Curategist: la nuova figura del curatore 3.0. Intervista fiume con la pioniera Victoria Lu (pt 1)

Sono passati tre anni dalla mostra veneziana The 1st Annual METAVERSE Art @ VENICE, ideata da Victoria Lu. L’esposizione affrontava temi allora ancora poco discussi nel contesto italiano: le DAO, le installazioni digitali, la curatela autonoma e decentralizzata e, naturalmente, l’intelligenza artificiale. Questa esposizione mi affascinò a tal punto da spingermi ad approfondire il lavoro degli artisti coinvolti, in particolare due figure: Fei Jun, che ho poi personalmente contattato per inserirlo in un corner curator dedicato agli AI Artists (e che spero presto di intervistare per Artuu) e, naturalmente, Victoria Lu.

Ho ripreso ad approfondire la figura di Victoria Lu in occasione della quarta edizione della mostra annuale d’arte del metaverso “DIGITAL REMNANTS”, tenutasi a Venezia nel 2025. Questa intervista con lei mi ha particolarmente emozionata: dialogare con una donna pioniera su tanti fronti, che ha aperto nuove strade e portato innovazione nei musei e nella curatela, è stata per me un’occasione preziosa, anche per approfondire temi che sto esplorando in Italia: dall’AI al ruolo dell’artista nell’era dei Big Data.

Victoria Lu si definisce curategist, un termine che unisce curatela e strategia per descrivere una nuova figura di curatore 3.0, capace non solo di costruire esposizioni, ma anche di progettare piattaforme culturali e attivare comunità.

Abbiamo scelto di non ridurre l’intervista, proprio perché rappresenta una delle prime conversazioni approfondite con Victoria Lu pubblicate in Italia. In questa prima parte esploreremo il suo percorso professionale e il concetto di curategist; nella seconda entreremo nel merito dei temi legati al metaverso e all’intelligenza artificiale, per offrire un contributo utile tanto al pubblico quanto – come mi auguro – ai futuri studiosi e curatori. Un ringraziamento speciale va a Cristina Gatti, che per prima mi ha parlato di questa straordinaria professionista dell’arte 3.0 e ha reso possibile questo dialogo.

STEAMCHI – “Runaway Memories”, 2025 –  Esposta alla mostra: DIGITAL REMNANTS: 16 PORTALS INTO INTANGIBLE WORLDS
4ª Mostra Annuale di Arte del Metaverso @ Venezia 2025

Victoria Lu, il suo percorso professionale si è snodato attraverso diverse epoche e contesti culturali, dalla Taiwan degli anni Settanta fino ai grandi scenari internazionali. Quali considera le tappe più significative del suo interessante percorso come critica e curatrice d’arte, e quali esperienze l’hanno segnata nel diventare una figura di riferimento?

Il mio percorso artistico è iniziato nell’infanzia. Sono nata a Taiwan nel 1951 e sono stata riconosciuta come bambina prodigio all’età di quattro anni. A nove anni ho iniziato a studiare pittura tradizionale cinese a inchiostro presso la scuola serale della Taiwan Normal University. A tredici anni ho tenuto la mia prima mostra personale e, a diciassette, ho realizzato un dipinto a rotolo lungo quaranta metri, The Cross-Island Highway, successivamente acquisito dal National Palace Museum di Taipei. Nel 1971, a vent’anni, ho studiato presso la Royal Academy of Fine Arts di Bruxelles. Due anni dopo mi sono trasferita negli Stati Uniti, dove ho conseguito la laurea e il master in pittura presso la California State University, ottenendo la cittadinanza americana nel 1980.

Negli anni Settanta ho iniziato a scrivere articoli di critica d’arte per riviste e quotidiani taiwanesi, intervistando artisti e recensendo mostre in diverse aree, incluse le principali biennali internazionali. Nel 1978 ho fondato la Stage One Gallery nella città di Orange, in California del Sud: uno spazio d’arte alternativo dedicato all’arte concettuale e installativa, in cui ho curato personalmente diverse esposizioni. Sono stata tra le prime critiche d’arte donne del mondo sinofono, tra le prime curatrici d’arte contemporanea in Cina e una pioniera degli spazi artistici alternativi.

All’inizio degli anni Ottanta ho tradotto in cinese la parola inglese curator con il termine “策展人”, introducendo nel mondo dell’arte sinofono il concetto moderno di curatela attraverso la scrittura e l’insegnamento. Tra le mie tappe curatoriali più significative ricordo Multiplicity: Contemporary Art of Taiwan 1989–1999 al National Art Museum of China (1999); Virtual Love al MoCA Taipei (2004); e le successive esposizioni derivate al MoCA Shanghai e al Bund 18 Creative Center (2005), dove ho introdotto il concetto di Animamix Aesthetics (ANIMAMIX = Animation + Comics), poi presentato anche a Singapore e in Francia. Nel 2006 ho curato Entry Gate: Chinese Aesthetics of No Limitsper la Documentation Biennial al MoCA Shanghai, un progetto che affrontava il modo in cui gli artisti cinesi contemporanei si confrontavano con l’afflusso della cultura globale nel XXI secolo. Nel 2007 ho fondato la prima Animamix Biennial al MoCA Shanghai.

