In occasione dell’inaugurazione della mostra “The Moment the Snow Melts” al MUDEC di Milano, abbiamo incontrato l’artista giapponese per farci raccontare in esclusiva la sua ultima installazione…
Con “The Moment the Snow Melts” Chiharu Shiota (Osaka, 1972) trasforma l’agorà del MUDEC in uno spazio sospeso, dove centinaia di fili bianchi scendono dal soffitto come una nevicata immobile, custodendo biglietti e nomi di persone che appartengono al nostro passato ma continuano a vivere nella memoria. Il museo si trasforma in un paesaggio in cui la fragilità della neve diventa metafora della condizione umana, delle relazioni e del tempo che scorre. In bilico tra presenza e assenza, tra ciò che svanisce e ciò che si trattiene nella memoria, l’opera di Chiharu Shiota interroga da sempre i territori più delicati dell’esperienza umana: il corpo e la sua ombra, la parola e il silenzio, il ricordo e la sua impossibile restituzione.
La neve — materia effimera per eccellenza — si presta qui a incarnare il momento di passaggio, quello in cui qualcosa si dissolve pur continuando a vivere nella nostra percezione emotiva. Ed è proprio nell’istante dello scioglimento che si condensa l’intera poetica dell’artista: non la cristallizzazione del ricordo, bensì la sua traccia mobile, la sua forma liquida, la sua eco insistente. Un’opera partecipata, emotiva, che anticipa la grande mostra “Il senso della neve”, prevista per febbraio 2026 in occasione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina.
Abbiamo intervistato l’artista per approfondire il significato di questa installazione e il modo in cui affronta i temi della memoria, della perdita e della persistenza dei legami umani. Ecco cosa ci ha raccontato.

La tua nuova installazione al MUDEC evoca “l’ultima eco prima che qualcosa finisca”, come descrivi il momento in cui la neve si scioglie. In che modo questa metafora ha guidato il tuo processo creativo e quale spazio emotivo o concettuale desideravi aprire ai visitatori?
La neve cambia forma. Si scioglie e diventa acqua, ma in qualche modo rimane. Per questo ho voluto chiedere alle persone di condividere un ricordo o una storia di qualcosa che non c’è più, ma che continua a esistere.
Volevo che i visitatori percepissero questo momento in cui qualcosa finisce, ma la sua eco o la sua presenza resta nella mente. La neve scompare, ma la bellezza di quell’immagine rimane dentro di me.
Molti visitatori hanno scritto i nomi di persone care che non ci sono più. Una persona ha scritto: “Mia nonna è morta, ma vivrà per sempre nella mia memoria.” Questa sensazione, quando qualcosa è perduto ma ancora molto presente, è esattamente ciò che volevo creare.

I nomi sospesi su fogli di carta formano un paesaggio di memoria collettiva all’interno dell’installazione. Cosa significa per te affidare una parte dell’opera ai contributi del pubblico e come questa autorialità condivisa ne plasma l’impatto emotivo finale?
È una sensazione difficile da spiegare. Ho bisogno delle storie di molte persone, perché la mia storia da sola non basta. Il mio lavoro nasce da un sentimento personale, ma desidero collegarlo a qualcosa di universale.
Più di 500 persone hanno scritto lettere o nomi, e le loro voci sono diventate parte dell’opera. Se fosse solo la mia storia, le persone non si connetterebbero così profondamente al sentimento. I visitatori entrano, vedono l’installazione e immediatamente comprendono e condividono le proprie emozioni.
La tua pratica esplora spesso la presenza attraverso l’assenza. In “The Moment the Snow Melts”, come si manifesta la tensione tra fragilità e permanenza nei materiali—fili, carta, grafia—che compongono l’opera?
La neve è fragile, proprio come una persona o la vita umana. Non sappiamo mai quando la vita finirà, e allo stesso tempo custodiamo moltissimi ricordi delle nostre vite e di quelle degli altri.
Ho voluto collegare ogni lettera a un filo bianco perché il filo crea una piccola tensione, come le delicate connessioni che abbiamo con le persone. Per quest’opera ho usato solo il bianco, creando un effetto simile alla neve che cade.

L’installazione anticipa la mostra del 2026 “Il senso della neve”. In che modo quest’opera funge da ponte verso i temi più ampi che svilupperai per MUDEC, in particolare riguardo memoria, transizione e scorrere del tempo?
Poiché questa installazione fa parte di una mostra collettiva, sono stata invitata quando la curatrice aveva già un’idea in mente. Con il titolo “Il senso della neve”, ho iniziato a riflettere su ciò che la neve può significare.
Sono anche curiosa di vedere quali altre opere entreranno a far parte della mostra.

Le relazioni umane, nel tuo lavoro, sono rappresentate come connessioni che possono svanire, dissolversi o resistere. Quali riflessioni sulla perdita e sul rinnovamento sono emerse durante la creazione di quest’installazione e cosa speri che i visitatori portino con sé dopo aver vissuto questa “nevicata” sospesa?
In realtà, desideravo esprimere che le relazioni umane continuano anche dopo la morte di una persona. Il ricordo è forte, quindi anche la loro esistenza rimane; è solo il corpo a scomparire, come la neve.
I visitatori dovrebbero sentirsi liberi di provare ciò che sentono, e il museo continuerà a raccogliere le lettere affinché le persone possano condividere le emozioni che emergono guardando l’opera. Quando le persone comprendono questo sentimento, io sono felice.




