Connexxion torna a Savona per la sua quarta edizione, intitolata Elegia della fragilità e curata da Livia Savorelli. Il Festival Diffuso di Arte Contemporanea, in corso fino al 26 settembre, si svolge tra Pinacoteca Civica, Villa Cambiaso ed ex Carcere Sant’Agostino e affronta la fragilità soprattutto attraverso due filoni: da una parte tecnologia, algoritmi e dispositivi digitali; dall’altra con opere costruite attraverso ascolto, memoria e partecipazione.
Savorelli parte anche da Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto di Roberto Gramiccia e dalla sua riflessione sul rapporto tra fragilità e techne. La tecnologia ha reso più semplice comunicare e accedere alle informazioni, ma ha portato con sé anche nuove dipendenze: dalle piattaforme, dall’accumulo dei dati e dalla crescente delega alle macchine.
Alla Pinacoteca Civica, per potersi confessare bisogna inginocchiarsi, indossare le cuffie e cominciare a parlare, ma dall’altra parte del confessionale non c’è un sacerdote: c’è l’intelligenza artificiale. In The Algorithm Creed Matteo Mandelli affida all’AI il ruolo che nel confessionale spetterebbe a un sacerdote.

La tecnologia ascolta, risponde e raccoglie le confessioni che, private dei dati sensibili, entrano a far parte di un archivio anonimo. Più che mostrare quello che l’intelligenza artificiale è ormai capace di fare, l’opera pone una questione diversa: quali parti di noi siamo disposti ad affidarle? Non soltanto informazioni e attività quotidiane, ma paure, pensieri e bisogno di ascolto.
Quando lo schermo smette di essere trasparente
Lo stesso Mandelli affronta fisicamente questo rapporto in The Contact. Durante la performance incide con una smerigliatrice uno schermo acceso sul quale è riprodotta un’opera di Lucio Fontana della collezione Milena Milani. Il richiamo al taglio è evidente, ma cambia completamente il materiale sul quale viene eseguito.
Lo schermo, che utilizziamo ogni giorno quasi dimenticandone la presenza, viene aperto e danneggiato. Dalla superficie emergono cristalli e luce. Mandelli lo riporta alla sua condizione materiale: dietro immagini, applicazioni e contenuti resta un oggetto che può rompersi.
In Vainglory Max Magaldi porta invece dentro una stanza 130 smartphone accesi contemporaneamente. «Questo è l’oggetto del contemporaneo, è l’oggetto che ha cambiato le nostre vite», spiega l’artista. Video, notifiche, voci e contenuti provenienti dai social vengono trasmessi insieme, creando una massa difficile da seguire. Bastano però pochi secondi perché il comportamento cambi: si riconosce un volto, un trend, qualcosa già incontrato online e ci si avvicina a uno degli schermi.

Il gesto dello scroll passa dalle dita agli occhi e poi al corpo. Quello che normalmente avviene nello spazio ristretto di un telefono occupa una stanza intera, rendendo evidente la quantità di stimoli che assorbiamo senza quasi accorgercene.
La collocazione nella cappella dell’ex Carcere Sant’Agostino aggiunge un elemento ulteriore. Magaldi considera lo smartphone una sorta di immagine sacra del presente, il dispositivo intorno al quale costruiamo quotidianamente la nostra rappresentazione attraverso fotografie, video, opinioni e frammenti privati. Dentro un carcere, le sbarre materiali convivono con una forma di prigionia digitale molto meno visibile: siamo utenti delle piattaforme, ma allo stesso tempo produciamo ciò che le alimenta.
Un archivio può dimenticare
La tecnologia entra nel festival anche dalla porta della memoria. Luca Carlevarino, classe 2001, parte in ARCHIVIO (al piano di sotto) dai propri ricordi d’infanzia, quasi tutti conservati fin dall’origine su chiavette, hard disk e schede SD.
Quando prova a recuperarli, trova immagini rovinate, pixel alterati e fotografie in cui i colori sono ormai cambiati. L’archivio digitale, solitamente percepito come qualcosa di potenzialmente infinito, mostra un limite molto concreto: un file salvato non è necessariamente un ricordo conservato.

