Chromaflux. Da Parigi a Londra (passando per l’Italia), il colore è protagonista

Nel 1810 Johann Wolfgang von Goethe pubblicava la sua “Teoria dei colori“, mettendo in discussione l’idea newtoniana del colore come semplice effetto fisico della luce. Per Goethe, il colore nasce dall’interazione dinamica tra luce e buio, tra percezione sensibile e reazione emotiva. Un fenomeno interiore, prima ancora che ottico.

È su questa linea che potremmo dire si muova Chromaflux, mostra collettiva ideata e curata da Stefania Carrozzini, approdata a luglio Parigi all’Espace Sylvia Rielle e prossimamente programmata a Londra (dal 20 settembre al 4 ottobre alla 67 York Street Gallery), per poi approdare tra ottobre e novembre a Milano e a Venezia. Dodici artisti internazionali, un solo tema fluido: il colore come motore di senso, materia instabile, campo di tensione fra emozione e pensiero.

Stefania Carrozzini

Il percorso espositivo si apre con Marije Bijl: artista svizzero-olandese, esplora attraverso pittura e inchiostro il tema dell’identità occidentale e dei suoi legami con il potere. Le sue opere, sospese tra astrazione e figurazione, mettono in scena narrazioni frammentate, costruite da elementi visivi dissonanti, colori saturi, maschere ambigue e simboli fluidi. Le identità che emergono dai suoi lavori sono instabili, costruite come lo siamo noi: per approssimazione, per rottura, per accumulo. Negli acquerelli di Simonetta Chierici, invece, artista di formazione scientifica, il colore si fa osservazione minuziosa e trasfigurazione poetica. I suoi Asparagi Selvatici non descrivono, ma evocano: forme vegetali sospese tra realtà botanica e immaginazione, dipinte con una precisione lieve, dove ogni sfumatura è un esercizio di attenzione e ogni vuoto una pausa del pensiero.

Marije Bijl Monkey Kings, they rule us

PSe negli acquerelli di Simonetta Chierici la precisione del gesto e l’osservazione scientifica diventano strumento poetico, in Frances Clarke la scienza si fa direttamente medium della pittura. Le sue Blue Pearl – due stampe giclée tratte da un più ampio progetto iniziato nel 2014 – nascono da un’ibridazione tra arte astratta e tecnologie di imaging elettrofotonico, in grado di registrare l’impatto energetico di un’opera sul corpo umano. Mandala luminosi, fasce di colore concentriche e vibranti: ogni immagine è al tempo stesso mappa visiva e fenomeno da esperire. Il colore, qui, non è solo visto: è registrato, percepito, attraversato. Se il colore può essere strumento di osservazione o misurazione sottile, nelle tele di Genny Costin diventa qualcosa di più istintivo: un mezzo per scandagliare l’inconscio. Le sue sono esplorazioni visive di stati interiori non verbalizzati, in cui il gesto pittorico obbedisce a una logica emotiva più che formale. Blocchi cromatici e stratificazioni impongono cadenze diverse allo sguardo: ora un’accelerazione nervosa, ora un rallentamento meditativo. È pittura come atto intuitivo, in cui il colore funziona come un linguaggio primario, più prossimo alla memoria e al corpo che all’immagine.

Johanna Marika Thoms

Josefin Hill lavora invece per stratificazione leggera: le sue immagini sembrano filtrare l’aria stessa, trattenendo l’umidità di un’impressione atmosferica. Il colore si deposita in velature porose, come un’umore climatico più che un gesto volontario. Le tecniche miste e il gusto per l’ibridazione (gouache, acquerello, collage) le permettono di costruire paesaggi interiori dal respiro ampio, dove materia e stato d’animo si confondono. Theresa Kallrath lavora sull’astrazione come campo energetico. I suoi dipinti, privi di nero, si affidano a campiture cromatiche pure, organizzate in ritmi visivi che amplificano luce e intensità. Più che comporre, Kallrath accosta e contrappone: il colore non illustra, vibra. Il risultato è una pittura solida e solare, dove l’impatto sensoriale precede ogni forma di lettura e la superficie diventa spazio attivo di relazione con lo sguardo.

