Dopo l’espansione sostenuta dal PNRR e il ritorno delle grandi produzioni internazionali, Cinecittà prepara un’offerta commerciale dedicata al cinema nazionale. Tariffe calmierate, assistenza dalla preparazione e pacchetti integrati potrebbero riavvicinare gli autori italiani alla loro casa storica.
Cinecittà è tornata a essere desiderata da Hollywood. Ora deve tornare possibile per il cinema italiano. È questa la promessa emersa alla Mostra del Cinema di Venezia, dove l’amministratrice delegata Manuela Cacciamani ha annunciato una proposta commerciale, attesa entro la fine del 2026, destinata alle produzioni nazionali con budget più contenuti rispetto ai grandi progetti internazionali.
Il paradosso possiede un’evidenza quasi cinematografica. La “Hollywood sul Tevere”, nata nel 1937 e attraversata da Fellini, Visconti, Scorsese e Coppola, ha recuperato capacità produttiva, prestigio e attrattività globale. Nei suoi teatri sono passati titoli come Conclave ed Emilia Pérez, mentre gli incentivi fiscali italiani continuano ad attirare capitali e troupe straniere. Per molte società nazionali, tuttavia, girare negli Studios resta un’ambizione difficile da sostenere. Durante il panel veneziano, il produttore Benedetto Habib di Indiana Production ha riassunto la reazione abituale del settore: «Cinecittà è troppo cara».
La risposta annunciata punta a creare due velocità complementari. I teatri più grandi continueranno ad accogliere le produzioni ad alto investimento; quelli storici dovrebbero entrare in un regime tariffario calmierato, pensato per film medio-grandi, opere prime e progetti solidi con risorse inferiori agli standard delle major. Cinecittà intende inoltre accompagnare i produttori già nella preparazione, costruendo offerte a pacchetto che riuniscano teatro di posa, ricostruzioni scenografiche, post-produzione e servizi tecnici.

La proposta arriva dopo una trasformazione materiale imponente. Secondo i dati presentati da Cinecittà, la realizzazione di 25 nuovi teatri di posa ha aumentato del 60% la capacità produttiva degli Studios. Il piano industriale guarda al 2029 con un obiettivo di 51,9 milioni di euro di ricavi, quasi il doppio rispetto al 2024, e con la prospettiva di tornare stabilmente in utile. Gli investimenti del PNRR hanno quindi ricostruito la macchina; il passaggio successivo riguarda chi potrà utilizzarla.
La questione supera il semplice costo di affitto di un teatro. Girare a Cinecittà significa accedere a scenografi, falegnami, costumisti, tecnici del suono, artigiani, professionisti degli effetti visivi e strutture di post-produzione concentrate nello stesso luogo. Questa densità riduce spostamenti, tempi e frammentazione organizzativa. Allo stesso tempo, richiede budget capaci di remunerare una qualità professionale elevata. Maria Pia Ammirati, direttrice di Rai Fiction, ha ricordato il caso di Sandokan: la complessità della serie chiedeva precisamente tecniche, spazi e competenze disponibili negli Studios.

Il rischio riguarda la distanza tra un annuncio inclusivo e un listino realmente sostenibile. Per produrre effetti duraturi, i nuovi pacchetti dovranno indicare criteri trasparenti, servizi compresi, priorità di accesso e differenze fra opere prime, cinema indipendente, fiction televisiva e produzioni di fascia media. Anche la programmazione sarà decisiva: un film italiano difficilmente potrà competere per le date con un progetto internazionale capace di occupare grandi spazi per mesi.
In gioco c’è una politica industriale del cinema. Cinecittà può diventare il luogo nel quale investimento pubblico, memoria culturale e produzione contemporanea tornano a coincidere. Ospitare le major genera fatturato e occupazione; riportare stabilmente negli Studios autori e produttori italiani costruisce competenze, continuità e identità. Le due missioni possono alimentarsi a vicenda, purché l’apertura venga tradotta in contratti, prezzi e calendari accessibili.
Cacciamani ha definito il panel veneziano il possibile “giorno zero di un cambiamento”. La verifica arriverà entro la fine dell’anno, quando la proposta commerciale prenderà forma. Solo allora sapremo se Cinecittà sarà diventata una grande infrastruttura internazionale che ospita anche il cinema italiano, oppure la casa produttiva nella quale il cinema italiano torna finalmente ad abitare.



