La manifestazione del 25 aprile non è soltanto la Festa della Liberazione dalla barbarie del nazifascismo. È, o dovrebbe essere, una scelta non ideologica e apartitica: un gesto simbolico, una presa di posizione che riguarda la giustizia e l’appartenenza di noi “nati liberi” a una più ampia comunità umana. Una comunità fondata sul rispetto dei diritti universali, al di là del sesso, del colore della pelle, della cultura, dello status economico e sociale, delle convinzioni religiose e politiche; una comunità che riconosce nelle differenze non un ostacolo, ma una possibilità di crescita. È anche una dimostrazione di resistenza e resilienza. Non così lontana, per certi aspetti, dalla storia della street art: una pratica che nasce ai margini, tra gli anni Sessanta e Settanta nella New York urbana, e che si diffonde rapidamente nel resto del mondo, occupando i muri con segni e colori capaci di veicolare messaggi politici, culturali, di dissenso. Perché non c’è trasformazione senza condivisione. Come ricordava Giorgio Gaber, “la libertà è partecipazione”: un principio che trasforma lo spazio pubblico in un laboratorio aperto, dove si intrecciano visioni, conflitti, possibilità, e dove l’arte può ancora aspirare a incidere sul reale.
Nel giorno che celebra la liberazione dal nazifascismo, abbiamo voluto intervistare Christian Gangitano, curatore d’arte pubblica e protagonista dei processi di rigenerazione urbana, trai fondatori della Casa degli artisti nonché autore, insieme a Marco Imarisio, del libro Le strade parlano, Una storia d’Italia scritta sui muri (Rizzoli, 2019), che ricostruisce la storia politica italiana attraverso murales e interventi di arte pubblica disseminati per la penisola.
Attivista e agitatore culturale, tra le figure centrali della scena milanese quando la street art non era ancora diventata urban art – cioè linguaggio decorativo, istituzionalizzato, spesso effimero e legato al committente –, Gangitano appartiene a quella generazione che ha vissuto la strada come spazio di conflitto e presa di coscienza. Oggi, nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, si racconta in esclusiva per Artuu, restando fedele a un’idea precisa: l’arte come mezzo culturale capace di liberarci dai dogmi, da ogni forma di fascismo, passato e presente. Una pratica che nasce come denuncia, ma anche come desiderio di liberazione. E che, per questo, non può che conservare una dimensione di ribellione. In questa lunga intervista, realizzata a margine del corteo del 25 Aprile, siamo partiti parlando di street art, di arte pubblica politica e di antifascismo; ma il dialogo si è poi allargato alla storia della Casa degli Artisti, alle pratiche di rigenerazione urbana, al rapporto tra arte e comunità, alla Milano che cambia, a temi come l’uso e abuso dei social, l’Intelligenza Artificiale, la cultura giapponese, fino a toccare il ruolo delle nuove generazioni e il sogno, ancora ostinato, di un’arte capace di incidere davvero sulla realtà.

Christian, tu ti sei sempre occupato di molto di arte pubblica, e come uno dei fondatori di Casa degli Artisti a Milano (nata sulle ceneri di una casa occupata con una lunga storia di arte “impegnata”) hai una grande dimestichezza con le pratiche sociali e politiche dell’arte. Hai anche partecipato alla realizzazione di un libro, “Le strade parlano. Una storia d’Italia scritta sui muri” (Rizzoli), scritto da Marco Imarisio con la tua consulenza, che racconta proprio l’avventura “politica” dell’arte urbana. Oggi, nel giorno della Liberazione, questo approccio politico dell’arte pubblica è un aspetto significativo: comincerei col chiederti se si può ancora parlare di un’impronta politica, impegnata e dichiaratamente antifascista, dell’arte urbana?