In fondo, la domanda che percorre l’intera mostra è la stessa posta da Goethe nella Farbenlehre: che cos’è il colore, se non un fenomeno che ci riguarda direttamente, nel punto in cui visione ed esperienza si incontrano? Le opere sembrano suggerire che ogni colore sia il risultato di una tensione, e che il vero campo di indagine non sia l’opera ma l’atto stesso del percepire. Johanna Marika Thoms Il percorso prosegue con le opere di Johanna Marika Thoms, artista visiva tedesca formatasi come arteterapeuta e graphic designer. I suoi lavori – Lively e Paris Palms – portano in dote una fisicità vibrante, costruita attraverso la mescolanza impulsiva di acrilico, carboncino e pastello. L’arancio brillante, colore ricorrente nel suo linguaggio, non è semplice accento, ma tono emotivo dominante: una presenza viva, mai decorativa. Le superfici sono attraversate da graffi, spruzzi, segni a mano libera e parole scritte che emergono come frammenti di un discorso intimo, non del tutto decifrabile. Il risultato è un’espressività libera ma mai arbitraria, in cui la materia sembra reagire alle tensioni interne di chi guarda.

I lavori di Riitta Nelimarkka sono deflagrazioni visive in cui colore, figura e testo si inseguono senza tregua. Campiture accese, sagome ibride, simboli ambigui e un uso del collage che tende al barocco si combinano in immagini dove l’erotico sfuma nell’ironico, il lirico nell’eccesso. Il segno è rapido, nervoso, teatrale. Artista poliedrica attiva anche tra animazione, poesia e arte tessile monumentale, Nelimarkka sfugge a ogni etichetta: il suo lavoro è una sintesi elettrica tra visione e intelletto, sensualità e citazione colta, senza mai cedere alla misura. Nei suoi acquerelli, invece, Dena Haden utilizza il colore come se fosse una fibra sottile: velature liquide che si sovrappongono con ritmo naturale, come onde leggere o trame organiche in espansione. L’impressione è quella di una pittura che respira, che cresce per accumulo e risonanza, più che per disegno. Le forme non si impongono, emergono: come un processo vitale osservato da dentro, in equilibrio tra materia e percezione.

Alex Z. Wang, The Ocean, 2022

Negli oli di piccolo formato di Alex Z. Wang si condensano quiete e vibrazione, luce trattenuta e dinamicità. Lavorando per stratificazioni di olio e pigmento, Wang costruisce superfici dove il colore si diffonde come una memoria: affiora, si ritira, resta in sospensione. C’è qualcosa di coreografico nel suo modo di dipingere: ogni quadro sembra registrare un passaggio, una variazione atmosferica, una presenza che non si dichiara ma lascia traccia. La pittura diventa gesto ritmico, atto respiratorio, eco. La materia è raffinata, ma mai compiaciuta; ciò che conta è l’intensità della risonanza, il modo in cui la superficie risponde al vuoto che la circonda. Le superfici delle tele di Elizabeth Crawford sembrano originate da una dinamica interna alla materia, come se il colore scorresse da sé, guidato da una logica fluida e non intenzionale. L’organico non è qui tema ma metodo: le forme richiamano nodi di legno, vene minerali, corsi d’acqua che si insinuano tra le fenditure della superficie. Nulla è davvero figurativo, ma tutto allude a una vitalità che pulsa sotto la pelle del dipinto. Il colore è colato, stratificato, lasciato agire: il risultato è una pittura che più che costruita, sembra accadere.

Le composizioni di Roni Lynn Doppelt si muovono tra astrazione decorativa e tensione emotiva. Il colore, spesso acceso e fiorito, non appare solo una scelta estetica ma veicolo affettivo: una forma di scrittura visiva che parla di legami, memoria, desiderio. La struttura compositiva è ordinata, quasi architettonica, ma attraversata da un impulso sentimentale che la incrina. Floreale e geometrico si sovrappongono come piani di uno stesso stato d’animo, in un equilibrio fragile tra intensità e controllo.

Chromaflux si presenta così come un laboratorio sulla percezione, più che una mostra tematica. Un esperimento che, attraverso le opere di una decina di artisti, indaga il rapporto instabile tra colore e coscienza. Non offre risposte, ma attiva uno sguardo, costringendo lo spettatore a confrontarsi con ciò che il colore smuove, più che con ciò che rappresenta. In questa prospettiva, la teoria dei colori di Goethe si rivela ancora attuale: il colore non come proprietà oggettiva, ma come esperienza che nasce dallo scarto tra percezione dello spettatore e gesto espressivo dell’artista. In mostra questo si traduce in una tensione continua tra ciò che si vede e ciò che si sente, in cui lo spettatore non è un osservatore neutro, ma — come nella fisica quantistica — parte integrante del processo stesso, che contribuisce a determinare ciò che viene percepito.

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