È con entusiasmo che ci addentriamo nell’analisi del rivoluzionario approccio teatrale di Stefano Fortin attraverso il suo acclamato lavoro, ‘Cenere’. Questo spettacolo, che ha ottenuto l’ambito premio College Teatro per autori under 40 alla Biennale del Teatro, è un saggio fondato sulla parola – scritta, pronunciata, recitata – orchestrato sotto la regia impeccabile di Giorgina Pi.
Il testo, un trittico articolato con grande maestria, traccia la linea di una narrazione che s’incunea nell’anima del pubblico con una violenza pacata e inappellabile. È la rabbia di una generazione che vede il futuro come un disastro imminente dal quale preferisce restare distante, prigioniera della propria insoddisfazione, racchiusa “in un guscio di noce”.
Fortin attinge direttamente all’insoddisfazione profonda e alla disillusione di un trentenne contemporaneo. Il personaggio afferma di non voler faticare tanto per ottenere il minimo, avendo desiderato il massimo e sapendo che “Il futuro sarà un disastro cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare”. Questo rifiuto di un mondo che viene percepito come inadeguato e insoddisfacente è espresso con le parole di un suicida veneto trentenne, espresse in una lettera del 2017 apparsa sui giornali.
La narrazione di ‘Cenere’ è scandita da un simbolismo penetrante. Dopo un prologo che introduce una costante cascata di cenere accumulata fino alla fine del palcoscenico, comprendiamo che la “rabbia” del giovane protagonista si è spoglia di ogni fiamma o brace, è ormai una rabbia spenta, una rabbia che è diventata cenere. L’eruzione del vulcano islandese Eyjafjoll viene citata, ma lo scenario viene soprattutto enfatizzato come non apocalittico.
L’opera si sviluppa in un arco di 75 anni, passando dai funerali di Pasolini (1975), simbolo di una stagione di dibattito e speranza, attraverso i tragici eventi del G8 di Genova (2001), fino ad arrivare alla realtà incenerita e senza vie d’uscita dei nostri giorni, ricolma di insoddisfazione generazionale e di sfiducia nel futuro.
È nell’interpretazione degli attori, da Giampiero Judica a Sylvia De Fanti, Francesco La Mantia, Alessandro Riceci, Giulia Weber, Valerio Vigliar (autore delle musiche dal vivo), Cristiano De Fabritiis più Valentino Mannias, che il testo prende vita, riesce a coinvolgere e a diventare reale.
La rabbia rappresentata in ‘Cenere’ è anche una riflessione sulla vita: “l’unica cosa finta è la morte, perché nessuno muore davvero in scena, nemmeno coloro che sono già morti o stanno morendo”, avverte il commentatore. Si tratta di una rappresentazione che si fa eco dei tempi in cui viviamo, in cui la realtà viene sottilmente contestata e analizzata attraverso la lente della performance artistica.
In sintesi, ‘Cenere’ rappresenta un’affascinante indagine sulla rabbia di una generazione, un complesso tessuto di espressioni emozionali e socio-politiche che ci spingono a fare i conti con la dura realtà del nostro tempo. La regia di Giorgina Pi ha reso tutto ciò possibile, orchestrando con maestria un’opera che parla, che urla rabbia e scontento, ma che allo stesso tempo, attraverso la sua potenza espressiva, induce alla riflessione e al dialogo.


