C’era una volta il Fantabosco: dalla Melevisione ai Me contro Te, come è cambiata la tv per bambini

In principio fu Uan, poi fu la volta di Tonio Cartonio con gli amici del Fantabosco e oggi, nel 2025, eccoci alle prese con il dissing tra i Me contro Te e i DinsiemE a colpi di podcast e canzoni rap. Non c’è dubbio: negli ultimi 20 anni, in coincidenza non casuale con l’arrivo di YouTube e delle sue emanazioni, tra cui la versione Kids, la tv per l’infanzia ha subito un’evoluzione drastica.

È cambiato il ruolo della tv e in parallelo sono cambiati, piuttosto velocemente, i linguaggi e i modi di fruire della cosiddetta “tv per bambini”. Prima dell’avvento dei social media, delle piattaforme a pagamento e del dominio dell’algoritmo sulle nostre vite, il modello dominante di tv per l’infanzia erano i programmi confezionati appositamente per i più piccoli, destinati alla tv generalista (Rai YoYo nasce nel 2006) e ancora in grado di incarnare quella ritualità tipica dell’”oggetto” tv: orari fissi, spesso legati alla scuola, appuntamenti quotidiani, visione condivisa in famiglia.

“La televisione per bambini negli anni ’90 e 2000 – spiega ad Artuu Daniela Cardini, professoressa ordinaria di Storia e linguaggi della TV dell’Università Iulm di Milano – era organizzata principalmente intorno a palinsesti ben definiti, influenzati dal tempo sociale che scandiva le giornate. Questo schema includeva programmi chiave, come il telegiornale delle 20, ma anche appuntamenti mattutini che segnavano tappe precise durante la giornata. Le reti generaliste rispettavano questo modello, riservando spazi specifici al pubblico giovane: i cartoni al mattino, i programmi più strutturati per il pomeriggio post-scuola. Prodotti pensati per essere seguiti in famiglia, con linguaggio e contenuti adatti all’intrattenimento infantile. I conduttori inoltre erano figure specificamente create per il pubblico dei bambini, combinando educazione, in particolare sui canali Rai, e comicità e intrattenimento, sui canali oggi Mediaset, per garantire un ambiente sicuro e riconoscibile ai giovani spettatori”.

In questo senso, la Melevisione, programma lanciato dalla Rai nel 1999 e andato in onda fino al 2015, è l’incarnazione perfetta dell’ultima “recita” della tv come “finestra” sul mondo, prima dell’avvento della comunicazione digitale e dell’abbattimento di ogni altra intermediazione. Ambientato nel Fantabosco, un luogo incantato popolato da fate, elfi, gnomi, streghe e folletti, la Melevisione, con uno stile teatrale, favolistico e didattico, ha saputo raccontare in ogni episodio storie con una morale, spesso legata all’educazione civica, emotiva o ambientale, diventando un pilastro dell’infanzia per diverse generazioni.
Tra fantasy, teatro e pedagogia, ancora oggi in molti ricordano con affetto le avventure di Tonio Cartonio e dei suoi amici, Lupo Lucio, Fata Lina, Strega Varana, Milo Cotogno e tanti altri. In un incontro tra “epoche” diverse, la scatola dei ricordi legata alla Melevisione ha fatto sì che, proprio grazie ai social, alcune puntate particolarmente riuscite siano tornate nell’immaginario collettivo per diventare quasi iconiche.

Nell’episodio “Il segreto di Fata Lina”, si affronta il tema delle molestie e degli abusi sui minori, partendo dal racconto di un’esperienza drammatica vissuta dalla fatina protagonista del racconto. Lutto, figli adottivi, maschilismo, rispetto dell’ambiente e della libertà altrui: temi importanti per piccoli ascoltatori che, grazie al linguaggio e alla scrittura della Melevisione, venivano informati e spesso educati con garbo ad affrontare questioni “grandi”, grazie alla fiaba e al gioco.

Non solo. Per la prima volta in un programma per bambini, il personaggio principale e presentatore, il già citato Tonio Cartonio, si rivolgeva direttamente ai piccoli ascoltatori, senza mediazioni, per coinvolgerli nelle trame e nei ragionamenti.

“La nostalgia per la Melevisione – continua Cardini – è comprensibile, perché si trattava di un programma costruito con attenzione, un linguaggio mai banale e un pensiero educativo chiaro. Oggi sarebbe difficile da replicare: i contenuti si fruiscono in solitudine, su schermi piccoli, senza mediazione adulta. Il punto non è tornare indietro, ma chiederci se, nel mare magnum del digitale, esistano ancora contenuti davvero pensati per l’infanzia, capaci di parlare con rispetto e consapevolezza”.

