Centri storici in vendita: benvenuti nell’era della foodification

È successo a tutti. Cammini nel centro storico che credevi immutabile e ti accorgi che qualcosa ha ceduto. La vecchia merceria non c’è più: al suo posto un locale dalle insegne rétro promette “autentica” cucina locale. La ferramenta è diventata un cocktail bar. La lavanderia ora serve hamburger gourmet sotto una giungla di piante finte e neon strategicamente calibrati. Benvenuti nell’era della foodification: la trasformazione dei centri storici in parchi tematici del gusto, dove l’autenticità è scenografia e il cibo diventa uno spettacolo da consumare, a tavola e sullo schermo.

Il termine nasce attorno al 2010 a Brooklyn, quando i primi osservatori notano che interi quartieri stanno cambiando pelle: fabbriche riconvertite in food hall, botteghe sostituite da ristoranti hipster, lo spazio urbano riorganizzato attorno al consumo alimentare. Ma il punto non è solo quantitativo. Cambia la natura stessa del cibo, nuovo medium estetico e contenuto social integrato nell’esperienza turistica. La foodification è questo: il cibo come leva di sviluppo urbano, marketing territoriale, attrattività globale. Mangiare diventa un atto “instagrammabile” prima ancora che gustativo; il locale in cui ci siediamo è il set delle foto che condivideremo.

L’invasione dei locali clonati

In Italia il fenomeno esplode intrecciandosi con l’overtourism. Napoli, Roma, Firenze, Venezia, Milano, Bologna: i centri storici si riempiono di locali che vendono un’italianità patinata, stereotipata, calibrata sulle aspettative di masse turistiche in crescita costante. Carbonara ovunque, spritz a ogni angolo, pizza “come una volta” prodotta con efficienza da catena globale. Il “New York Times” ha denunciato il rischio senza mezzi termini: l’Italia potrebbe ridursi a cartolina di se stessa, con tradizioni replicate in serie per soddisfare la domanda internazionale. “Tutto lo ‘stivale’ – sottolinea Giuseppe D’Addio, chef e direttore della Scuola Dolce & Salato di Maddaloni, in provincia di Caserta – vive anche di turismo enogastronomicograzie alla forza straordinaria della sua cucina. Oggi questo valore è stato ulteriormente riconosciuto anche dall’UNESCO. Il turismo gastronomico è una leva fondamentale, soprattutto al Sud e in Campania, dove registriamo dati molto positivi che però generano anche fenomeni di overtourism. Circa il 30% dei turisti in Campania arriva per la gastronomia: una cucina iconica, rappresentativa, eterogenea, che non stanca. Il rischio però esiste, ed è già realtà da anni: il cibo è diventato il veicolo del turismo esperienziale. In sé è un fatto positivo, perché è un turismo basato su cultura e curiosità. Il problema nasce quando questa esperienza si trasforma in formule standardizzate, ‘all you can eat’, dove la cucina diventa massiva e perde identità”. Il problema, infatti, non è il cibo ma il rischio di omogeneizzazione.

Passeggi e avverti un déjà-vu continuo. Design industrial-chic, piante sospese, menù “fusion” che promettono autenticità ma consegnano standardizzazione. Locali che simulano l’identità locale senza averla davvero. “Il turismo è tornato a funzionare molto bene e, insieme al fenomeno dei B&B e degli appartamenti acquistati per essere affittati ai turisti, sottraendo così risorse abitative ai centri storici, si è creata una combinazione di fattori che ha concentrato, nei centri storici delle città italiane più turistiche, il peggio della ristorazione”, spiega Massimo Bernardi, fondatore di “Dissapore” e oggi autore della newsletter “L’Italia fa qualcosa”. “Si tratta – continua – di un’offerta che non guarda a una proposta culturale interessante, ma esclusivamente al profitto, concentrandosi su pochi prodotti di moda: determinati cibi iconici o lo spritz come alter ego alcolico. Questo appiattisce completamente lo scenario gastronomico. Si arriva così a casi come quello di Palermo, con una trentina di ristoranti solo in via Maqueda: distese monocromatiche di tavolini tutti uguali, dove si mangia e si beve sempre la stessa cosa. Situazioni analoghe si riscontrano anche in città come Firenze, Venezia, Milano e Bologna”.

Il cibo come elemento di gentrificazione

Dietro le vetrine Instagram-friendly si muove una trasformazione economica profonda. La foodification è anche gentrificazione. In Sicilia e in Campania mercati storici e botteghe artigiane cedono il passo a franchising travestiti da tradizione. A Firenze intere strade del centro sono ormai monocolture gastronomiche. Gli affitti salgono, i residenti si spostano verso le periferie, le attività storiche chiudono. A guadagnare sono investitori e grandi gruppi che moltiplicano format replicabili; a perdere sono le comunità locali. I centri storici diventano spazi monofunzionali: aprono all’ora di pranzo, chiudono dopo cena, privi di quella stratificazione abitativa, commerciale, artigianale che garantiva vitalità e senso di appartenenza.

L’algoritmo del gusto

Sarebbe così pervasiva la foodification senza social media e algoritmi? Il “foodporn” domina piattaforme come Instagram e TikTok. Cerchi “dove mangiare a Roma” e gli algoritmi privilegiano locali fotogenici, non necessariamente memorabili al palato. L’intelligenza artificiale suggerisce esperienze ad alto engagement. Il risultato è un circuito autoreferenziale: i locali progettano piatti e ambienti per essere fotografati, i clienti li scelgono per produrre contenuti, gli algoritmi li premiano con visibilità. Il gusto si adatta all’obiettivo. L’esperienza diventa performance. Non tutto è scritto, però. In alcune città emergono comitati di quartiere, moratorie amministrative, politiche di tutela per botteghe e artigiani. La domanda è semplice e radicale: che città vogliamo? Parchi a tema gastronomici per visitatori di passaggio o spazi vivi abitati da comunità reali? “Spesso – conclude Bernardi – i governi sono legati a una ‘strategia dell’annuncio’: si celebrano i numeri del turismo, come il superamento della Francia o l’avvicinamento alla Spagna, ma i problemi dell’overtourism restano irrisolti. I decisori dovrebbero concentrarsi sui dati: se il 75% dei flussi riguarda solo il 5% del territorio nazionale, la priorità è sviluppare l’undertourism. L’Italia è ricchissima di attrattive: piccoli comuni e borghi potrebbero beneficiare di una promozione più mirata, anche in stagioni diverse da quelle di punta. Destagionalizzare e organizzare un’offerta turistica nei territori meno frequentati, ma altrettanto attrattivi, è la vera missione”. La risposta, in fondo, passa anche da noi: da dove scegliamo di sedere, da cosa decidiamo di fotografare, da quale idea di città vogliamo continuare ad alimentare.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Valentina Monarco
Valentina Monarco
Nata a Napoli, laureata in scienze politiche, giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato come ufficio stampa e addetto alla comunicazione per enti e istituzioni del territorio, collaborando con diverse testate nazionali e locali. Oggi è impegnata nella valorizzazione e nella promozione di iniziative che uniscono storia, territorio e sperimentazione, e collabora con diverse realtà, locali e nazionali, come giornalista freelance, esplorando nuovi racconti e progetti culturali.

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