Parma, da sempre, vive di musica — è sede della Fondazione Parma Capitale della Musica, costituita nel 2004 con il Ministero della Cultura. Con la vittoria del bando PAC 2026 – Piano per l’Arte Contemporanea del Ministero della Cultura, la città identifica oggi un nuovo modello di investimento culturale: collezionare il suono, investendo in una delle forme artistiche più immateriali e coinvolgenti del nostro tempo.
Attraverso questo premio, nella primavera 2027 taglierà il nastro ParCO — nuovo polo artistico e culturale cittadino, diretto e curato da Matteo Lucchetti. Il progetto inaugurale, che troverà casa negli storici spazi dell’Ospedale Vecchio, è Wind Fields and Metal Flowers dell’artista e compositore Tarek Atoui, tra le figure più rilevanti della ricerca sonora contemporanea, le cui performance hanno abitato spazi come Fondation Louis Vuitton di Parigi e Tate Modern di Londra. Le opere saranno installate a ParCO al centro di una serie di performance, ma la loro collocazione permanente sarà la Casa del Suono, museo e centro di ricerca dedicato all’evoluzione della tecnologia del suono: un patrimonio pubblico, non un progetto temporaneo.
A guidare questo passaggio è Matteo Lucchetti, da quest’anno responsabile del progetto artistico ParCO, curatore per le arti e le culture contemporanee del MUCIV – Museo delle Civiltà di Roma dal 2022.

Il suo è un percorso costruito oltre i confini nazionali: ricercatore in residenza al BAK di Utrecht nel 2009, poi residenze curatoriali a Para Site di Hong Kong, alla Kadist Art Foundation di Parigi e Air di Anversa prima di tornare al BAK come curatore e realizzare progetti al Queen Museum di New York, a Fayette Anticipations di Parigi e al Kunsthalle di Lund. Dal 2011, cura con Judith Wielander Visible, la piattaforma di ricerca sulle pratiche artistiche socialmente impegnate sostenuta da Cittadellarte Fondazione Pistoletto e Fondazione Zegna — un progetto che, dopo quindici anni, ha costruito una collezione immateriale di oltre duecento progetti nel mondo. Nel 2016 è stato tra i curatori della 16ª Quadriennale di Roma con De Rerum Rurale.
Con Visible, dice Lucchetti, “abbiamo lavorato soprattutto a costruire ponti tra le pratiche artistiche socialmente impegnate” e il mondo delle istituzioni che avevano bisogno di ricucire il rapporto con tessuti sociali cambiati, di cui gli artisti erano spesso portavoce con uno sguardo diverso da quello comune. È con questo bagaglio che Lucchetti guarda a Parma: “un contesto estremamente locale e globale al tempo stesso, dove un nuovo centro per l’arte contemporanea può attivare riflessioni condivise tra le comunità che abitano la città e gli artisti internazionali che lavorano con questo approccio”. La sfida, spiega, “non è portare qualcosa che non c’è dall’esterno, ma lavorare su ciò che esiste già” — l’ex Ospedale Vecchio come spazio, le identità culturali vecchie e nuove, i problemi sociali e climatici. ParCO, in questo senso, è per lui un’operazione di rigenerazione: prendere un patrimonio dato e aprirlo a nuove forme di partecipazione.
Con Matteo Lucchetti, curatore del progetto, abbiamo provato a raccontare cosa significhi anticipare un’opera che ancora non esiste, quando è soltanto processo, cantiere, promessa.

Con l’acquisizione delle opere di Tarek Atoui prende forma il primo progetto della sua direzione artistica di ParCO, che inaugurerà nella primavera 2027. Perché ha scelto proprio Atoui per aprire questo percorso, e quale idea di ParCO desidera comunicare attraverso questa prima acquisizione?
“Atoui rappresenta bene l’idea di ParCO che vorrei trasmettere, perché nella sua pratica artistica co-esistono creazione, educazione e connessione sociale, e le sue opere non sono soltanto oggetti da contemplare ma strumenti che si completano solo quando qualcuno li attiva. La scelta di un artista che è anche un musicista si lega alla storia di Parma, che ha dato i natali a pilastri come Verdi e Toscanini: Atoui lavora sulla ridefinizione dell’esperienza musicale, vedendo nel suono una vibrazione percepibile anche dal corpo, dunque accessibile anche a chi è sordo. In una città conosciuta per la sua tradizione operistica e sinfonica, l’arte contemporanea arriva a spostare l’attenzione su chi ascolta e in quali altri modi è possibile farlo.”
Le tre opere acquisite appartengono a momenti diversi della sua ricerca, e una sarà realizzata appositamente per Parma. Perché costruire questo ensemble, e quale valore aggiunge l’idea di acquisire un’opera ancora in fase di produzione?
“Le tre opere — Organ Within (2022), Metal Sunflower (2025), Metal Seats and Plates (2026) — appartengono a momenti diversi della ricerca di Atoui, ma condividono lo stesso nucleo: fanno parte del progetto a lungo termine WITHIN, in corso dal 2013, che indaga come la sordità modifichi la percezione dello spettro sonoro. Dialogando con Tarek, abbiamo pensato di legarle come un ensemble pensato per Parma, portando l’attenzione non su tre opere sconnesse ma su un sistema coerente, in cui gli strumenti dialogano tra loro così come le comunità che potranno attivarli. Non si è trattato di acquisire un’opera ancora in produzione, ma di dare un significato specifico a questo gruppo di opere, coerente con l’idea che un patrimonio pubblico non sia un’accumulazione di opere pre-esistenti, ma qualcosa che si modifica nel momento in cui si costruisce una collezione per un contesto specifico.”

