Ha fatto discutere l’accordo strategico tra un colosso della produzione dei giocattoli e Open AI, per produrre bambole Barbie “parlanti” e interattive ed esplorare nuovi possibili percorsi di sviluppo e connessione tra il mondo dei prodotti per l’infanzia e le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Lo scorso giugno, infatti, Mattel, una delle aziende leader a livello mondiale nel settore dei giocattoli e dell’intrattenimento per famiglie, con un portafoglio di marchi al proprio interno tra i più riconoscibili a livello globale (da Barbie a Hot Wheels, fino a UNO, Fisher-Price e Polly Pocket, solo per citarne alcuni) ha comunicato con una nota ufficiale di aver promosso un accordo strategico con Open AI “per supportare prodotti ed esperienze basati sull’intelligenza artificiale e sui marchi Mattel. L’accordo unisce le rispettive competenze di Mattel e OpenAI per progettare, sviluppare e lanciare esperienze rivoluzionarie per i fan di tutto il mondo. Utilizzando la tecnologia di OpenAI, Mattel porterà la magia dell’intelligenza artificiale in esperienze di gioco adatte a tutte le età, con particolare attenzione a innovazione, privacy e sicurezza”.
Una svolta storica, soprattutto per il giocattolo iconico per eccellenza: Barbie. “Se da un lato c’è la consapevolezza dell’inevitabilità dell’intelligenza artificiale – spiega ad Artuu Massimo Benedetti, consulente in comunicazione e co-fondatore (insieme a Francesco Gavatorta) del progetto Humanist — , dall’altro c’è la necessità di riflettere su come conviverci, soprattutto quando la tecnologia entra anche in spazi intimi come il gioco, forse uno degli aspetti più profondamente umani che esistano. Ed è proprio nel gioco, nella sperimentazione, che si sviluppano competenze, visioni del mondo, identità. Per questo la novità va trattata con cautela e cura, soprattutto se pensiamo ai più piccoli. Come per l’alimentazione, anche con l’IA serve uno ‘svezzamento’, una gradualità”.

Opportunità educative e nuovi rischi
Nelle intenzioni dei produttori, questa svolta tecnologica è finalizzata ad aprire la porta a una nuova generazione di giocattoli in grado di dialogare ed entrare in connessione con i bambini. Sul lungo periodo, il progetto punta a consolidare un approccio focalizzato sugli strumenti messi a disposizione dall’IA per supportare il processo di apprendimento, stimolando la creatività, la soluzione di problemi, le capacità linguistiche e socio-emotive. Il colosso dei giocattoli si è affrettato ad assicurare che lo sviluppo avverrà tenendo al centro innovazione, sicurezza e privacy: ogni funzionalità sarà “age-appropriate” e verranno adottate misure avanzate di protezione dati e trasparenza d’uso.
Una precisazione quanto mai necessaria visto che, appena la notizia ha avuto diffusione sulle principali testate internazionali, sono stati sollevati i primi dubbi. In particolare, negli Stati Uniti, associazioni e movimenti per i diritti digitali e l’infanzia hanno posto l’accento sulla necessità di vigilare attentamente sugli sviluppi e le modalità di implementazione di queste tecnologie. Per funzionare, questi giocattoli intelligenti raccolgono una grande quantità di dati, dalla voce dei bambini alle loro abitudini quotidiane, poi memorizzati e inviati a server remoti, spesso in cloud.
Se da un lato ciò permette di personalizzare e migliorare l’esperienza d’uso, dall’altro apre scenari problematici in termini di sicurezza e possibile utilizzo improprio delle informazioni, soprattutto quando si tratta di minori. In questo contesto, il ruolo dei genitori come garanti del consenso e del controllo è fondamentale. Tuttavia, le policy di utilizzo sono spesso complesse, poco trasparenti e difficili da comprendere anche per un adulto. Per questo, associazioni e realtà che si occupano di tutela dell’infanzia chiedono con forza alle aziende coinvolte maggiore trasparenza, informazioni chiare e accessibili per le famiglie, limiti rigorosi alla raccolta e all’uso dei dati e il rispetto delle normative europee (come il GDPR) e internazionali sulla privacy dei minori. Josh Golin, direttore esecutivo di Fairplay, un’organizzazione no-profit che vigila su educazione e benessere digitale dei più piccoli, ha dichiarato che “la creatività dei bambini prospera quando i loro giocattoli e il loro gioco sono alimentati dalla loro immaginazione, non dall’intelligenza artificiale”. “Il gioco dei bambini e la sorveglianza delle Big Tech non devono andare di pari passo”, ha sottolineato.

Impatto psicologico e culturale: tra attaccamento, stereotipi e inclusività
La valutazione dell’impatto psicologico di una simile rivoluzione richiede prudenza. Gli esperti mettono in guardia sul fatto che i bambini, non distinguendo sempre tra realtà e finzione, potrebbero attribuire al giocattolo doti umane e sviluppare attaccamenti particolari o dipendenze emotive: recentemente è tornato alla ribalta il tema del rapporto che si instaura tra adolescenti e chatbot, ai quali vengono demandate amicizia, confidenza e consulenze psicologiche con esiti per nulla positivi.
Inoltre, l’IA potrebbe, consapevolmente o meno, trasmettere stereotipi culturali e pregiudizi di genere o sociali presenti nei dataset con cui viene addestrata. Un rischio che potrebbe vanificare il lungo percorso compiuto da Mattel negli ultimi decenni per trasformare Barbie in un simbolo di inclusività e autodeterminazione: da bambola nata negli anni ’50 per rappresentare un modello femminile tradizionale, a figura capace di riflettere la diversità di corpi, etnie, abilità e ruoli professionali. Basti pensare alla visione della regista Greta Gerwig che, nel film “Barbie”, uscito nel 2023, ha ulteriormente rafforzato questo messaggio di empowerment, presentando il personaggio principale come una figura che può essere tutto ciò che vuole, leader, scienziata o premio Nobel, con un potente messaggio di autodeterminazione femminile e diversità. Recentemente l’azienda è tornata sotto i riflettori anche per il lancio della prima bambola Barbie con diabete di tipo 1, lanciata allo scopo di incoraggiare informazione, inclusione ed empatia.
Tra tecnologia, etica e business
Sfide etiche e sociali, ma anche economiche. Nell’ultimo anno – come riferisce l’agenzia di stampa Reuters – Mattel, è stata costretta a fare maggiore affidamento sulla produzione di film, programmi TV e giochi per dispositivi mobili basati sui marchi in portafoglio, che sul business principale, quello cioè della vendita dei giocattoli. “Negli anni ’80 – conclude Benedetti – i giocattoli robot che rispondevano ‘vero o falso’ sembravano futuristici, ma erano oggetti tutto sommato fermi, passivi. Oggi facciamo un salto quantico: entriamo in una zona in cui l’IA può toccare le emozioni, può sembrare viva. Se cominciamo a pensare che quella bambola ‘ragiona’, che ha una voce, oltre che un corpo, allora si attivano dinamiche psicologiche profonde e si apre un nuovo mondo, ancora tutto da esplorare ma verso il quale servono consapevolezza e cautela”.


