C’è una mostra, in questi giorni a Milano, che vale la pena visitare più di ogni altra. È negli spazi di CIRCOLO, un luogo speciale nel cuore di Brera, pensato da Nicole Saikalis e dal marito Matteo Bay come spazio vivo della Saikalis Bay Foundation, attiva tra Milano, Londra, Parigi e Beirut per promuovere e connettere artisti, persone e luoghi oltre ogni confine.
Al piano nobile del civico 48 di via della Spiga, CIRCOLO ci appare come una sorta di “casa dell’arte contemporanea” dove Nicole Saikalis, generosa padrona di casa, attiva ciclicamente mostre e talk che diventano occasioni speciali di dialogo. Siamo stati a visitare l’ultimo progetto, Shifting Crossroads / Beirut Contemporary, una mostra che è un viaggio nella Beirut di ieri e di oggi.
Un’esposizione necessaria, nata ben prima dei recenti e drammatici sconvolgimenti nell’area, come racconta ad Artuu la stessa Nicole Saikalis, libanese d’origine: «Sono stata a Beirut anche la settimana scorsa e devo dire che è più difficile venir via che rimanere lì. Capisco la scelta di molte persone, inclusi gli artisti, di non voler abbandonare il Paese nonostante le bombe. Io stessa ho sentito più pesante, emotivamente, il periodo in cui ero lontana».

Il progetto nasce dopo un importante viaggio di Nicole: cinque giorni a Beirut lo scorso novembre durante i quali, insieme ad altri membri della fondazione e appassionati d’arte, ha visitato una ventina di studi di artisti, musei e case private. «Era in fase di organizzazione un viaggio simile per maggio, destinato a giornalisti e curatori italiani — ci rivela — ma l’attuale situazione impone una riflessione sulla sua fattibilità». Ribadisce però un punto fermo: questa non è una mostra sulla guerra in Libano, ma una riflessione sulle sue possibilità di rinascita. «Un Paese come il Libano dovrebbe essere ricordato e riconosciuto attraverso i suoi artisti piuttosto che per i suoi politici: per questo motivo crediamo che promuovere una mostra così sia fondamentale nel momento che stiamo vivendo».
Mentre ci aggiriamo nelle stanze di CIRCOLO incontriamo Soraya Salwan Hammoud, giovane e talentuosa artista di Beirut, in questi giorni a Milano per una breve residenza della Saikalis Bay Foundation: «Ero indecisa se venire in Italia: era troppo forte il timore di restare bloccata qui, di non poter rientrare. Ma poi mi sono fatta forza. Lavorare oggi a Beirut non è facile: ci sono giorni in cui riesco a concentrarmi nonostante il rumore dei proiettili in sottofondo, altri in cui faccio fatica». I suoi lavori più recenti sono esposti nell’ultima sala: opere materiche di notevole impatto realizzate con oli, pigmenti e ossa. Dialogano alla perfezione con le sculture di Simone Fattal: le sue figure di argilla recuperano miti antichi e ci interrogano su cosa rimanga, oggi, di quel tempo lontano.

Tutta la mostra è un felice dialogo tra artisti affermati e voci emergenti. Nella prima sala, Witness, una piccola ma potentissima scultura dell’artistar Mona Hatoum — che riproduce in scala ridotta un monumento nazionale trivellandolo di buchi — sembra parlare con la “mappa” posta sul pavimento da Stéphanie Saadé e con gli strepitosi lavori di Omar Mismar.
Sono, a nostro giudizio, le opere più potenti e politiche in mostra: dipinti realizzati a partire da striscioni di protesta recuperati dall’artista anche in questi giorni complessi. Notevole anche la seconda sala, dove spicca l’installazione fotografica di Catherina Cattaruzza, che rievoca le diverse ere geologiche del Libano, mentre i lavori di Joana Hadjithomas con Khalil Joreige ci regalano “cartoline dall’inferno” di Beirut, con panorami semi-bruciati e consumati.
Una mostra doverosa per capire cosa sia oggi Beirut: un luogo dove l’arte contemporanea è più viva che mai, si muove tra culture, religioni e tradizioni diverse e non ha paura di denunciare le storture del presente per immaginare un futuro diverso.



