Il panorama dell’informazione in Italia è in costante evoluzione, segnato da una crescente frammentazione delle fonti, dall’ingresso di nuovi attori digitali e da un rapporto complesso con la fiducia e la qualità delle notizie. A delineare questo scenario è il Digital News Report 2025 del Reuters Institute, realizzato per il nostro paese da Alessio Cornia (Dublin City University) in collaborazione con il Master in giornalismo “Giorgio Bocca” dell’Università degli Studi di Torino. Secondo il report, il 68% degli italiani si informa online, un dato che segna il sorpasso definitivo rispetto alla televisione, stabile al 65% come principale fonte di notizie. La fruizione digitale, però, fatica a trovare un consolidamento: le testate giornalistiche tradizionali non riescono a imporsi, mentre crescono l’informazione mediata dagli algoritmi e la presenza di contenuti generati da nuovi soggetti senza intermediazione.
Il Digital News Report 2025 mette sotto i riflettori un ecosistema informativo nazionale in forte transizione. L’interesse generale per le notizie è calato (meno del 40% si dichiara interessato, rispetto al 70% di dieci anni fa), mentre la consultazione resta elevata ma frammentata, discontinua, sempre più mediata dalla tecnologia e spesso scollegata da un contesto critico. “Il calo dell’attenzione verso le notizie – spiega ad Artuu Emanuele Salè, esperto di comunicazione – è, paradossalmente, legato proprio alla proliferazione delle notizie stesse: un’infodemia incontrollata che ha spesso un effetto respingente”.
I social media confermano il proprio ruolo nell’ecosistema informativo: il 39% degli italiani li utilizza per informarsi, con una presenza marcata tra i più giovani e un ruolo crescente per piattaforme come TikTok. La fiducia nei confronti di influencer, creator digitali e figure politiche che veicolano contenuti informativi, però, resta bassa. “Si registra – continua – un calo nell’uso dei social come canali informativi ‘a tutto tondo’: oggi si scelgono singoli account ritenuti affidabili, ma non ci si informa più tramite la timeline di Facebook o Instagram come accadeva fino a qualche anno fa”. Nel frattempo, stanno emergendo nuovi formati: cresce l’uso dei video social e dei podcast di news (oggi al 6%), mentre cominciano ad affacciarsi i chatbot basati sull’intelligenza artificiale generativa. Sebbene i numeri siano ancora limitati (7% a livello globale, 4% in Italia) il loro tasso di crescita è elevato, e segna l’inizio di una nuova fase nella personalizzazione dell’informazione, in questo caso “virtuale” e digitale.
La fiducia: tra crisi e resistenza
La fiducia complessiva nelle notizie resta bassa e stagnante: solo il 36% degli italiani afferma di fidarsi delle informazioni che riceve. Un valore superiore a quello di Francia e Spagna, ma distante dai livelli dei Paesi nordici. Alcuni brand, tuttavia, conservano una reputazione solida: l’ANSA è ritenuta la fonte più affidabile, con un livello di fiducia pari al 74%. Un dato interessante riguarda le testate locali, che sembrano beneficiare di una rinnovata attenzione da parte del pubblico.
I quotidiani legati al territorio riconquistano credito, rafforzando il legame con lettori sempre più diffidenti verso attori lontani e figure pubbliche. “Si tratta di una questione generale – osserva Salè – . Le persone si fidano più del sindaco o del politico locale rispetto a quello nazionale: forse perché riescono a vedere la realtà da un punto di vista più simile a quello del cittadino. Questa vicinanza trasmette empatia, concretezza, e alimenta fiducia. Inoltre, le testate locali svolgono ancora un ruolo di ‘servizio’, offrendo informazioni pratiche e rilevanti per la quotidianità. In un mondo sempre più globalizzato, molti sentono il bisogno psicologico di tornare a guardare alla propria comunità”.
Una fruizione mobile e rapida
L’accesso alle notizie avviene soprattutto da smartphone (81%), confermando un’abitudine ormai consolidata: informarsi in modo rapido, spesso attraverso notifiche, feed personalizzati e contenuti brevi. La carta stampata, al contrario, continua a perdere terreno: solo il 12% degli italiani la indica come fonte principale.
Pochi disposti a pagare per le notizie
Un altro elemento chiave riguarda la sostenibilità economica dell’informazione digitale. Solo il 9% degli italiani è disposto a pagare per accedere a contenuti giornalistici online. Si tratta di una delle percentuali più basse d’Europa. Un dato che solleva interrogativi sul futuro del giornalismo professionale e sulle modalità con cui sarà possibile continuare a produrre informazione di qualità bilanciando economicità e valore aggiunto.
Una criticità che va di pari passi con un contesto di crescente disinformazione: emerge l’urgenza di un sistema integrato di moderazione, trasparenza delle fonti e fact-checking. Ma quali strumenti funzionano meglio? “Non credo – continua Salè – serva un modello centralizzato: oggi possiamo già incrociare le fonti con molta più facilità rispetto a dieci anni fa. Se leggo un articolo in cui viene citato per esempio il ‘New York Times’ posso controllare in modo diretto o risalire alla fonte originaria. Il controllo personale resta fondamentale e lo è ancora di più quando vengono utilizzati strumenti di intelligenza artificiale. La disinformazione si diffonde facilmente, soprattutto in momenti di complessità politica internazionale come quello che stiamo vivendo. Per questo, il fact-checking deve diventare parte delle nostre attività quotidiane. Informarsi non significa solo ricevere notizie, ma anche esercitare un ruolo attivo”.