L’acquisizione è accompagnata da workshop con persone non udenti, giovani musicisti e performance partecipative. In che modo questa dimensione relazionale cambia il rapporto tra un’istituzione culturale e il proprio territorio?
“Cambia nel modo in cui l’istituzione afferma che per completare il senso di questa acquisizione c’è bisogno di una partecipazione attiva del territorio che andrà a riceverla. I workshop con persone sorde e con i giovani musicisti del Conservatorio non sono attività collaterali all’opera, ma il modo in cui l’opera esiste a Parma. Senza qualcuno che la attivi, l’ensemble è muto. Questa dinamica riconosce al pubblico una responsabilità, e trasforma l’istituzione da luogo che espone cultura a luogo che la produce insieme al proprio territorio. È il passaggio che mi interessa: da istituzione puramente culturale a istituzione civico-culturale — civico, perché ci ricorda che l’abitante di una città è dotato di diritti politici e civili, e che l’artista è un cittadino prima di qualsiasi altra cosa. Per me non si tratta di rendere l’arte accessibile nel senso di semplificata, già digerita o che il visitatore riconosce come esperienza estetica, ma di saper offrire ad un territorio, ai suoi abitanti e ai suoi visitatori, nuovi strumenti interpretativi della complessità di cui sono composte le nostre vite.”
Con Eno, la Casa del Suono ha trasformato un’esperienza collettiva in un vinile in copia unica. Per Atoui la logica sembra opposta: le opere restano strumenti attivabili anche una volta acquisite. Un vinile suona sempre uguale a sé stesso. Un ensemble come quello di Atoui, invece, esiste solo se qualcuno sa suonarlo, e i musicisti dei workshop, tra qualche anno, potrebbero non esserci più. Chi si prende la responsabilità di mantenere viva questa competenza nel tempo?
“Ha ragione a cogliere l’asimmetria: il vinile di Eno suona in un unico modo, l’ensemble di Atoui esiste solo se qualcuno sa attivarlo. Un’opera legata a processi partecipativi comporta una fragilità che un’opera-oggetto non ha, e questa fragilità è una questione che mi ha sempre affascinato nel lavoro con Visible, dove una delle preoccupazioni ricorrenti è sempre stata legata a chi si prende cura, nel tempo, dei saperi generati da queste pratiche, che le istituzioni tendono ad assorbire senza interpretarne davvero la sfida di mantenere vivi i processi. Per queste ragioni sarà fondamentale il periodo che Tarek Atoui potrà passare a Parma con le comunità di riferimento, insegnando, scambiando e ascoltandosi a vicenda. Non tutto è già stato risolto, ma si tratta di dare corpo a metodologie di collaborazione che è la base su cui questo apprendimento va radicato come relazione strutturale che forma nel tempo nuove persone in grado di trasmettere il sapere ad altre. La responsabilità è dell’istituzione, e acquisire questo genere di opere mette alla prova la sua capacità di essere generativa di relazioni, e non soltanto un archivio che conserva.”

Con Atoui, il suono entra per la prima volta nella programmazione di ParCO, trasformando la città in un laboratorio del contemporaneo. Ciò significherebbe — risponde Lucchetti al termine dell’intervista — “che questa tradizione si è dimostrata capace di generare, non solo di conservare”. L’ambizione è che “quella identità non resti un patrimonio da custodire ma diventi un terreno di ricerca vivo, dove si continua a chiedersi cosa voglia dire ascoltare oggi, e per chi”.
Per Parma sarà l’occasione di misurare quanto le sue porte possano aprirsi davvero. Il lavoro di Atoui nasce sempre da un dialogo diretto con chi costruisce gli strumenti musicali, un sapere che vive solo finché un maestro continua a insegnarlo a un apprendista. È qui che Lucchetti sposta la domanda sulla riuscita del progetto — non nella prima stagione di eventi, ma tra cinque anni, quando bisognerà vedere quanto “l’arte che non si esaurisce dentro il white cube del museo, ma rende visibili altre parti di quello spazio/ tempo che chiamiamo realtà” si sia radicata e se “musicisti, mediatori, membri delle comunità coinvolte saranno ancora attivi nel far suonare questi strumenti e trasmettere ad altri ciò che hanno appreso in questa esperienza.”



