenza sulla sua pratica. A cavallo degli ultimi decenni del secolo breve gli influssi dei maestri poveristi erano sempre più ben evidenti nel panorama contemporaneo italiano e gli incontri con Merz, Zorio e Kounellis hanno segnato il percorso del giovane artista norvegese.

Barclay, infatti, sperimentava differenti supporti come la fotografia, l’installazione, la scultura oggetto e il suono, con l’obiettivo di restituire al pubblico un’esperienza originale, quella in relazione allo spazio. È così che già nel 1989 nasceva la prima “oil room”, l’intera stanza diventava una scena in cui l’artista creava la sua opera e costruiva il proprio racconto.

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