Sì, oggi sono dentro la Casa degli Artisti, ma quando ci misi piede per la prima volta, nel 1995, lì c’era un grande centro sociale: il Garibaldi. È stato una vera fucina per l’underground milanese, un luogo in cui nascevano le prime sperimentazioni di musica elettronica, ma anche altre forme di musica, arte, culture e controculture. C’era un archivio storico di Lotta Continua, ma anche uno dei primi collettivi femministi, Baba Yaga: un’avanguardia, se pensiamo a quanto oggi si parli di femminismo intersezionale. Ai piani alti, invece, lavoravano artisti come Luciano Fabro, Hidetoshi Nagasawa e intellettuali come Jole de Sanna. Gli atelier che oggi occupiamo nascono proprio da quell’esperienza. In un certo senso si trattava di un’occupazione tollerata: dopo il restauro spontaneo della fontana di Giorgio de Chirico, I Bagni Misteriosi al Parco Sempione, il Comune chiuse un occhio, riconoscendo il valore di ciò che era stato fatto. Arrivando a oggi, anche attraverso il libro Le strade parlano, scritto da Marco Imarisio con la mia consulenza, abbiamo raccontato proprio questo: una storia d’Italia scritta sui muri. E quella storia, politica, esiste ancora. Detto questo, la prima grande ondata della street art si è ormai esaurita. È un processo fisiologico: dopo trent’anni, molte pratiche vengono assorbite dal sistema mainstream, entrano nelle gallerie, perdono una parte della loro forza originaria, quella massa critica e quella capacità di appropriazione degli spazi. Oggi si parla più propriamente di urban art, cioè di arte nello spazio pubblico. E per chi lavora seriamente in questo ambito – io penso di essere riconosciuto per questo, anche insieme ad altre realtà – il lavoro in rete genera dinamiche inclusive. E queste dinamiche sono, di fatto, antifasciste e progressiste, perché mirano al miglioramento concreto della vita nei territori e nei quartieri.
Anche a partire dal libro a cui hai lavorato “Le Strade parlano”, quali sono le opere che ritieni più sginficative di arte urbana dal punto di vista politico, con un occhio proprio alla storia della Liberazione e della lotta antifascista?
Se guardo a Milano, penso innanzitutto ai muri dei Walks Writers, ancora attivi, che continuano a rinnovare ciclicamente un grande muro. Poi il murale del Casoretto dedicato a Fausto e Iaio, che analizzo anche nel libro, e il muro alla Darsena dedicato a Dax, molto importante, pià volte cancellato e ridisegnato. C’è anche l’esperienza di OrticaNoodles, con il loro lavoro sulla memoria dei partigiani, e quella della Casa della Resistenza. Segnalo poi il lavoro di Chiara Amodeo, che ha collaborato alla ricerca iconografica del libro e che ogni 25 aprile organizza uno street art tour nei quartieri: in particolare tra Viale Fulvio Testi e la zona della Cittadella degli Archivi, dove c’è un grande muro dedicato alla memoria partigiana. Naturalmente esistono molti altri interventi che celebrano la storia e la politica, spesso legati ai centri sociali – ormai però molto ridimensionati. Se allarghiamo lo sguardo ad altre città, come Roma o Napoli, il riferimento politico è ancora più forte. A Milano, invece, molti dei muri più visibili oggi sono legati alla pubblicità.

In generale, come vedi oggi l’arte urbana? C’è ancora spazio per parlare di un’arte dichiaratamente politica e impegnata?
In realtà, l’arte nello spazio pubblico non può non essere impegnata. Richiede impegno, nel senso più concreto del termine: lavorare con le comunità, costruire relazioni territoriali, dialogare con le istituzioni. Spesso non è tanto l’assessorato alla cultura a sostenere questi progetti, quanto quelli legati alla partecipazione e all’inclusione, attraverso strumenti come i patti di collaborazione. Quindi sì, la politica – nel senso più pieno, come cura della città – è ancora centrale nell’arte pubblica. Diverso è il discorso sulla carica esplicitamente politica che caratterizzava le origini della street art: quella si è molto affievolita. Oggi sopravvive in alcuni collettivi, a Milano come altrove; penso ancora ai Walks Writers, molto attenti a queste tematiche. L’urban art oggi è politica soprattutto nella pratica, più che nella rappresentazione. Nel libro Le strade parlano ci sono molti esempi di opere legate a casi specifici – da Giulio Regeni a Stefano Cucchi – ma oggi il modo più efficace di portare la politica nell’arte non è tanto il soggetto, quanto il modo in cui si lavora: nelle pratiche, nelle relazioni, nei processi.