Dalla Melevisione in poi, la tv per l’infanzia ha attraversato una trasformazione profonda. L’arrivo dei canali tematici, delle piattaforme pay-per-view e, in seguito, soprattutto, dei social media e delle app come YouTube, ha cambiato radicalmente le modalità di fruizione: da un’esperienza collettiva e lineare a una fruizione on demand, spesso solitaria.

Questo ha inciso non solo sulla distribuzione dei contenuti, ma anche sul modo in cui vengono pensati e costruiti i programmi per bambini. È in questo spazio in continua evoluzione, che canali come quello dei Me Contro Te, i due vlogger palermitani che hanno debuttato su YouTube nell’ormai lontano 2014, hanno ridefinito le regole d’ingaggio, integrando interattività, personalizzazione e una connessione più diretta tra creatori e pubblico giovane.

Così come cambia il mezzo di fruizione – dal grande schermo con orari prestabiliti, al dispositivo digitale con contenuti sempre nuovi e disponibili – la figura del “presentatore-guida” è stata rimpiazzata da quella dei creatori, tra esperimenti, immagini di vita quotidiana e scherzi.

Se la Melevisione rappresentava un esempio di TV educativa con una chiara mediazione tra contenuto e pubblico, oggi la situazione è completamente diversa. Agli albori, l’identità digitale dei Me contro Te era quella di una coppia simpatica e giocosa che faceva sfide, esperimenti, tutorial e vlog quotidiani, con uno stile amatoriale e molto diretto.
Con il tempo, il loro canale si è evoluto in un vero e proprio brand per l’infanzia. Hanno introdotto personaggi ricorrenti e narrazioni, come il Signor S e Perfidia, creando una sorta di universo narrativo.

Piaccia o no, i Me contro Te sono diventati un fenomeno crossmediale: non solo youtuber, ma imprenditori digitali con una forte presenza su tutte le piattaforme, in edicola e nei negozi. Oggi possono contare su oltre 7 milioni di iscritti al canale YouTube ufficiale, 1,6 milioni su Instagram e oltre 3 su TikTok, libri, sponsorizzazioni, ben 8 film all’attivo, due stagioni di una serie tv distribuita da PrimeVideo, concerti, canzoni. Un vero e proprio impero con milioni di euro di fatturato.

“A ben vedere – sottolinea Cardini – non si tratta di una vera novità. I Me contro Te funzionano grazie al passaparola: hanno creato un brand solido, che ha saputo estendersi al cinema, agli spettacoli dal vivo, ai prodotti in edicola. È un caso di brand extension riuscita.
Il punto però è che oggi i canali attraverso cui i bambini e i ragazzi comunicano non sono più quelli di una volta. Se il conduttore della Melevisione rappresentava una sorta di ponte tra il dentro e il fuori, tra lo spettatore e il contenuto, oggi quella distanza è venuta meno.
Si interagisce direttamente con il personaggio o con l’influencer attraverso i social, gli eventi dal vivo, le chat, le live. C’è una condivisione continua che passa attraverso lo strumento tecnologico e la disponibilità di contenuti in rete. Intorno a un singolo prodotto si coagula una galassia di contenuti, modalità di fruizione e forme di interazione, spesso tutte mediate dal telefono, più che da uno scambio diretto e fisico.

Oggi, più che mai, la tv per l’infanzia non è più solo una questione di palinsesti, pupazzi o conduttori in costume: è un ecosistema digitale complesso, dove contenuto e interazione si fondono e dove il confine tra intrattenimento, pubblicità e vita quotidiana è sempre più sottile.
I bambini non sono più semplici spettatori: sono utenti attivi, follower, partecipanti. In questo contesto, non si tratta di rimpiangere un passato idealizzato, ma di interrogarsi su quale sia oggi il senso e il ruolo dei contenuti pensati per l’infanzia.

L’accesso alle tecnologie ha reso i bambini utenti sempre più autonomi, ma non per questo meno bisognosi di riferimenti chiari, linguaggi adeguati e strumenti di comprensione del mondo.
La sfida, per chi produce contenuti, è continuare a costruire prodotti capaci di parlare ai più piccoli con responsabilità, senza cedere solo alla logica del consumo veloce o dell’engagement a tutti i costi. Perché anche nel 2025, fare “tv per bambini”, in qualunque forma, resta un atto culturale.

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