Dietro l’apparente perfezione di una cerimonia olimpica si nasconde un processo creativo che ha poco a che fare con l’immediatezza dello spettacolo e molto con la costruzione lenta di un immaginario condiviso. Un lavoro che parte da una responsabilità precisa — raccontare un paese al mondo — e che si sviluppa attraverso intuizioni, stratificazioni e continui aggiustamenti, fino a trovare una forma capace di tenere insieme milioni di sguardi.
Nel caso della Cerimonia d’Apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, questo processo si è mosso all’interno di una macchina produttiva tra le più complesse mai realizzate, orchestrata da Balich Wonder Studio. Qui, la dimensione artistica incontra quella logistica, la visione dialoga con la precisione, e ogni scelta deve essere allo stesso tempo simbolica e perfettamente eseguibile.
Abbiamo parlato con Simone Ferrari e Lulu Helbæk, membri del team creativo, per entrare nel cuore di questo sistema: un racconto che attraversa idee, dubbi, momenti di svolta e soluzioni inaspettate, restituendo la complessità di un progetto in cui immaginazione e struttura non sono opposti, ma parti dello stesso disegno. Un viaggio dentro la costruzione di uno spettacolo globale, dove ogni dettaglio è pensato per essere visto — e sentito — ovunque.

Simone e Lulu, dietro a uno spettacolo visto da milioni di persone c’è un lavoro creativo lungo e complesso. Come si sviluppa il processo che porta dalla prima intuizione alla realizzazione concreta di una cerimonia olimpica di questa portata?
Tutto parte da una responsabilità molto chiara: rappresentare l’Italia al mondo. Sapevamo che temi come la bellezza — nel senso più ampio, umano ed estetico — dovevano essere centrali. Il nostro modo, profondamente italiano, di generare bellezza, riconosciuto ovunque. Volevamo parlare di creatività, di ingegno, di quello spirito capace di trasformare le cose, ma in modo contemporaneo, evitando ogni cliché.
Allo stesso tempo, c’era il desiderio di raccontare un paese accogliente, aperto, capace di immaginare e di unire. All’interno di questo disegno, guidato dal creative lead di Marco Balich, ogni regista — tra cui oltre a noi, Damiano Michieletto e Lida Castelli — ha portato la propria urgenza creativa, il proprio sguardo.
Si può partire da una poesia, da un brano musicale, da un’intuizione coreografica. È come prendere un filo di lana e iniziare a seguirlo, lasciando che ti conduca. Poi inizia il lavoro di costruzione: si cercano tutti gli altri elementi — spazio, corpi, musica, luce — che possano dire la stessa cosa, in modi diversi. Una cerimonia prende forma così, per accumulo e per coerenza.
Il vostro lavoro si muove tra immaginazione artistica, logistica monumentale e tempi rigidissimi. Com’è la vita quotidiana di un creativo impegnato in un progetto come la Cerimonia Olimpica e quali sono le sfide meno visibili al pubblico?
È un processo che inizia circa due anni prima. All’inizio il tempo è dilatato, si esplora, si immagina. Poi, man mano che ci si avvicina all’evento, tutto accelera: il tempo che dedichi al progetto cresce, e insieme cresce il numero di persone coinvolte.
Si costruisce una macchina produttiva complessissima, fatta di figure chiave — production stage manager, show caller, head of production, executive producer, head of logistics — ognuna con il proprio team. E poi il dialogo costante con il comitato olimpico, che porta uno sguardo più ampio sull’insieme dei Giochi.
Negli ultimi sei mesi si è quasi completamente assorbiti dal progetto.
La sfida meno visibile è tenere insieme visione artistica e precisione assoluta, facendo dialogare tutti i linguaggi — dalla musica di Andrea Farri alla luce di Bruno Poet — dentro un sistema che non può permettersi errori.
Le cerimonie olimpiche sono eventi estremamente coreografati, ma spesso nascondono momenti di sperimentazione e decisioni inattese. C’è un episodio o un dettaglio del processo creativo – magari rimasto dietro le quinte – che racconta bene come nasce uno spettacolo di questo tipo?

Volevamo costruire un viaggio fantastico attraverso i secoli dello stile delle Olimpiadi.
Ma per molto tempo non arrivava nessuna idea che fosse davvero giusta.
Un giorno, durante una riunione al CONI, eravamo seduti in una stanza circondata dai poster di tutte le Olimpiadi, dal 1924 in poi. Guardandoli, è emersa un’intuizione: lavorare su un palco “pop-up”, su un incontro tra bidimensione e tridimensione, tra il mondo del disegno e quello reale.
Da lì è nato tutto: il passaggio dal cartoon alla realtà, la trasformazione di un personaggio centrale, comico ma anche profondamente umano. In parallelo, questo viaggio nel tempo ha preso forma anche nei costumi, pensati da Massimo Cantini Parrini come un vero e proprio film storico o un musical. Così ha preso forma Time Travel con Sabrina Impacciatore.

All’interno di un team creativo così ampio, qual è stato il vostro ruolo specifico nel tradurre il tema della cerimonia in immagini, scenografie e momenti narrativi capaci di parlare a un pubblico globale?
Il palco stesso era una dichiarazione. Abbiamo lavorato sull’idea di una spirale attraversata da quattro direttrici: le vie che arrivano dalle montagne, dagli hub in cui si svolgevano i Giochi, verso Milano. È la prima Olimpiade diffusa, e volevamo che questo fosse visibile.
Questa visione ha preso forma anche grazie al lavoro di Paolo Fantin, che ha trasformato questa idea in uno spazio scenico concreto e leggibile.
Ma quella forma conteneva anche altro: un’apertura verso l’esterno, un gesto di accoglienza, un invito al mondo a convergere verso un centro.
Allo stesso tempo, era anche un’immagine organica, quasi un albero visto in pianta.
Tradurre un tema in scena significa costruire immagini che tengano insieme più livelli di lettura, ma che restino immediate.

Balich Wonder Studio è uno degli studi più importanti al mondo nella progettazione di grandi eventi. Com’è lavorare all’interno di una struttura creativa di questo livello e come si coordina il lavoro tra regia artistica, scenografia, musica e tecnologia per costruire uno spettacolo unitario?
Lavorare con Balich Wonder Studio significa confrontarsi con una struttura che ha una grande esperienza nelle cerimonie, ma anche uno stile molto riconoscibile e una forte apertura internazionale.
Le squadre sono composte da professionisti tra i migliori al mondo, provenienti da contesti e culture diverse. Questo crea un ambiente estremamente ricco, dove ogni progetto diventa un incontro tra sensibilità.
C’è un entusiasmo reale nel raccontare i paesi in cui si lavora, una responsabilità, ma anche una gioia. Ed è una struttura che ti mette nelle condizioni ideali per far dialogare tutti i linguaggi — regia, spazio, musica, luce, costume — e trasformare un’idea in qualcosa di concreto, potente e condiviso su scala globale.