Quando parli di arte pubblica come pratica politica, non ti riferisci dunque solo alla memoria storica, all’antifascismo o al dissenso esplicito. Oggi la dimensione politica della street art passa anche attraverso altri temi: l’ambiente, l’economia globale, il riuso, le fonti rinnovabili…
Sì, assolutamente. Fare politica oggi, per la street art e per l’arte urbana, significa anche questo. Penso, per esempio, al caso di Iena Cruz, street artist milanese che oggi vive negli Stati Uniti, e che ha realizzato le tavole per la nuova edizione Rizzoli BUR di 1984 di George Orwell, che ho curato io. È un esempio interessante perché mostra bene come il linguaggio degli ex street artist, oggi diventati muralisti maturi, si sia evoluto insieme alle urgenze del presente. Non c’è più soltanto la dimensione del muro come spazio di denuncia immediata, o del messaggio politico in senso stretto. Ci sono l’ambiente, la crisi climatica, l’economia globale, il riuso dei materiali, le fonti rinnovabili, la sostenibilità intesa non come slogan, ma come modo di pensare il rapporto tra arte, città e futuro. In questo senso l’arte urbana continua a essere politica, ma lo è in una forma più complessa. Non sempre attraverso l’immagine militante o il simbolo esplicito, ma attraverso la scelta dei temi, dei processi, delle pratiche. Gli artisti che vengono dalla strada hanno imparato a leggere i territori, a intercettare i conflitti, a lavorare nello spazio pubblico. Oggi quella stessa energia può tradursi in una riflessione sul pianeta, sulle risorse, sui modelli economici, sulle forme di convivenza. La street art, quando non si limita a diventare decorazione urbana o superficie pubblicitaria, resta un linguaggio capace di prendere posizione. Solo che oggi la posizione non riguarda più soltanto il conflitto politico tradizionale: riguarda il modo in cui abitiamo il mondo.

Tu sei direttore creativo, curatore, critico d’arte ma anche art blogger, cultore di linguaggi pop giapponesi, oltre che attivatore di urban art e pluripremiato per mostre “inclusive “ prima che questa parola fosse la tendenza di moda in tutti i settori della creatività: alla fin fine, cosa ti senti veramente?
Sono tutte le varie personalità e attività che hai detto, che mi abitano come “ macchina desiderante”, perché sono una persona che ascolta molto di più l’urgenza e i segnali che provengono dal basso e dalla strada che seguire tattiche e fiuto verso il profitto. Quindi sono un agitatore culturale prima di tutto. È vero, ho avuto molti riconoscimenti per l’arte partecipata soprattutto nello spazio pubblico. Non possiamo pensare che l’arte urbana e il contemporaneo possano essere ancora autoreferenziali, che i quartieri e le persone che li abitano debbano essere solo dei semplici fruitori o peggio tagliati fuori dal processo creativo e dalle attività di rigenerazione dei luoghi in cui vivono.
Tra gli altri mestieri intorno alla kermesse dell’arte, sei anche coordinatore dell’Associazione Atelier Spazio Xpò, associazione non profit finalizzata al networking di artisti internazionali: qual è il tuo ruolo, esattamente?
