A Ulassai, nel centro Sardegna, esistono luoghi in cui l’arte sembra arrivare prima delle parole. Strade, pietre, telai, fili, montagne, silenzi: tutto concorre a costruire una geografia che appartiene insieme al paesaggio e alla memoria. È dentro questa dimensione, sospesa tra realtà e racconto, che prende forma “Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore”, la mostra che dal 13 giugno celebra i vent’anni della Fondazione Stazione dell’Arte, mettendo in dialogo due figure tra le più poetiche e radicalmente immaginative del Novecento: Marc Chagall e Maria Lai.
Curata da Paul Schneiter e Marco Peri, l’esposizione nasce come un incontro tra due universi lontani per coordinate geografiche, formazione e linguaggio, eppure attraversati da una medesima tensione: trasformare il proprio luogo d’origine in una sorgente inesauribile di immagini. Da una parte Vitebsk, la città natale di Chagall, con le sue case, le sue figure sospese, gli animali simbolici, gli amanti in volo, i violinisti, le memorie ebraiche trasfigurate in visione. Dall’altra Ulassai, il paese di Maria Lai, con le sue tradizioni orali, le leggende, le scritture cucite, i pani, i telai, i libri d’artista, le mappe affettive di una Sardegna divenuta linguaggio.
Il titolo, “Il villaggio interiore”, coglie il punto più fertile di questo confronto. Il villaggio, per entrambi, è molto più di un dato biografico. È una matrice mentale, un archivio emotivo, un paesaggio originario capace di continuare a generare forme. Chagall porta Vitebsk dentro Parigi, dentro la modernità, dentro il colore acceso del sogno. Maria Lai porta Ulassai dentro la contemporaneità, dentro il gesto antico del cucire, dentro una concezione dell’opera come relazione, racconto, comunità. In entrambi i casi, l’origine diventa visione universale.
Le oltre settanta opere in mostra, tra dipinti, incisioni, libri d’artista, tessiture e opere su carta, costruiscono così un percorso che vive di risonanze più che di confronti formali. La mostra evita l’idea del parallelismo didascalico e preferisce aprire uno spazio di ascolto tra due grammatiche poetiche. Chagall sembra muoversi dentro un teatro dell’anima, popolato da creature leggere e simboliche, dove la memoria assume la consistenza della fiaba. Maria Lai lavora invece sul filo, sulla traccia, sulla parola cucita, trasformando il racconto in materia, il mito in gesto, la comunità in forma.
Il risultato è un dialogo che riguarda il senso stesso dell’immaginazione. In Chagall la realtà si solleva da terra, perde peso, si abbandona al colore e alla visione. In Maria Lai la realtà viene legata, annodata, ricucita, riportata alla sua dimensione affettiva e collettiva. Due movimenti diversi, quasi opposti, conducono alla stessa intuizione: l’arte custodisce ciò che la vita disperde e lo restituisce in una forma capace di parlare a tutti.
La mostra inaugura anche le celebrazioni per i vent’anni della Fondazione Stazione dell’Arte, aperta l’8 luglio 2006 per volontà di Maria Lai e dell’Amministrazione comunale di Ulassai. Un anniversario che assume un valore particolare, perché ricorda la natura stessa di questo museo: un luogo nato da un dono, pensato come eredità viva, come spazio di incontro e crescita attraverso l’arte contemporanea. La Stazione dell’Arte, in questo senso, continua a incarnare una delle intuizioni più potenti di Maria Lai: l’opera vive pienamente quando genera legami, quando esce dalla cornice e diventa esperienza condivisa.
Accogliere Chagall a Ulassai significa allora creare una nuova possibilità di lettura anche per Maria Lai. Il confronto con uno degli artisti più amati del Novecento illumina la profondità lirica del suo lavoro, la sua capacità di tenere insieme arcaico e contemporaneo, intimità e universalità, racconto popolare e pensiero visivo. Allo stesso tempo, la presenza di Maria Lai restituisce a Chagall una dimensione ulteriore, meno legata al solo incanto dell’immagine e più vicina alla forza originaria della memoria.
Promossa dal Comune di Ulassai e prodotta dalla Fondazione Stazione dell’Arte con il supporto organizzativo di Arthemisia, la mostra è finanziata dall’Unione Europea attraverso il programma NextGenerationEU, nell’ambito del PNRR per la rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi. Una cornice significativa per un progetto che parla proprio di luoghi marginali solo in apparenza, capaci invece di generare immaginari centrali, potenti, necessari.


