Gao Zhen rischia parecchio. Il noto artista dissidente cinese, 69 anni, dovrà affrontare un processo a porte chiuse con l’accusa di aver insultato Mao Zegong. La prova? Una serie di sculture realizzate una ventina di anni fa. La notizia è rimbalzata ieri su alcuni siti cinesi e poco fa ripresa anche dal New York Times e non è di poco conto.
Il cuore del procedimento giudiziario contro Gao Zhen riguarda una serie di sculture create dai “Fratelli Gao” — Zhen e il suo collaboratore Gao Qiang — tra il 2005 e il 2009. Queste opere, tra cui la celebre serie “Miss Mao Smiling”, presentavano raffigurazioni grottesche di Mao, con nasi lunghi in stile Pinocchio o anche con tratti femminili. Gao Zhen ha da sempre spiegato che questo genere di sculture rappresentava un modo, anche duro e sarcastico, di elaborare il trauma della Rivoluzione Culturale, periodo in cui perse la vita suo padre. Le autorità cinesi però non concordano con questa ‘lettura’ e interpretano i lavori come «un assalto diretto ai miti fondativi» del partito di governo. Dunque, si va a processo e questo sarà a porte chiuse rendendo ancor più complicato – per i cronisti locali – ragguagliare sull’evoluzione della vicenda.
Le autorità cinesi hanno fatto irruzione nello studio di Gao nella città di Yanjiao già nell’agosto 2024, sequestrando 118 opere d’arte come prove. Tra gli oggetti confiscati figurano le sculture intitolate “Il senso di colpa di Mao”, che ritraggono il leader inginocchiato in un apparente gesto di rimorso. La decisione dello Stato di perseguire Gao per queste opere è fondamentalmente retroattiva: la legislazione principale utilizzata per giustificare la sua detenzione, la Legge sulla Protezione degli Eroi e dei Martiri, non esisteva nella sua attuale forma penale quando le sculture furono concepite. Questa manovra legale ha attirato aspre condanne da parte delle organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo, secondo le quali essa stabilisce un pericoloso precedente per la persecuzione del pensiero creativo.

Il meccanismo giuridico alla base della detenzione di Gao è l’articolo 299(1) del Codice Penale cinese, che criminalizza “l’insulto, la diffamazione o qualsiasi altra violazione della reputazione e dell’onore di eroi e martiri”. Sebbene la legge sia stata adottata ufficialmente nel 2018, la sua applicazione è aumentata in portata e severità sotto il mandato del Presidente Xi Jinping. La mancanza di definizioni precise su ciò che costituisca un “insulto” conferisce alle autorità un vasto potere discrezionale. Per cui se condannato, Gao rischia fino a tre anni di carcere, una sentenza severa per un uomo le cui condizioni di salute sono significativamente deteriorate durante la custodia cautelare. Il tribunale di Sanhe, dove ha sede il processo, ha limitato la presenza dei familiari, sollevando ulteriori preoccupazioni sulla trasparenza del processo giudiziari. Non è tutto oltre all’artista, è stato vietato anche alla moglie di Gao, Zhao Yaliang, e al figlio di sette anni (che è cittadino statunitense) di lasciare la Cina dal momento dell’arresto.
La salute di Gao — che secondo i monitori dei diritti umani soffre di patologie croniche come malattie della colonna lombare e problemi arteriosi — è diventata un secondo campo di battaglia. Le richieste di libertà su cauzione per motivi medici sono state ripetutamente respinte. Mentre l’artista sessantanovenne affronta il processo, rappresenta una generazione di intellettuali cinesi che hanno cercato di usare l’arte come specchio del turbolento passato del Paese. Sia che Gao Zhen torni libero o inizi una condanna a tre anni di carcere, il processo stesso ha già segnalato il restringimento dei confini della libertà creativa in un panorama dove lo Stato è diventato l’arbitro finale della storia. Non solo: L’azione giudiziaria contro Gao suggerisce che persino opere rimaste latenti per lungo tempo, appartenenti a un’era artistica precedente, non sono più al sicuro dai controlli.
E quindi resta la domanda: è ancora possibile, oggi, fare arte in Cina?