Ho fondato Spazio Xpò in un ex opificio nel 1999, quando gli spazi non erano ancora stati completamente cannibalizzati e c’era ancora un margine reale tra gli spazi occupati e autogestiti e quelli più istituzionali, come locali e musei. Ospitavamo teatro di ricerca, teatro sensoriale, arti urbane, sperimentazioni artistiche e sonore, prove teatrali e performative: una vera factory, un centro polivalente di ricerca. Poi la gentrificazione nell’area Corvetto/Piazza Lodi ci ha costretti a spostarci, e dal 2006 siamo in via Padova, che è un crocevia di culture e persone provenienti da tutto il mondo: un’esperienza molto importante per lo sviluppo delle nostre reti culturali e territoriali. Credo fermamente nel non profit. E tengo sempre a precisare che non significa fare volontariato o lavorare solo con mezzi ridotti: significa investire in arte, cultura e crescita degli artisti e delle artiste, reinvestendo nei progetti le risorse che arrivano da bandi, istituzioni e attività che attiviamo. È un modello virtuoso, che può includere anche attività commerciali o partnership, se servono a sostenere la ricerca – per capirci, “prendere al ricco per dare al povero”. Io sono un curatore e critico indipendente, ma anche un esploratore del presente. Mi interessa arrivare prima, lavorare in sinergia con i linguaggi e le tendenze quando sono in una fase viva, quando stanno nascendo, non quando vengono normalizzate e poi idolatrate dal mainstream. In questo senso, sì, posso dire di essere anche un pioniere.

Come abbiamo detto, sei in qualche modo anche la memoria storica di Casa degli Artisti, un’istituzione culturale a Milano aperta al dialogo tra artisti internazionali e al territorio, a distanza di tempo che bilancio fai delle proposte culturali di questo “laboratorio” del fare arte per la collettività?
Trovarmi ancora oggi a Casa degli Artisti è un po’ come surfare su un’onda del destino. Sono l’unico a essere presente in quell’edificio fin dal 1995. Ci arrivai grazie a Francesco Leonetti, docente di estetica a Brera, che mi presentò Luciano Fabro; e poi, grazie ai miei rapporti con Hidetoshi Nagasawa, potevo accedere agli atelier dei piani alti, che non erano facilmente accessibili a chi non faceva parte del giro dei “prediletti” di Brera. Io però frequentavo soprattutto il collettivo del centro sociale Garibaldi, al piano terra, e ho visto nascere e svilupparsi molte attività underground, in un intreccio continuo tra avanguardia e politica. Allo stesso tempo ero in relazione con i liutai altoatesini che lavoravano lì: era un luogo davvero stratificato. Era un rudere, certo, diroccato, ma pieno di diversità, di impulsi, di idee. E c’era un rapporto molto forte con il quartiere: le osterie, il fermento, via Palermo che era uno dei crocevia della prima ondata di street art a Milano. Vedere oggi la Casa rinnovata, ma insieme assistere alla scomparsa della cultura popolare di quella zona, è inevitabilmente un colpo al cuore: è cambiato tutto. Dal 2019 la Casa è rinata: ho fatto parte dell’ATS delle cinque associazioni che ha vinto il bando del Comune, e sono rientrato insieme ad altri con l’obiettivo di mantenerne la destinazione originaria. Parliamo di un immobile pubblico che ha rischiato seriamente di diventare uno showroom o una serie di loft privati, in un quartiere – Garibaldi-Brera – che è ancora percepito come centro dell’arte e della creatività, ma dove ormai non esiste più nemmeno un corniciaio e dove la scena popolare e artistica è quasi del tutto scomparsa. Per questo, oggi credo che la Casa stia facendo un buon lavoro: insieme all’Accademia e alla Pinacoteca di Brera, siamo rimasti uno degli ultimi presìdi vivi.
La Casa degli artisti quanti atelier mette a disposizione per creare nuove opere in situ e come si entra?
La Casa mette a disposizione dodici atelier, all’interno di un’architettura nata proprio per questo: progettata dall’ingegnere Gigi Ghò come spazio dedicato all’arte, pensato per accogliere e sostenere il lavoro degli artisti nella produzione e nello sviluppo dei loro progetti. In questo senso, è un luogo unico all’interno di uno spazio pubblico. Alla Casa si accede attraverso open call, per merito o per progetti speciali: la selezione è rigorosa, l’asticella è alta. Ma le residenze restituiscono molto, sia agli artisti sia al contesto. E soprattutto gli artisti non pagano per entrare: al contrario, vengono sostenuti.

Nell’epoca dell’ AI, come è cambiata la selezione di scelta di progetti, mostre o eventi ospitati alla Casa degli artisti ?
