Abitare uno spazio significa, prima ancora che viverlo, attraversarlo con la memoria. È tra pareti che custodiscono assenze, corridoi che si trasformano in labirinti interiori e stanze che diventano metafora dell’esistenza che prende forma la ricerca di Chiara Vellini. Vincitrice del Premio Arte Contemporary Art Venice 2026, assegnato nell’ambito della prima edizione della rassegna ospitata alla Scuola Grande di San Teodoro, e assegnatole dal maestro Ercole Pignatelli, l’artista propone una poetica intensa, nella quale la dimensione autobiografica si trasfigura in racconto universale, facendo dell’arte uno strumento di conoscenza, resistenza e rinascita.
La sua ricerca attraversa pittura, installazione, scultura, video e suono senza mai perdere coerenza. Ogni linguaggio è scelto in funzione dell’idea, perché ogni opera nasce dall’esigenza di dare forma a ciò che la parola, da sola, non riesce a esprimere. Le Stanze dell’abitare, fulcro del suo lavoro più recente, diventano così luoghi simbolici in cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi con il proprio vissuto, in un continuo dialogo tra memoria personale e esperienza collettiva.
In questa conversazione Chiara Vellini ripercorre il proprio cammino artistico, raccontando come la pittura sia diventata un gesto necessario e come l’arte abbia assunto, nel tempo, il valore di una pratica salvifica. Un’intervista che restituisce il ritratto di una giovane artista dalla visione già matura, capace di trasformare la fragilità in linguaggio e il vissuto individuale in una riflessione condivisa sul senso dell’abitare e del ritrovarsi.

Quando è nato il tuo rapporto con l’arte?
“Credo da sempre. Ho iniziato a disegnare quando avevo tre anni e non ho mai smesso. L’arte è sempre stata il mio linguaggio naturale, il modo con cui riesco a leggere la realtà e raccontarla”.
Il tuo lavoro spazia dalla pittura alla scultura, fino alle installazioni, ai video e alle opere sonore. Perché questa scelta?
“Perché non credo che un solo linguaggio possa raccontare tutto. La pittura rimane il mio punto di partenza, la mia forma mentis, ma ogni progetto richiede il mezzo più adatto per essere espresso. Ci sono temi che la pittura riesce a evocare con grande forza e altri che trovano una dimensione più completa attraverso l’installazione, il video o la scultura. Per me il linguaggio artistico deve essere funzionale all’idea, non il contrario”.
Le installazioni dedicate al labirinto sembrano coinvolgere direttamente lo spettatore. Che cosa rappresentano?
“Mi interessa costruire spazi che non siano realmente percorribili ma che possano essere attraversati mentalmente. Sono luoghi dell’immaginazione, dove ci si perde e allo stesso tempo ci si ritrova. Il labirinto diventa una metafora del cambiamento: un percorso difficile, spesso doloroso, ma necessario. Tutti i miei lavori, in fondo, parlano di speranza. Anche quando affrontano il dolore, cercano sempre una possibilità di rinascita”.
Le tue opere nascono da un’esperienza personale?
“Sì, da un’esperienza profondamente autobiografica. Tutto è iniziato dal periodo in cui ho vissuto in una casa priva di specchi, in una condizione che percepivo come una sorta di segregazione. Da quella realtà è nata la necessità di immaginare altri spazi, altre stanze, altri modi di abitare. Le “stanze dell’abitare” raccontano proprio il percorso che mi ha permesso di uscire da quella situazione. Un cammino fatto di salite, cadute e ripartenze, come accade in ogni percorso di crescita personale”.
Quanto c’è di terapeutico nel tuo fare arte?
“Moltissimo. L’arte mi salva. I momenti più difficili della mia vita sono stati quelli in cui non riuscivo a dipingere. Quando torno a lavorare, riesco finalmente a dare forma a tutto ciò che ho vissuto. Oggi dipingo ogni giorno. È un’esigenza, quasi una necessità. La pittura per me è un processo profondamente catartico, non è qualcosa che appartiene solo alla professione, ma è parte integrante della mia vita”.

Da dove nasce questa esigenza di sperimentare continuamente nuovi linguaggi?
“Anche dal percorso di studi. Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove sto completando gli ultimi esami dopo una pausa legata alla maternità. Lì ho avuto la possibilità di confrontarmi con tecniche molto diverse, acquisendo strumenti che oggi mi permettono di lavorare a trecentosessanta gradi. Mi piace alternare periodi dedicati alla pittura ad altri in cui esploro il video, la scultura o l’installazione. È un modo per non esaurire le potenzialità di un linguaggio e continuare a mettermi in discussione”.
Alcune tue opere sono già entrate in importanti collezioni.
“Sì. Un mio lavoro video è conservato negli archivi del Museo Fellini. È stata un’esperienza importante che ha confermato il mio interesse verso linguaggi differenti dalla pittura, pur mantenendo una ricerca coerente”.
Che opera hai a Contemporary Art Venice?
“Ho portato un dipinto di piccolo formato, 40×30 centimetri, appartenente al ciclo delle “Stanze dell’abitare”. Quasi tutti questi lavori prendono forma dal mio studio, un luogo estremamente significativo nella mia vita. Per un periodo ho vissuto proprio in quello spazio, situato in un seminterrato collegato ai lunghi corridoi delle cantine del palazzo. Quei passaggi sotterranei, con il loro andamento labirintico, sono diventati l’immagine originaria delle stanze che oggi dipingo: luoghi della memoria, del passaggio e della trasformazione”.
L’intervista restituisce il ritratto di un’artista appena ventisettenne che ha già costruito una ricerca coerente e riconoscibile, dove autobiografia e riflessione collettiva si intrecciano. La pittura rimane il fulcro della sua poetica, ma dialoga con installazioni, video e scultura in un percorso in cui lo spazio dell’abitare diventa metafora dell’identità, della fragilità e della possibilità di rinascere. Il Premio Arte Contemporary Art Venice 2026 riconosce così una ricerca che fa dell’arte non solo un linguaggio espressivo, ma un autentico strumento di conoscenza e di salvezza.


