“Cospargere la morte di zucchero”: Fares Cachoux racconta la guerra in Siria oltre l’immagine a Civitanova Marche

Un’immagine non ferma una guerra. Può però restare quando tutto il resto è già accaduto: diventare documento, testimonianza. È da questa consapevolezza che prende avvio la ricerca di Fares Cachoux, artista franco-siriano nato a Homs nel 1976, che nel 2011, di fronte alla violenta repressione della rivoluzione siriana e ai massacri che stavano devastando il suo Paese, ha scelto di affidare al disegno quella che definisce la sua unica arma.

Il manifesto politico diventa così uno strumento per reagire alla distanza, alla necessità di dare forma a ciò che stava accadendo. Da Al-Houla, realizzato sul massacro del 2012 e fatto arrivare clandestinamente in Siria, fino ai lavori più recenti, Cachoux ha progressivamente spostato il proprio sguardo dalla denuncia a una ricerca più complessa sull’identità, sull’appartenenza, sugli stereotipi e sulla rappresentazione della violenza.

Fares Cachoux e la curatrice della mostra Cristina Falco, …OLTRE, Credit: Gianmaria Pennesi

È proprio questo percorso a essere al centro di …OLTRE, la mostra inaugurata a Civitanova Marche, nello Spazio Multimediale San Francesco, appendice naturale del MAGMA – Museo Archivio Grafica Manifesto. Curata da Cristina Falco, con Enrico Lattanzi, e realizzata in collaborazione con Cartacanta Aps, la mostra riunisce quattro dei cicli più significativi dell’artista: La Rivoluzione siriana, EYE to EYE, Polka Dots e Queens. Quattro momenti di una ricerca che attraversa linguaggi differenti e che dal manifesto politico arriva alla Pop Art, dall’ironia alla riflessione sulla condizione umana.

Il titolo scelto per la mostra contiene però un equivoco che lo stesso Cachoux tiene a chiarire. Quel “oltre” non significa lasciarsi alle spalle la guerra, dimenticare il passato o superare il dolore. Significa, piuttosto, andare oltre l’immagine. Superare la prima impressione, la superficie seducente di un’opera, per interrogarsi su ciò che si nasconde dietro di essa. È un passaggio particolarmente evidente nei lavori di Polka Dots, dove armi, teschi ed elementi militari vengono immersi in colori vivaci e grandi pois: la bellezza non cancella l’orrore, ma lo rende guardabile. Cachoux cita un’espressione siriana, “cospargere la morte di zucchero”, per spiegare questa apparente contraddizione.

Anche l’ironia di EYE to EYE e le figure femminili di Queens nascono dalla stessa esigenza: non offrire risposte definitive, ma costruire immagini capaci di generare domande. Dopo la chiarezza dello scontro raccontato nei manifesti della rivoluzione, l’artista sembra infatti entrare in una zona più ambigua, nella quale non vuole più indicare un colpevole o fornire una soluzione, ma mettere in discussione le categorie attraverso cui guardiamo gli altri e noi stessi.

Abbiamo incontrato Fares Cachoux per parlare del rapporto tra arte e testimonianza, della responsabilità dell’immagine davanti alla guerra, dell’ironia come strumento critico e di quella sottile superficie di bellezza attraverso cui il suo lavoro ci costringe, ancora una volta, a guardare ciò che forse vorremmo non vedere.

Fares Cachoux, …OLTRE, Credit: Gianmaria Pennesi

Nel 2011, mentre lavorava nel Golfo, lo scoppio della rivoluzione siriana e ciò che stava accadendo nella sua città, Homs, l’hanno spinto ad affiancare alla sua attività professionale la realizzazione di manifesti politici. Lei si considerava già un artista: in che modo quel momento ha offerto alla sua ricerca una nuova possibilità di espressione e ha trasformato il suo rapporto con l’immagine?

Ho sempre amato l’arte e la creazione. Da bambino ho persino partecipato a mostre dedicate ai bambini, esponendo i miei disegni. Quando ho iniziato gli studi in informatica, già dal secondo anno mi sono orientato verso l’arte digitale e il design, ambiti nei quali ho poi iniziato a lavorare.

Ma è stato solo con lo scoppio della rivoluzione siriana, quando ho cominciato a vedere le persone arrestate e massacrate per le strade, le città e i villaggi bombardati dal regime di Assad, che ho deciso di fare qualcosa.

Avevo una sola arma: il disegno. È così che ho iniziato a realizzare la serie dedicata alla rivoluzione, partendo da Al-Houla, con il manifesto sul massacro di Al-Houla, oggi molto conosciuto.

