Se il linguaggio è la prima forma di controllo sociale, quello aziendale ne rappresenta oggi l’espressione più pervasiva. Alla Galleria Moitre di Torino, la mostra Corporate Porn. Fenomenologia dell’oscenità organizzativa e tensioni di resistenza del collettivo DMAV si propone come una decostruzione radicale e necessaria dell’universo manageriale contemporaneo.
Curata da DMAV e Decentral e con i contributi di Pim De Morree (Corporate Rebel), Francesca Quaratino, Francesca Moriani, Gianluca Spolverato e Alessio Moitre, l’esposizione mappa un decennio di interventi visivi, performance e installazioni progettate per esplorare il lato perturbante del capitalismo d’ufficio. L’operazione non si ferma alla superficie della satira, ma si sviluppa a partire dagli strumenti scientifici della sociologia del lavoro e dei Critical Management Studies (CMS), richiamando l’eredità teorica di studiosi come Burrell (1997) e Pelzer (2002) per svelare come la burocratizzazione linguistica abbia finito per fagocitare l’identità del lavoratore.
Il linguaggio aziendale e l’ossessione per il controllo
Il percorso espositivo mette subito a nudo l’oppressione linguistica che caratterizza i rapporti con le industrie, un fenomeno particolarmente radicato nel contesto produttivo del Triveneto ma ormai esteso su scala globale. Nel commentare le opere in esposizione, il gallerista Alessio Moitre evidenzia come si assista a un vero e proprio “ingolfamento”, un sovraccarico che non riguarda solo il vocabolario, ma riflette l’impatto pervasivo di una visione del mondo interamente sottomessa alle logiche aziendali.
Costruzioni verbali sature di acronimi – in cui si accavallano richieste di revisionare i TPI o chiudere gli OKR per piegarsi a una pura logica di delivery – diventano all’ordine del giorno. Si tratta di un linguaggio speculativo che spesso non significa nulla: un vocabolario svuotato di senso che serve unicamente a mascherare le reali problematiche interne o a veicolare messaggi volutamente ambigui.
In questa stratificazione burocratica e verbale, l’essere umano scompare, fagocitato da titoli e organigrammi: «Non sei neanche più davanti a delle persone» osserva Moitre, descrivendo l’alienazione dei ruoli, «sei davanti al CEO, al project manager… il nome e cognome non te lo ricordi, però sai qual è la loro esatta mansione». Espressioni come “meeting” o la reperibilità “H24” non sono più semplici modalità operative, ma marchi quotidiani che rendono l’esistenza lavorativa pesante e insostenibile.
Una delle sezioni più riuscite della mostra decostruisce la cultura del cosiddetto “Panic Manager”, un modello tossico radicatosi nell’ultimo decennio anche a causa dell’introduzione massiccia di sistemi gestionali rigidi come SAP. Le opere restituiscono visivamente quella dinamica aziendale caratterizzata da un “panico totale, dove tutto è sempre in ritardo, dove tutto deve essere fatto esattamente il giorno dopo o andava fatto il giorno prima”. Una pressione assurda che costringe i lavoratori a ritmi insostenibili, simulando l’urgenza di dover salvare vite umane anche quando si svolge un lavoro in cui non si salva nessuna vita, come ad esempio la realizzazione di un banale prodotto di grafica.