Carlevarino mette questa esperienza in rapporto con forme di archiviazione presenti in natura, dai fossili al ghiaccio fino alla melma policefala, organismo capace di conservare informazioni sui percorsi compiuti. Il riferimento si lega al digital hoarding, l’accumulo di fotografie, mail, messaggi e documenti che difficilmente cancelliamo proprio perché lo spazio digitale sembra non finire mai.
Nell’ex carcere la ricerca si lega alla memoria dell’edificio. Durante i sopralluoghi Carlevarino trova al piano superiore l’archivio dell’istituto penitenziario, ma è vuoto. Comincia allora a raccogliere ciò che è rimasto: vecchi biglietti, calendari, materiali abbandonati e lacci che venivano utilizzati dai detenuti per mettere ad asciugare i vestiti. La memoria personale e quella del carcere finiscono così nello stesso lavoro, entrambe dipendenti da supporti che possono deteriorarsi, essere svuotati o semplicemente scomparire.
La relazione come parte dell’opera
Accanto a smartphone, algoritmi e archivi, Connexxion lavora sulla fragilità attraverso progetti che nascono dall’incontro con altre persone.
Moire di Martina Fontana prende forma da due giornate trascorse con alcuni ospiti della RSA Santuario. Al centro del laboratorio c’è un grande bozzolo rivestito insieme attraverso matasse di fibra vegetale, con una struttura progettata affinché potessero partecipare anche persone con difficoltà motorie.
Il lavoro manuale diventa soprattutto il tempo nel quale parlare. Mentre le fibre vengono districate e intrecciate, emergono ricordi e storie personali. «Le persone, finché hanno del fiato in corpo, hanno sempre qualcosa da dire. L’importante è che ci sia qualcuno che le sappia ascoltare», racconta Savorelli.

L’opera resta per alcuni giorni all’interno della RSA, prima di essere trasferita nel percorso del festival, in modo che chi l’ha realizzata possa mostrarla ai familiari e alle persone in visita. Il bozzolo è quindi soltanto una parte del progetto; l’altra è ciò che è accaduto durante la sua costruzione. Anche Blooming di Camilla Marinoni nasce da un processo partecipativo. Le persone coinvolte raccontano una propria frattura e il modo in cui hanno attraversato un limite; da questi incontri nascono fiori, impronte e disegni che continuano ad aggiungersi al lavoro. A Savona il progetto coinvolge anche alcune persone dell’Auser e non cerca una forma definitiva: cambia insieme a chi vi prende parte.
In Attraversamenti di Elisabetta Di Sopra, realizzato con il gruppo “Mastectomia semplice senza ricostruzione – FLAT Farfalle Libere”, il tema passa invece direttamente dal corpo. L’artista si ispira al kintsugi per ripercorrere con l’oro le tracce del trauma lasciate dalla malattia. La cicatrice non viene nascosta o corretta: resta visibile e diventa parte della nuova immagine del corpo.

La relazione con una comunità torna infine in Le Luci di Zinöa di Francesca Catellani, costruita attraverso le testimonianze degli abitanti storici di Zinola. Interviste, fotografie analogiche e una ripresa fissa sul mare restituiscono una memoria del quartiere affidata alle persone che ancora la custodiscono. Il punto comune con le opere tecnologiche è proprio la memoria. Da una parte ci sono dispositivi capaci di immagazzinare quantità enormi di informazioni, ma anche file che si deteriorano, archivi che si svuotano e piattaforme che decidono cosa mostrarci. Dall’altra ci sono ricordi destinati a sparire insieme alle persone se nessuno trova il tempo di raccoglierli.
L’ex Carcere Sant’Agostino, dismesso definitivamente nel 2017 e utilizzato dal festival dal 2024, rende il confronto ancora più netto. Un luogo costruito per separare le persone ospita oggi progetti che lavorano sulla relazione, sull’ascolto e sulla costruzione di una memoria condivisa.
La tecnologia, in queste opere, non viene trattata semplicemente come un nemico, così come la fragilità non diventa automaticamente una virtù. La questione riguarda piuttosto ciò a cui stiamo delegando memoria, ascolto e relazioni. E se smartphone e algoritmi possono contenere sempre più parti delle nostre vite, molti dei lavori di Connexxion riportano l’attenzione su qualcosa di molto meno tecnologico: senza qualcuno disposto ad ascoltare, anche l’archivio più capiente può, in sostanza, rimanere vuoto.