È vero che l’intelligenza artificiale sta irrompendo ovunque. Anche noi abbiamo ospitato artisti, panel e momenti di confronto su questo tema, ma non è un elemento centrale che sta cambiando davvero le cose, almeno per quanto riguarda la Casa degli Artisti. Secondo me l’AI è prima di tutto uno strumento, e per certi aspetti non è ancora pronta a generare in modo pieno: serviranno ancora anni di ricerca e di pratica. Per questo, al momento, il suo legame con la Casa è piuttosto marginale. La selezione dei progetti avviene ancora in modo molto tradizionale: lunghe riunioni, letture attente dei portfolio, confronti tra i soci, ma anche con curatori e operatori del settore che ci propongono artisti e progetti, e soprattutto un dialogo diretto con gli artisti stessi. Oggi, nel sistema dell’arte, si sente molto la mancanza di lavoro collettivo e di confronto: è diventato tutto più individuale. Noi, da questo punto di vista, restiamo volutamente molto analogici.
Tra i tanti progetti coordinati a Casa degli artisti, quali secondo te hanno colto nel vivo le contraddizioni della complessità del nostro tempo?
Ci sono stati diversi progetti di residenza tematici: ogni residenza ha un proprio focus e dura un anno, con public program, studio visit e open studio. La prima, appena entrati, “WORK”, era centrata sull’arte come lavoro, sul lavoro dell’arte, in continuità con ciò che in quello spazio era sempre accaduto: artisti che producono, creano, lavorano insieme ad artigiani, scenografi, fotografi. Un affondo su un tema che resta ancora oggi irrisolto. Da citare sicuramente la “residenza urbana” con il duo STEN LEX, in dialogo con il territorio di via Padova e finalizzata alla rigenerazione dell’ex Convitto del Parco Trotter, di cui resta un grande dittico in stencil poster art, tecnica di cui sono tra i maggiori esponenti a livello internazionale. Un’altra residenza è stata dedicata ai collettivi, intesi come pratica di ricerca e produzione artistica condivisa, mentre con Visibile invisibile, tecniche della meraviglia, curata da FAM-Francesca Alfano Miglietti, abbiamo attivato ricerche su tecniche antiche rilette in chiave contemporanea, capaci ancora oggi di generare meraviglia. Abbiamo poi una residenza in corso dedicata al suono, i quaranta Hertz, una frequenza molto bassa, che sviluppa una ricerca tra scienza, percezione e benessere all’interno del nostro atelier musicale. Ma il progetto più attuale è quello in corso fino a fine anno, Omnirica, spazi desideranti, anche in omaggio ai cento anni di Gilles Deleuze, che affronta un tema urgente a Milano: la mancanza di spazi per gli artisti, la possibilità concreta di lavorare e produrre in luoghi adeguati, in una città dove ormai anche un garage può costare quanto un trilocale o uno spazio fuori scala rispetto alle possibilità reali.

Sei anche un navigato Art blogger, fondatore di #NIPPOSUGGESTION, blog e post incentrati sul rapporto tra oriente e occidente, con focus su linguaggi artistici neopop, lowbron, e pop surrealism: perché ti appassionano?
Mi appassiona sia la comunicazione web 2.0 quindi veloce con strumenti che da ragazzo potevo solo sognarmi, che si può arricchire con suono e immagini ed è veloce, quindi utilizzata come ottimo strumento di ricerca e divulgazione, anche per queste tematiche. La relazione tra Oriente e Occidente è fondamentale e mi ha affascinato per diversi aspetti, soprattutto l’estetica fluttuante “ukiyo-e”. L’arte e la cultura non possono essere confinate in luoghi specifici, sono sempre le sinergie e i flussi di reciproca contaminazione e influenza che hanno portato l’innovazione. La cultura giapponese in particolare mi interessa perché da loro l’estetica è sostanza. Ma anche il pop surrealismo e in generale le culture pop e neopop, che possono essere comprese da moltissime persone. Anche se non hanno studiato o non si hanno le “sjills”, l’arte urbana è acessibile e in effetti è l’ultima delle frontiere dell’arte neopop.
