Il New Yorker, per celebrare i suoi cento anni di attività nel numero di settembre 2025, ha affidato la copertina a Cindy Sherman, una delle figure più significative dell’arte contemporanea. Il risultato è un’immagine dal titolo “Being Eustace”, in cui l’artista si trasforma nel celebre personaggio di Eustace Tilley, simbolo visivo della rivista fin dalla sua fondazione nel 1925. Con questo gesto, Sherman non solo partecipa a un momento storico per una delle testate più prestigiose del mondo, ma contribuisce a ripensarne radicalmente l’iconografia.

La copertina è importante anche dal punto di vista formale: si tratta solo della seconda volta in cento anni che una fotografia appare sulla prima pagina del New Yorker. La prima fu nel 2000, quando William Wegman immortalò uno dei suoi iconici cani Weimaraner travestito da Tilley. Ma se in quel caso si trattava di un’ironia giocosa, l’intervento di Sherman ha un taglio più concettuale e autoriflessivo.
Nell’immagine, Cindy Sherman indossa una giacca a righe, un cappello piumato e un naso finto, attingendo agli oggetti della propria collezione personale di protesi. Tuttavia, invece del tradizionale monocolo, stringe in mano uno specchio. È un dettaglio apparentemente minore, ma denso di significato: Eustace Tilley non osserva più il mondo, ma guarda sé stesso. Il gesto introduce una nuova dinamica: da figura distaccata e giudicante, Tilley si trasforma in un soggetto che interroga la propria immagine, dando forma a un paradosso visivo che riflette la poetica di Sherman.
A partire dal 1994, il New Yorker ha invitato numerosi artisti a reinterpretare Eustace Tilley, da Robert Crumb ad Art Spiegelman, fino a Kadir Nelson. La versione di Sherman è però la prima che rinuncia del tutto al disegno e sceglie di portare il personaggio nel corpo vivo dell’artista. È una performance visiva, in linea con la pratica che l’ha resa celebre: quella dell’autoritratto mascherato, costruito attraverso travestimenti, make-up, parrucche, scenografie e oggetti di scena. Da Untitled Film Stills in poi, Sherman ha trasformato il proprio volto e il proprio corpo in un laboratorio per esplorare l’identità, la rappresentazione e i ruoli sociali.
In Being Eustace, questa modalità si applica a un’icona editoriale, inserendola all’interno di un sistema di segni e riflessioni che travalicano la semplice celebrazione. Il monocolo, simbolo dell’osservazione e dell’ironia, viene sostituito da uno specchio, simbolo di riflessione e autoriconoscimento. In questo scarto si legge una chiara intenzione: aggiornare un archetipo alla luce di una cultura visiva sempre più complessa, fluida e instabile, in cui l’identità non è data ma continuamente costruita.
Sherman ha dichiarato che il progetto non è stato semplice. Con oltre 45 reinterpretazioni alle spalle, trovare una propria voce all’interno di una tradizione così ricca ha rappresentato una sfida. Tuttavia, la scelta di “incarnare” Tilley anziché illustrarlo le ha permesso di spostare la narrazione su un piano personale e performativo, rimanendo fedele alla sua visione artistica. Il risultato è un’immagine che unisce ironia, analisi culturale e una forte carica visiva, in cui lo spettatore è invitato non tanto a riconoscere, quanto a domandarsi cosa stia guardando e perché.
La copertina è parte di un numero speciale del New Yorker intitolato The Culture Industry, interamente dedicato al rapporto tra produzione culturale, rappresentazione e trasformazione. In questo contesto, l’opera di Sherman si colloca come una sintesi efficace tra memoria storica e tensione critica. Non è solo un omaggio all’icona Tilley, ma una riflessione su cosa significhi oggi rappresentare qualcosa, essere simbolo, costruire un’immagine pubblica.
Parallelamente a questo intervento, Sherman ha annunciato nel 2025 anche il lancio del Cindy Sherman Legacy Project (CSLP), un’iniziativa senza precedenti nel mondo della fotografia contemporanea. Il progetto, promosso in collaborazione con la sua galleria e un team di archivisti e restauratori, mira a preservare l’integrità delle sue opere nel tempo e a fornire nuovi strumenti di accesso e studio.
Il CSLP si articola su due fronti principali. Il primo è un servizio di valutazione e sostituzione delle stampe danneggiate. I collezionisti possono sottoporre fotografie originali a una verifica dello stato di conservazione. Se l’opera risulta compromessa o alterata, viene distrutta e sostituita con una nuova stampa, realizzata sotto supervisione tecnica dell’artista e accompagnata da nuova firma e documentazione. Sherman ha spiegato che questo processo non è solo una misura pratica, ma anche un atto etico: un modo per garantire che l’esperienza visiva della sua opera rimanga coerente con l’intento originario, anche a distanza di decenni.
Il secondo fronte è la realizzazione di un catalogo ragionato digitale, aperto e liberamente consultabile, che raccoglierà immagini ad alta risoluzione, dati tecnici, informazioni sulle edizioni, sui passaggi di proprietà e sulle esposizioni. Sarà una risorsa fondamentale per curatori, ricercatori, storici dell’arte e collezionisti, ma anche per il pubblico più ampio interessato a comprendere meglio la portata e l’evoluzione del lavoro di Sherman.
Attraverso il CSLP, l’artista consolida il proprio archivio e afferma un modello di gestione della propria eredità artistica che unisce trasparenza, rigore filologico e controllo qualitativo. In un momento storico in cui la circolazione digitale e la fragilità dei materiali fotografici pongono nuove sfide alla conservazione, Sherman propone un sistema che fa della responsabilità verso la propria opera un’estensione coerente della propria poetica.
Copertina del New Yorker e Legacy Project non sono episodi separati, ma due facce della stessa visione. Da una parte, la riflessione critica sull’immagine pubblica e sul ruolo dell’icona; dall’altra, la volontà di garantire che quell’immagine, se destinata a durare, lo faccia nelle condizioni migliori. Sherman si conferma così non solo come artista capace di interrogare i codici visivi della contemporaneità, ma anche come figura lucida nel progettare la conservazione e la trasmissione del proprio lavoro.
Nel ripensare Tilley attraverso il proprio linguaggio visivo e nel definire nuove regole per l’eredità dell’opera fotografica, Sherman riafferma il ruolo dell’artista come costruttore di senso, non solo nel momento della creazione, ma anche in quello della conservazione e della memoria.