Nel 2008 ho lanciato la prima edizione del Moon River Sculpture Festival e, nello stesso anno, ne ho ampliato il concetto nel Beijing 798 Art Festival con il tema We Are One Family, fondando la prima esposizione di scultura all’aperto nel distretto 798 e nel 2011 ho co-curato Future Pass – From Asia to the World, Evento Collaterale della 54ª Biennale di Venezia, insieme a Renzo di Renzo e Felix Schober. 

Li Jia (JFai) – “Some Civilizations and My Antidote” ,2025. Esposta alla mostra: DIGITAL REMNANTS: 16 PORTALS INTO INTANGIBLE WORLDS 4ª Mostra Annuale di Arte del Metaverso @ Venezia 2025

Veniamo allora ai giorni nostri con una tappa importante nella sua carriera.

Tra tutte le tappe della mia carriera artistica cinquantennale, la più trasformativa è stata la fondazione della 1st Annual Metaverse Art Exhibition @ Venice nel 2022, insieme a CryptoZR (Liu Jiaying), Angelo Maggi, Fei Jun, Xue Lei, Popil (Candy MaoMao) e Chen Xu. Curato da Angelo Maggi e Fu Sen, con Rick Juang come direttore tecnico, il progetto ha proposto un nuovo modello curatoriale fondato sulla decentralizzazione — abbracciando la logica curatoriale e le forme collaborative proprie dell’era dell’intelligenza artificiale.

Nel 2025 la mostra è giunta alla sua quarta edizione, ampliandosi nella AI Film Exhibition @ Venice e annunciando gli Asian AI Film Awards 2026, un’iniziativa congiunta dell’Artificial Intelligence Artistic Innovation Alliance (AIAIA) e dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Dal 29 gennaio al 28 febbraio 2025 abbiamo inaugurato a Sanya la prima Mangrove AI Art Grand Exhibition, dal titolo AI-Driven New Order of Art, con oltre 11.000 opere generate dall’intelligenza artificiale in otto categorie creative — tra cui pittura, cinema e musica — culminando in 25 progetti premiati e sostenuti dal Today AI Art Center. La mostra includeva anche l’AI Film Week e i programmi speciali Ten Curators of Today’s AI Art, approfondendo la convergenza tra tecnologia AI e arte contemporanea.

L’alleanza AIAIA è presieduta da me, Fei Jun, il regista Lu Chuan e l’imprenditore Zhang Baoquan come vicepresidenti, e Xie Limei come segretaria generale. Il 9 settembre 2025 AIAIA ha firmato un accordo di collaborazione con l’Hainan Island International Film Festival. La AI Film Season, co-organizzata da AIAIA e dal gruppo Lenovo, è stata ufficialmente integrata nella sezione internazionale del Festival. Attualmente faccio parte del comitato accademico della 7ª edizione dell’Hainan Island International Film Festival – Lenovo AI Film Season, che si terrà a Sanya nel dicembre 2025.

Come si può notare, dal 2022 la mia prospettiva artistica si è evoluta — passando da un approccio centrato sull’uomo e sull’autorialità individuale verso un paradigma decentralizzato di co-creazione collettiva, collaborazione interdisciplinare e sinergia basata su piattaforme. Questo segna la mia nuova fase creativa, di profonda integrazione con gli algoritmi di intelligenza artificiale, nella quale esploro la fusione tra cognizione umana e intelligenza artificiale come nuova forma di vita e d’arte.

Popil, virtual animated exhibition.png – KICKING OFF A NEW ERA “The 1st Annual METAVERSE Art @ Venice” – 2022 Spazio Thetis – Arsenale Nord, Venezia

Guardando la scena dell’arte contemporanea in Asia, lei ha assistito in prima persona alla crescente integrazione di strumenti digitali e allo sviluppo di ambienti virtuali. In che modo queste tecnologie stanno ridefinendo il ruolo dell’artista in questo contesto?

Il rapido avanzamento delle tecnologie digitali non ha soltanto ampliato i mezzi attraverso i quali gli artisti creano, ma ha trasformato in modo radicale il modo stesso in cui costruiamo arte, conoscenza ed estetica. La creazione artistica non è più semplicemente un’attività fisica centrata sulla materia: è diventata una progettazione di sistemi multidimensionali. A mio avviso, l’artista si sta spostando dal ruolo di “artefice” a quello di “progettista di sistemi”. Ciò che oggi orchestra va ben oltre immagini o installazioni: si tratta di una struttura composita fatta di testo, algoritmi, dati, suoni, comportamento del pubblico, interfacce interattive e ideologie. Questo cambiamento è particolarmente evidente nell’ambito dell’arte generata dall’intelligenza artificiale, dove l’artista non è più l’unico autore di immagini o testi, ma il compositore di cornici percettive, il calibratore di linguaggi parametrici e l’architetto di logiche collaborative.