Tra il 1996 e il 2002 sei stato tra i pionieri della Street Art in Italia, quali artisti ricordi, e tra questi chi è attivo a livello internazionale ?
È stato un momento fantastico. Sì, posso dire di essere stato tra i fondatori e i precursori di una corrente artistica: fa un certo effetto dirlo, ma è così. Oggi, di fatto, la street art come la intendevamo allora non esiste più: ha attraversato un processo di normalizzazione, come succede a tutte le forme d’arte in Italia, dove servono dai trenta ai quarant’anni perché vengano davvero riconosciute. È diventata arte urbana. È stato però molto bello seguirne la crescita e l’evoluzione, e contribuire a farne comprendere alle istituzioni il valore e la qualità: questo è stato il mio ruolo principale di divulgatore, ribadendo sempre che non si trattava di atti vandalici, ma di un’appropriazione consapevole dello spazio urbano, una pratica di libertà e di dialogo con i territori in cui si realizza. La cosa più interessante è che, dai tempi del Futurismo, non si vedeva una corrente capace di intrecciarsi così tanto con altre discipline: la street art, oggi urban art o neo-muralismo, nasce dal basso, dalla cultura hip hop di circa cinquant’anni fa, e comprende il graffiti writing, il muralismo, le arti figurative, ma anche lo streetwear – molti artisti hanno un loro brand, come OBEY – e poi il rapporto strettissimo con la musica rap e trap, che ho seguito fin dalle origini, e con pratiche come BMX, skateboard e parkour. Molti dei pionieri della prima generazione sono diventati star, altri si sono fermati, altri ancora sono passati dalla strada alla galleria, mentre oggi accade anche il contrario, con artisti di galleria che cercano un confronto con la strada. Ci sono però figure che hanno mantenuto una coerenza straordinaria, crescendo in qualità e in profondità: penso, per esempio, a Blu.
Cosa pensi della Sreet Art milanese sempre più grafica, commerciale e pubblicitaria ?
Sono fiero di aver fatto parte di un tavolo della giunta precedente che ha lavorato per valorizzare e riconoscere i muri di qualità, distinguendoli da quelli realizzati solo per ego e senza un reale valore. E sono altrettanto contento che, insieme al Comune, siano stati creati i cento muri liberi, dove è possibile dipingere sempre e senza chiedere permesso. Detto questo, quello che mi dispiace di più è che oggi molti degli spazi migliori a Milano vengano occupati da grandi agenzie pubblicitarie, che trasformano i muri in vere e proprie pagine di riviste patinate o poster su larga scala, sottraendoli alla possibilità di costruire un museo urbano diffuso e di portare bellezza nei quartieri. Nella maggior parte dei casi, inoltre, queste operazioni non lasciano nulla sul territorio, non attivano processi di senso né opportunità di crescita per gli artisti, che vengono spesso utilizzati in modalità “usa e getta”. Detto questo, capisco anche che, per esigenze economiche, molti abbiano bisogno di lavorare e di confrontarsi con queste dinamiche.

Secondo te in Europa quali sono i migliori musei all’aperto di Street Art?
Milano, certamente, con gli hall of fame di via Pontano e le molte jam diffuse sul territorio, è una città che si difende molto bene. Del resto, è una cultura che nasce e cresce soprattutto nei grandi agglomerati urbani, quindi vale davvero la pena esplorarla in questi contesti. Poi, naturalmente, ci sono città come Londra, Berlino e Parigi, ma anche Amsterdam, diverse realtà in Grecia e in Spagna, non solo Barcellona ma anche Valencia. Una delle scoperte più interessanti degli ultimi tempi, per me, è stata Basilea, dove esiste una vera cultura di “urbane kunst” diffusa in tutta la città, con interventi di writing e muralismo di altissimo livello.
Come si comunica un’ arte di contenuti dell’epoca della crisi della narrazione della cultura digitale ?
