Dopo quindici anni, Gaetano Fracassio torna da Gli eroici furori con una mostra che ha il respiro di un attraversamento esistenziale e la leggerezza di una confessione visiva. Cinque periodi, cinquant’anni di pittura, a cura di Silvia Agliotti, con testo in galleria di Emanuele Beluffi, riunisce una selezione di opere su tela e carta realizzate nell’arco di mezzo secolo di ricerca, restituendo il ritratto di un autore che ha trasformato il tempo in materia narrativa. La personale, visitabile fino al 23 maggio 2026, si sviluppa come un viaggio a ritroso dentro una pratica artistica in cui memoria, identità e precarietà dell’esistere convivono in equilibrio sottile.
Autodidatta, visionario homo faber, Fracassio – nato a Bitonto nel 1961, per molti anni a Milano e oggi tornato nella sua Puglia – costruisce immagini che sembrano emergere da una geografia interiore. Le sue case sghembe, gli “intimi rifugi”, le barche fragili sospese in un mare metaforico, gli oggetti che affiorano come reperti di un’archeologia dell’anima raccontano il tempo umano e la vulnerabilità dell’esistenza. Un lessico poetico che attraversa cinque nuclei della sua ricerca, Cosmogonie, Ipertesti, Stanze vuote, Attese/Riflessioni, Memento Vita, mantenendo costante una riflessione sul viaggio, inteso non come spostamento ma come postura dello sguardo, come lento apprendistato del mondo.
“Gaetano è un artista capace di costruire tutto, letteralmente: un autore totale che passa dalla pittura alla regia, dalla fotografia alla costruzione dello spazio stesso in cui vive”, osserva la curatrice Silvia Agliotti. “In mostra convivono i suoi cinque periodi, ma soprattutto emerge la trasformazione di uno sguardo: da ‘viaggiatore da fermo’ a uomo che, lentamente, ha iniziato a camminare nel mondo, lasciandosi attraversare anche dalla luce del Sud, oggi così presente nelle opere più recenti”.

L’allestimento procede quasi come un racconto autobiografico al contrario: nella prima sala trovano spazio i lavori più recenti, mentre addentrandosi nel percorso si torna progressivamente verso le origini, fino alle opere giovanili realizzate quando Fracassio era poco più che adolescente. Un dispositivo narrativo che, secondo Emanuele Beluffi, restituisce il senso più profondo della mostra: “Questa è una sorta di antologica in vita, un’autobiografia per immagini che ci accompagna incontro al giovane Gaetano, attraversando cinquant’anni di pittura. Ma in fondo abbiamo sempre a che fare con lo stesso artista: qualcuno che continua a interrogare il mondo attraverso segni, forme e metafore capaci di parlare di noi, delle nostre fragilità e delle tempeste che attraversiamo”.
Instancabile cantastorie e viandante solitario, lo definisce la curatrice, Fracassio sembra muoversi dentro quella dimensione evocata da Pier Paolo Pasolini, “soltanto solo, sperduto, muto, a piedi riesco a riconoscere le cose”, trasformando la lentezza in metodo e l’arte in possibilità di conoscenza. Cinquant’anni dopo gli esordi, il suo lavoro continua a sostare “in limine”, sulla soglia di qualcosa che deve ancora accadere: un altrove fragile e necessario, dove il sorriso convive sempre con la vertigine del tempo.




