CJ Hendry e i suoi palloncini da Instagram: “Keff Joons” è il playground che l’arte non sapeva di volere

CJ Hendry, quella che da ragazzina copiava oggetti di lusso con la matita meglio di una fotocopiatrice svizzera, ha mollato la carta e il carboncino per gonfiare palloncini. Letteralmente. La sua ultima trovata, “Keff Joons”, non è un’opera d’arte: è un parco giochi postmoderno in Technicolor, un trip visivo che ti risucchia dentro un magazzino di Brooklyn e ti costringe – attenzione – a toglierti le scarpe, infilarti dei calzini antiscivolo arancioni e firmare una liberatoria. Per ammirare dei palloncini. Sì, siamo decisamente nel 2025.

“Keff Joons” è un titolo furbissimo: un gioco di parole che prende a braccetto Jeff Koons, lo zio ricco con il feticismo per i cani cromati, e lo porta a fare un giro in un luna park psichedelico. Ma Hendry non copia: dissacra. I suoi palloncini non sono patinati, non sono perfetti, non vogliono stare fermi su un piedistallo a farsi adorare. Sono nodi informi, grovigli giocosi e un po’ scemi, che occupano lo spazio come se l’arte fosse un’epidemia di allegria. E forse, in certi casi di arte aneddotica e ironica pop sopravvalutata, lo è.

L’effetto è quello di finire dentro una festa di compleanno andata fuori controllo (a noi Millennial quasi viene una lacrimuccia a ricordare le ball room di McDonald’s), dove il tempo si è fermato e tu sei l’unico adulto costretto a rotolarti nel delirio. Ma è qui che Hendry ti frega: perché dopo aver scalato, saltato e strisciato tra i suoi palloni XXL, arrivi davanti a nove disegni iperrealisti che ti fissano come per dirti: “Ehi, so ancora disegnare. E anche dannatamente bene.” Sono ritratti di quei nodi plastici che hai appena toccato, ma resi con una precisione che ti fa dubitare della tua vista. Un cortocircuito totale tra infantile e maniacale, tra installazione e arte pura.

La genialità di Hendry sta proprio qui: prende il kitsch, lo porta all’estremo e poi lo riabilita con la sua incredibile abilità tecnica. Ti costringe a camminare dentro l’opera, a diventare parte dell’esperimento, mentre una parte di te si chiede: “Sto giocando o sto pensando?” E la risposta è (vedi edutainment): entrambi.

“Keff Joons” è anche un atto d’amore (e sabotaggio) verso l’arte contemporanea, che spesso prende troppo sul serio se stessa. Hendry la prende, la gonfia, le fa un nodo e poi la lancia in aria. Ridere è permesso, anzi obbligatorio. Ma è una risata che ti lascia addosso una strana inquietudine, come quando ti rendi conto che il parco giochi è finito e devi tornare adulto.

In fondo, Hendry ci mette davanti a un paradosso: può un’installazione temporanea, fatta di PVC e aria, essere più memorabile di un’opera in bronzo? Può il gioco diventare critica sociale? E l’arte, può davvero essere divertente senza perdere profondità?

“Keff Joons” risponde sì, sì e ancora sì. E mentre ti togli i calzini arancioni all’uscita, un po’ sudato e molto confuso, ti rendi conto che forse l’arte non deve spiegarti niente. Basta che ti costringa a toglierti le scarpe.

Bentornata, CJ. Ci sei mancata.

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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