L’arte di contenuto non va solo comunicata, va attivata. Le possibilità di comunicazione oggi sono potentissime e molto accessibili, ma devono andare di pari passo con le attivazioni reali: bisogna fare in modo che alla comunicazione corrisponda una vera call to action, un passaparola, una partecipazione concreta. La comunità deve diventare insieme ricettore e trasmettitore, sempre in relazione a delle azioni, non limitandosi a essere spettatrice di spot, annunci o “dischi volanti” calati dall’alto.
Per lavoro sei necessariamente dipendente dei social?
Diciamo che sono “dipendente” nel senso che, per lavoro, utilizzo i canali new media e social. Ma a parte questo non mi considero dipendente: ne faccio un uso consapevole, e quando serve metto via il telefono. Anche perché oggi l’algoritmo è molto cambiato rispetto a prima, quando tutto era più libero e, per certi versi, più piacevole. Sono stato tra i primi in Italia su Facebook – che poi ho eliminato – e su Instagram, e vedo chiaramente la differenza rispetto a come vengono utilizzati oggi. Stare su Instagram, su TikTok o su altri canali dà la sensazione che tutto sia velocissimo, quasi come entrare in un luna park del “grande fratello” che manda il cervello in loop. Per questo cerco sempre di mantenere la giusta distanza.
Sei nato a Milano, cosa pensi di questa ‘eventopoli’ verticalista dove vivi e lavori ossessionata dal nuovo, ti piace sempre? E se sì perché?
Milano mi piace sempre, sì, è l’unica città internazionale è l’unica metropoli, è l’unico posto dove ci sono delle dinamiche molto attuali e contemporanee dove puoi avere uno sguardo sul mondo, si parlano diverse lingue e ci sono odori diversi, ma anche stare ancora in un quartiere come Bovisa o Crescenzago con i vecchietti è bello, qui a Milano ti senti cittadino del mondo. Milano da Expo 2015 ha fatto alcune scelte impopolari e alcune molto discutibili, come quella sullo Stadio di San Siro, ma alcune scelte sono servite anche per portare un’economia diversa, emancipandoci da una industria che ormai non c’è più. A volte sono contento che ci siano degli interventi contemporanei in un’Italia che sembra ferma a trecento anni fa e dove tutto ciò che è conservare e preservare a tutti i costi non crea spazio al nuovo , all’attualità, ci vuole un equilibrio.

In quale direzione sta andando Milano nell’epoca digitale e glocal?
Secondo me sta andando per la direzione giusta, ma bisogna stare molto attenti e governare una gentrificazione soft, risolvere il problema dell’abitare e dei servizi accessibili. Ma siamo noi cittadini, che dobbiamo attivamente prenderci cura del nostro territorio e non delegarlo mai ad altri. E non lamentarsi se gli altri ne fanno un cattivo uso se non ci si impegna in prima persona.
Hai mai pensato di trasferirti a Tokyo, data la tua passione per la cultura Giapponese?
Ho pensato tante volte di trasferirmi a Tokyo a Nagoya ma soprattutto a Kyoto. C’è un rispetto, una modalità nel poter apprezzare le piccole cose che qui non esistono più. In Giappone si vive in un mondo estetico e fluttuante continuo, però io non posso fare a meno delle relazioni con le persone, per me sono molto importanti. L’empatia e la comunicabilità, il poter fare massa critica, le relazioni tra individui e l’umanesimo sono fondamentali per me, cosa che invece in Giappone non c’è, per cui ho deciso di non andarci, anche se ho fatto il “pendolare” per 10 anni. Da loro ero visto come “gaijin”, “lo straniero”, e sempre sarei rimasto straniero senza nessuna possibilità di Integrazione.
Quando e come l’arte diventa uno strumento di riqualificazione di territori e riscatto sociale?
Come dicevo l’arte è un potentissimo strumento di rigenerazione. La parola riqualificazione non mi vede in accordo perché molti luoghi e quartieri per esempio nel nord est, dove c’era la Breda, quartieri come Nolo che ho rigenerato all’origine, hanno già una qualifica, sono luoghi dove c’è la storia e la memoria. La rigenerazione fatta attraverso l’arte produce risultati molto efficaci, sicurezza perché per il semplice fatto che un luogo brutto è più insicuro, l’arte nello spazio pubblico produce anche identità territoriale e senso di appartenenza, perché molti si legano ad alcuni muri e murate così come prima avveniva per le piazzette o le chiese.