Al-Houla è un’opera che ha oltrepassato il confine dello spazio espositivo: è entrata clandestinamente in Siria ed è stata affissa sui muri come gesto di protesta. Oggi, dopo più di dieci anni, pensa che un’immagine possa ancora incidere concretamente sulla realtà politica oppure il suo potere risiede soprattutto nella capacità di modificare lo sguardo di chi la osserva?

No, non credo che un’immagine, un disegno o un’opera d’arte possano cambiare il corso di un conflitto o di una guerra. Quando i carri armati sono nelle strade, un disegno non può impedire loro di sparare.

L’immagine di Al-Houla che ho creato non è rimasta soltanto un disegno: è stata riprodotta sui muri della città assediata ed è stata anche inserita nei libri di testo scolastici in Francia.

Credo quindi che l’immagine abbia almeno un ruolo nella documentazione del conflitto, nella testimonianza di un momento della storia. E il suo ruolo comincia soprattutto dopo il conflitto: è un lavoro sulla memoria, un lavoro sulla storia, un lavoro per le generazioni future.

Sadu Queen, 2022, Digigraphie

In Polka Dots, armi, teschi, elmetti e altri simboli della guerra vengono ricoperti di colori e grandi pois, quasi a trasformare l’orrore in un’immagine pop. È una provocazione contro la nostra assuefazione alle immagini della violenza? Quanto è difficile, per un artista, rappresentare la guerra senza contribuire alla sua estetizzazione?

La maggior parte delle mie opere che affrontano il tema della guerra o dei conflitti presenta immagini calme, statiche, con un tocco di poesia, colori vivaci o comunque piacevoli da guardare.

Non credo che il mio lavoro contribuisca a un’estetizzazione della guerra. Si tratta piuttosto di cercare di fare in modo che lo spettatore non distolga lo sguardo dalla realtà della guerra. È un modo per invitarlo a porsi delle domande, a riflettere, senza cercare di fuggire dalla realtà.

In Siria c’è un’espressione che dice: «cospargere la morte di zucchero». Mi piace molto perché ritrovo qualcosa di questa idea nel mio lavoro: avvolgere la morte, l’orrore e la guerra in un sottile strato di bellezza, ma solo per renderli guardabili, senza per questo togliere nulla alla serietà e alla gravità del tema.

Fares Cachoux, …OLTRE, Credit: Gianmaria Pennesi

Nel passaggio da La Rivoluzione siriana a EYE to EYE e poi a Queens, la sua opera sembra progressivamente allontanarsi dalla denuncia diretta per interrogare identità, stereotipi, genere e appartenenza. In che modo la sua esperienza personale ha accompagnato questa trasformazione del linguaggio? 

Nel lavoro sulla rivoluzione c’era un nemico ben definito, una lotta molto chiara: da una parte il popolo, dall’altra la dittatura. E c’era anche un obiettivo preciso, quello di far cadere la tirannia del regime di Assad. Quindi, forse, era in qualche modo più semplice.

Ora, invece, nei lavori di Queens o nella serie EYE to EYE, parlo di società, di persone diverse, di persone con cui ho lavorato e vissuto, con cui ho condiviso anche momenti molto piacevoli, persone con valori e onestà. Per questo non volevo esprimere giudizi né dare risposte definitive.

Ho cercato piuttosto di rappresentare gli interrogativi che io stesso mi pongo e ai quali, ancora oggi, non ho necessariamente delle risposte. Ho preferito quindi lasciare spazio alle domande e condividere questi interrogativi con gli spettatori, senza giudicare le persone rappresentate nei miei lavori. Non è questo lo scopo. Si tratta piuttosto di interrogarsi sull’identità come concetto, sul senso di appartenenza come concetto, e anche, per esempio, sulla morte.

Quindi si tratta più di porre domande che di offrire risposte, perché non ho la pretesa di avere le risposte.

Il titolo della mostra, …OLTRE, è stato scelto dalla curatrice come chiave di lettura di un percorso che attraversa la guerra, la memoria, gli stereotipi, la forza delle donne e il rapporto tra culture diverse. Si riconosce in questa idea di “oltre”? Che cosa significa per lei oggi e in che modo è possibile andare oltre senza dimenticare ciò che è accaduto?

Penso che Cristina, la curatrice della mostra, abbia scelto molto bene il titolo. Oltre non è affatto un invito a dimenticare ciò che è accaduto e ad andare oltre. Assolutamente no.

Si tratta piuttosto di andare oltre l’immagine: è un invito rivolto allo spettatore a superare una prima lettura dell’opera e a cercare di vedere ciò che si cela dietro l’immagine. È un invito all’intelligenza e alla capacità di riflessione dello spettatore, affinché si interroghi su ciò che l’artista vuole esprimere attraverso quell’opera o, quanto meno, elabori una propria interpretazione di ciò che ha davanti.

Quindi significa andare oltre l’immagine, non andare oltre il passato o ciò che è accaduto.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

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