E parlando del ruolo del curatore? 

Anche il ruolo del curatore sta subendo una trasformazione altrettanto profonda. Tradizionalmente, le sue responsabilità consistevano nella selezione delle opere, nell’organizzazione degli allestimenti, nella redazione di testi critici e nella definizione dei concetti tematici. Definisco questa fase come quella del “Curatore 1.0”: una figura nata dalla logica della storia dell’arte, dei movimenti artistici e della teoria critica, che opera come produttore di conoscenza e organizzatore di mostre.

Tuttavia, poiché sia il linguaggio artistico sia le strutture sociali si sono evoluti, questa funzione univoca non è più sufficiente a rispondere alla complessità della produzione culturale contemporanea. Nella fase che chiamo “Curatore 2.0”, il ruolo si è progressivamente ampliato fino a includere quello di ideatore di progetti, designer dell’esperienza del pubblico, comunicatore e collaboratore educativo. Oggi i curatori devono intervenire in ogni fase di un progetto — dalla ricerca preliminare al supporto agli artisti, dal coordinamento spaziale e di budget all’analisi dei dati post-espositivi e all’estensione del brand. Operano in modo interdisciplinare, bilanciando visione artistica, coinvolgimento sociale, impatto istituzionale e sostenibilità economica.

È in questo contesto in evoluzione che nel 2020 ho proposto il concetto di “Curategist”: una fusione tra curator e strategist, ciò che considero il “Curatore 3.0”. Il curategist non è soltanto un organizzatore di mostre, ma un costruttore di sistemi — una figura che progetta strutture narrative, meccanismi di piattaforma, relazioni comunitarie e architetture culturali. Il suo interesse non è più soltanto “cosa viene esposto”, ma “perché e come qualcosa viene generato” e come tali processi generativi modellano percezione e struttura. Il suo focus non è più limitato alla presentazione o alla circolazione delle opere, ma si estende a come l’arte possa diventare catalizzatore di una riorganizzazione dei sistemi culturali.

Nella mia pratica curatoriale — sia al Museum of Contemporary Art Taipei, al Museum of Contemporary Art Shanghai, all’Annual Metaverse Art Exhibition @ Venice o all’Artificial Intelligence Artistic Innovation Alliance (AIAIA) — ho sempre cercato di superare la concezione modernista della galleria come “white cube”. Il mio obiettivo è portare la curatela nel dominio della costruzione sistemica. Queste mostre non sono semplici piattaforme di presentazione artistica, ma esperimenti collaborativi di “arte + educazione + tecnologia + commercio + comunità + coscienza del futuro”. Il curategist, come lo definisco, rappresenta una risposta istituzionale alle domande culturali del nostro tempo.

Courtesy Victoria Lu

Quali dunque le competenze del curategist?

Per ricoprire questo ruolo, il curategist deve possedere competenze che vanno ben oltre quelle tradizionali di storia dell’arte, scrittura e progettazione spaziale. Deve incarnare una sensibilità artistica ed estetica, una capacità di integrazione interdisciplinare, di problem solving creativo, comunicazione interculturale, gestione dei progetti e analisi dei dati. Deve inoltre saper navigare le tecnologie contemporanee — AI, XR, blockchain, NFT — e coordinarsi con un ampio spettro di collaboratori: artisti, ingegneri, tecnologi, comunicatori, enti pubblici e investitori. Non viviamo più in un’epoca definita dalle discipline accademiche, ma da quella della capacità di costruire sistemi culturali.

L’intelligenza artificiale, i big data e le decisioni algoritmiche stanno modellando sempre più il panorama della creazione di contenuti. In questo percorso, il ruolo di “colui che dà significato” nell’arte sta mutando. I nodi centrali che collegano l’uomo alla tecnologia, la narrazione al potere, l’emozione alla struttura — non saranno più gli intermediari culturali tradizionali. Saranno invece le nuove interfacce della cultura — figure come il curategist. Non stiamo più semplicemente curando mostre; stiamo plasmando percorsi cognitivi, progettando meccanismi di piattaformizzazione e connettendo reti di collaborazione per forgiare nuove visioni del mondo e nuovi paradigmi percettivi. Il curategist non è pensato come sostituto del curatore, ma come risposta alla crescente complessità del nostro tempo. I sistemi culturali del futuro avranno bisogno non solo di produttori di contenuti, ma di architetti di sistemi. E il curategist rappresenta precisamente questo archetipo professionale emergente che indica la direzione del futuro.

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