Sei padre, a tuo figlio o ad altri giovani cosa consigli di fare se scelgono di fare arte?
In particolare, per mio figlio è andata esattamente al contrario, incredibile ma vero: con due genitori impegnati nell’arte ha scelto una strada opposta, un percorso matematico, interessandosi ad altro, anche se resta una mente molto creativa. Ai ragazzi e alle ragazze direi di non fidarsi troppo delle scuole “impacchettate”, costruite su slogan: vale ancora la pratica. Vale ancora andare a bottega, fare gavetta. Bisogna fare esperienza sul campo, sporcarsi le mani, entrare in una comunità o in un gruppo di lavoro che si occupa davvero di arte. Non è qualcosa che si può imparare a tavolino: è, prima di tutto, una pratica del fare.
Su quali artisti italiani under 35 scommetti? E pensi che segneranno il panorama dell’arte internazionale, dato che non esistiamo nel mondo ?
È vero, non esistiamo! Penso che gli artisti più promettenti siano già andati all’estero o ci stiano andando. Sinceramente non voglio fare nomi, posso suggerire di tenere d’occhio le scene dal basso e delle nuove gen Z. Loro avranno qualcosa da dire, e sicuramente seguire la scena degli artisti asiatici, africani o latino- americani. Anche qui da noi gli artisti che hanno una formazione, pure G2 o G3 nati in Italia, da genitori provenienti da altri paesi sono promesse perchè forse hanno un’urgenza diversa. Ma non solo loro, parlo proprio di generazione, i nati dal duemila in poi avranno sicuramente qualcosa da dire.

Sei un narcisista convulsivo o un agitatore culturale-performante per necessità di esserci qui e adesso in un presente istantaneo che si brucia in una comparsa su Instagram ?
Mi ritrovo più nell’agitatore culturale performante, anche perché la performance, il modello della presenza e della sinestesia e l’unione della vita con l’aspetto artistico non li ho mai percepiti separatamente o come lavoro, forzatura, dovere. Se iniziassi a pensare di dover lavorare al soldo del qualcuno diventerei depresso, la repressione addizionale mi divorerebbe. Essere lavoratori e datori di lavoro di sè stesso è molto importante e i social e new media fanno parte del gioco. Bisogna rimanere sempre sul pezzo, curiosi, comunicatori e con le antenne ben alzate.
A quale progetto stai lavorando?
Sto lavorando come sempre su diversi progetti, bisogna essere multi task: lavoro alle prossime residenze di Casa degli Artisti, sto lavorando a un progetto che si chiama “Italia Pazza”, con borse quadro per rendere l’arte accessibile e portabile, e anche a un progetto di intervento nello spazio pubblico per la Nuova Cittadella degli archivi, dove sono contenuti più di 90 km di archivio del comune di Milano. Inoltre ho in lavorazione una pubblicazione per Rizzoli BUR della nuova edizione del capolavoro, non più distopico ma attuale, La Fattoria degli Animali di Orwell, con tavole originali di un artista che non posso ancora svelare. Sto inoltre lavorando alla rigenerazione del quartiere di Crescenzago, una risorsa tra Martesana e Lambro, tutte cose che mi danno e mi daranno molta soddisfazione ma anche molto da fare, con voglia e dedizione.
Qual è il tuo sogno più grande?
Il mio sogno più grande, veramente grande sarebbe l’eliminazione del capitale e il superamento del capitalismo, il divieto assoluto di costruire armi, l’eliminazione della Grande distribuzione e quindi dei supermercati, il ritorno a un’economia circolare e di prossimità e l’eliminazione della mobilità da combustibili fossili. Queste cose insieme ci renderebbero migliori. Mi rendo conto che si tratta di un sogno e quasi un’utopia, ma forse non proprio impossibile in un futuro non lontano.



