Al centro della scena, un teatro immateriale si dipana nell’intreccio di una narrazione potente e necessaria. “Blind Runner”, titolo suggestivo dell’opera dell’iraniano Amir Reza Koohestani, presentata alla Biennale Teatro, rappresenta un universo teatrale ricco di tensioni ed emozioni, frutto di una sapiente scrittura affinata negli anni dalla matita dell’autore e della drammaturga Samaneh Ahamadian.
Il palco nudo è testimone muto di una storia di solitudine e speranza, di silenzi pregni di significato e di un insensato ed estenuante correre, una carrerà che non conosce una meta limpida, ma che simboleggia la ricerca incessante di libertà, di accettazione, del diritto a esistere. Sullo sfondo, l’immagine del regime iraniano che ritrae una visione della realtà cruda e ingiusta.
La scena, dove tutto è lasciato alla pura essenza della recitazione e del testo, è abitata da due attori, un uomo e una donna, chiamati a vestire i panni di personaggi la cui semplicità nell’abbigliamento rimanda al desiderio di trascendere il velo delle apparenze. Ritratti senza artefatti, immersione profonda nell’interiorità degli esseri umani, un viaggio nell’intima condizione di coloro che si trovano intrappolati tra le maglie opprimenti del potere. Persi nella difficile comprensione reciproca, i personaggi vivono l’oggettiva condizione di prigionieri, lei in senso letterale, lui in quello metaforico.
Se da un lato la sua libertà è limitata dalla mancanza di comprensione dell’oppressione subita dalla moglie, dall’altro, lei rappresenta la figura di una donna imprigionata per aver osato esprimere in pubblico una certa disapprovazione nei confronti della condizione femminile nel suo Paese.
La sceneggiatura della pièce si dipana con il raffinato intreccio di dialoghi che celano e rivelano, in una tensione che arriva a toccare le corde più intime dell’ascoltatore. La scrittura è soffusa di malinconia, di sottintesi, di discorsi mai pronunciati. Si colora di toni poetici che addolciscono l’incontro con l’aspra realtà, regalando alla platea momenti di intenso coinvolgimento emotivo.
L’interpretazione sopraffina degli attori, Ainaz Azarhoush e Mohammad Reza Hosseinzadeh, premiati dal pubblico con un caloroso applauso, rende onore ad una storia che, pur essendo di finzione, riflette l’attuale condizione sociale e politica dell’Iran.
Interessante l’arco narrativo che si sviluppa attraverso le correzioni successive del titolo del dramma, passando da “Questa è una storia vera” a “Questo è Storia” fino a “Questa è un fatto attuale”. La storia raccontata prende infatti ispirazione dalla vera vicenda della giornalista Niloofar Hamedi, la quale venne imprigionata per aver dato voce alla straziante morte di Masha Amini, arrestata per un presunto illecito uso del velo.
L’elemento unificante tra marito e moglie è paradossalmente la corsa, metafora di una incessante ricerca di libertà e simbolo dell’impegno represso fino alla brutalità. La fuga dalla realtà diviene stesso atto di resistenza, momento di indomita lotta, di affermazione della propria identità, di una visita intrinseca al più profondo concetto di libertà. La corsa, a volte ossessiva, trasfigura l’ansia di un popolo, diviene la voce che si leva contro l’oppressione, il gesto simbolico di un Paese in attesa di cambiamento.
“Blind Runner” è una preghiera lanciata al vento, un grido che risuona sulle onde dei mari e supera confini politici e geografici, un kilòmetro dopo l’altro. Un appello a non dimenticare, a continuare a correre, nel palcoscenico della vita come in quello del teatro.