Fenomenologia del “Corporate Porn”: la parola come esibizione di potere
È proprio in questo cortocircuito che si rivela il profondo legame tra la pornografia e il gergo corporate, giustificando il titolo stesso della mostra. All’interno delle dinamiche aziendali, le parole e le sigle vengono esibite in una dimensione di continua ed esasperata performance. Il collettivo traccia un parallelo illuminante: così come il consumo immediato della pornografia contemporanea veicola ai giovani il messaggio fuorviante di una sessualità dominata da una dimensione fisica di assoluta onnipotenza, allo stesso modo l’esibizione sistematica dell’acronimo più oscuro diventa una dimostrazione di forza.
L’uso di questo gergo incomprensibile si configura come l’ostentazione della parola intesa come corpo del potere, un esercizio di prevaricazione che assomiglia da vicino all’esibizione della sessualità usata come forma di dominio e sottomissione. C’è una dimensione profondamente oscena nel mostrare continuamente questi termini che sembrano scritti perennemente in “capslock“, cioè in lettere maiuscole, pensati per schiacciare l’interlocutore sotto il peso del ruolo.
I DMAV non si limitano a una denuncia sterile o distaccata. Essendo essi stessi professionisti che operano all’interno delle dinamiche aziendali, il loro sguardo è quello di un infiltrato. Fondato nel 2012, il collettivo – inizialmente composto da quattro membri e poi allargatosi a otto, supportato da una rete capillare di imprese satelliti in diverse regioni – utilizza l’arte sociale per intercettare ed elaborare un’enorme quantità di dati e tendenze difficili da analizzare individualmente. Nel loro progetto, i membri del gruppo smontano sistematicamente mantra e acronimi manageriali, trasformandoli in veri e propri dispositivi critici per rivelare e scardinare le gerarchie tossiche che pervadono il mondo del lavoro.
In occasione dell’inaugurazione, questa attitudine si è tradotta in una performance musicale dal vivo, legata alla pubblicazione di contenuti su Spotify, in cui l’ironia è diventata l’arma principale per smontare i cliché linguistici più abusati del management: dalla vuota retorica del “cambio di mindset” fino alla mistificazione della “persona posta al centro” dell’organizzazione.
Il cuore di questa operazione di sabotaggio semantico si esprime attraverso la reinterpretazione radicale delle sigle più note del gergo corporate. L’acronimo HR (Human Resources), ad esempio, viene provocatoriamente riscritturato in Human Remorses (rimorsi umani). Una ridefinizione che nasce dall’esperienza diretta del collettivo in contesti in cui la gestione è strumentale al mero profitto e si traduce in licenziamenti o gravi pressioni psicologiche sui lavoratori. Ne sono un esempio le derive pornografiche dell’organizzazione contemporanea, come l’uso di “mystery client” (clienti fittizi) per spiare i dipendenti e usarne i feedback come pretesto per i licenziamenti, o la normalizzazione di turni estenuanti che impongono una reperibilità costante giorno e notte.

Questo lavoro di decostruzione investe l’intera facciata etica dell’impresa. La sigla DEI (Diversity, Equity, Inclusion) viene tradotta in un’opera pittorica intitolata Diversity, Equity and Illusion, mentre la CSR (Corporate Social Responsibility) si trasforma in Cosmetic Sustainability Report, smascherando una sostenibilità che spesso si riduce a una moda passeggera o a una mera operazione di marketing di facciata.
Anche il comune FYI (For Your Information) viene svelato nella sua reale e cinica natura sotterranea come Fuck Your Ideas: un preludio formale che apparentemente introduce qualcosa di positivo, ma che in realtà nasconde l’assoluto disinteresse per le idee altrui, fungendo da anticamera per scaricare un problema sul destinatario. Infine, la mutazione del Project Manager (PM) in Panic Management mette in luce come anche i progetti più importanti finiscano per generare uno stress assoluto, alimentando l’incidenza di quello che può essere definito come il disturbo d’ansia “managerializzato” dei nostri tempi.

Il progetto ha il merito di allargare lo sguardo oltre le pareti dell’ufficio, leggendo il malessere aziendale come una frattura storica e geografica. Da un lato emerge il divario generazionale: i Millennial si configurano come una generazione cresciuta con il dogma del sacrificio, dei tirocini non pagati e dell’accettazione della sottomissione nella speranza di una futura assunzione, subendo le logiche di uno sfruttamento variabile legato alla propria accondiscendenza.
Dall’altro lato ci sono le nuove generazioni che rifiutano in blocco questa alienazione, affermando con decisione di non voler subordinare la propria esistenza ai ritmi aziendali e rivendicando il diritto a una vita che non sia definita dal lavoro. Un cortocircuito che sta costringendo le imprese a fare i conti con il paradosso di dover finalmente pagare le prestazioni professionali.
Il percorso tracciato da “Corporate Porn” rifiuta le facili consolazioni. Sebbene esistano fughe individuali dal corporativismo, l’esposizione evidenzia l’assenza di un Piano B collettivo, concentrando l’attività dei DMAV sulla necessità di generare una profonda consapevolezza critica. Se delle persone aprissero davvero gli occhi su questi meccanismi alienanti, certi compromessi non verrebbero più accettati in modo passivo e quasi anestetizzato; solo allora il sistema sarebbe costretto a cambiare.




