Da Barocci a Tiepolo. La Madonna Albani e la grande pittura tra Cinquecento e Settecento. È lo stesso titolo a suggerire che l’opera d’arte sia una forma di narrazione, capace di introdurci in un mondo di sorprese. Le tele parlano senza parole, raccontano storie di epoche lontane e le restituiscono al nostro presente. La mostra diventa così catalizzatore di visioni, memorie, accadimenti e identità.
Lo spazio che accoglie questi dipinti, meraviglie capaci di attraversare il tempo, è quello delle Sale del Castellare di Palazzo Ducale a Urbino. La città, patrimonio UNESCO, è un concentrato di bellezza sospeso tra «monumentalità e dimensione domestica».
Lo stupore cresce davanti a un palazzo che esprime grandiosità nell’imponenza dei marmi e dei mattoni, nella perfezione geometrica e nell’eleganza del suo cortile. È il luogo che Vittorio Sgarbi, prima assessore alla Cultura e poi prosindaco della città rinascimentale, aveva definito città ideale, dove il sogno diventa realtà: una città di luce, una città dell’anima.
A partire dal duca Federico, che dedicò a Urbino risorse e progetti degni di un genio, la città è stata amata e celebrata da grandi personalità. Una «città a forma di palazzo», secondo Baldassarre Castiglione. Poi Luciano Laurana, autore della facciata del Palazzo con i celebri torricini, Donato Bramante, Francesco di Giorgio Martini, Raffaello, il «divin pittore», e Piero della Francesca, genio della prospettiva. In tempi più recenti, Carlo Bo, arrivato come rettore dell’Università, si innamorò di Urbino e rimase indissolubilmente legato alla città, sul piano intellettuale e umano, fino alla morte.
Seguire il percorso della mostra, curata da Luca Baroni, storico dell’arte che ha approfondito l’intera produzione di Federico Barocci, nato a Urbino intorno al 1535, significa entrare nel dialogo visivo tra uno degli ultimi dipinti del pittore ormai anziano, la Madonna Albani, e trentadue opere italiane realizzate tra Cinquecento e Settecento, in buona parte provenienti da collezioni private.
Una scelta coerente con l’impostazione curatoriale, secondo cui l’esposizione di opere appartenenti a collezioni private non arricchisce soltanto una proprietà, ma un’intera comunità. Il percorso offre un viaggio nella storia dell’arte italiana, seppure prevalentemente incentrato su capolavori di produzione marchigiana, e compone una nutrita galleria di personaggi. Il progetto espositivo costruisce un racconto trasversale, volto a delineare il contesto culturale, i confronti, le influenze reciproche e il linguaggio delle botteghe all’interno delle quali si muovevano e agivano gli artisti.
Le opere presentate costituiscono testimonianze differenti: lavori di bottega e di scuola, copie, derivazioni, prove di allievi, seguaci e interpreti di Barocci. Il pittore fu uno dei pochi artisti della sua epoca a stabilire il centro della propria produzione nella città natale, lontano dai grandi poli culturali di Roma, Bologna e Venezia. Considerato forse secondo soltanto a Raffaello, Barocci fu innovatore nel campo del disegno e dello studio dal vero, autore di cromie e composizioni che rivelano un talento eccezionale.
Nel percorso espositivo incontriamo dapprima uno stendardo processionale, opera di un pittore marchigiano, che raffigura san Sebastiano, patrono dei viandanti, con un giovane e vivace Cristo sulle spalle. Segue il Ritratto d’uomo a mezzobusto con gorgiera, riconducibile alla cerchia di Barocci, il cui sguardo penetrante trattiene immediatamente l’attenzione. Un’intensa immagine di Santa Chiara, dagli occhi spalancati e dai morbidi tratti somatici, stringe tra le mani un prezioso ostensorio dorato, avvolto da una luce che richiama in modo eloquente la scuola baroccesca. Alla stessa matrice appartiene il dipinto che raffigura un vivace e al tempo stesso delicato San Giovannino.
Attribuita ad Antonio Viviani, artista particolarmente vicino a Barocci, la Madonna leggente con il Bambino si distingue per la sua vibrante delicatezza cromatica. Poi qualcosa invita lo spettatore a una sosta più lunga. Ci troviamo davanti a uno straordinario Ritratto di bambina, datato tra il 1600 e il 1610 e scaturito dalla mano di Federico Barocci. L’opera rimase incompiuta, non a causa della morte dell’artista, ma forse per ragioni legate alla pratica di bottega. È un cosiddetto non finito, capace proprio per questo di restituire con ancora maggiore evidenza la precisione dei lineamenti e la presenza della giovane figura, che percepiamo improvvisamente vicina.
Dopo questo incontro, è la fascinazione esercitata dal nucleo centrale della mostra a catturare lo sguardo: la Madonna Albani. Commissionata nei primi anni del Seicento da Orazio Albani, esponente della prestigiosa famiglia urbinate, l’opera appartiene a una stagione fondamentale della vita civile, culturale e religiosa della città.
Dopo le grandi dinastie dei Montefeltro e dei Della Rovere, la famiglia Albani impresse un nuovo indirizzo culturale a Urbino e al suo territorio, raggiungendo i vertici del potere politico e religioso fino all’elezione di un pontefice, Clemente XI.
Gli Albani investirono nel capitale culturale della città, sostenendo letterati, artisti, pensatori e architetti, con l’obiettivo di favorire una rinascita economica e politica. Nel prezioso volume che accompagna la mostra, finanziato dal Legato Albani di Urbino, presieduto dall’ex senatore Giorgio Londei, Luca Baroni scrive che riportare l’opera a Urbino significa ricostruire il rapporto tra il capolavoro e il suo contesto originario.
Significa offrire ai visitatori la possibilità di osservare il dipinto nel luogo che ne conserva la memoria storica e culturale, rileggendo una pagina significativa della vicenda urbinate e riflettendo sul contributo che la città ha dato alla cultura italiana ed europea nel corso dei secoli.
La Madonna con il Bambino, tema caro a Barocci lungo tutta la sua produzione, riunisce alcuni degli aspetti più caratteristici della sensibilità e della poetica dell’artista: lo studio dal vero, la rappresentazione della maternità e dell’infanzia e l’amore per la propria terra. Sullo sfondo, il tempietto bramantesco conferma l’eterno ideale rinascimentale incarnato dalla città di Urbino.
Una questione decisiva riguarda la finitura pittorica dell’opera, da tempo oggetto di dibattito tra gli studiosi. Luca Baroni colloca il dipinto nella categoria del non finito, concetto inaugurato da Michelangelo e successivamente valorizzato da Giorgio Vasari nelle Vite.
Si tratta di un procedimento attraverso il quale l’artista lascia alcune parti dell’opera incompiute, mettendone maggiormente in risalto altre. Nella Madonna Albani, il non finito emerge in diversi dettagli e rende inevitabile una domanda: ciò che vediamo oggi, così come fu lasciato da Barocci, è il risultato di una precisa volontà artistica oppure l’esito di una pratica di bottega, secondo la quale, dopo l’esecuzione dei volti, il completamento della scena sarebbe spettato ad altri?
L’interrogativo rimane aperto, ma il dipinto continua a rappresentare una delle testimonianze più straordinarie della ricchezza espressiva di Barocci. A fare da controcanto alla Madonna Albani è una copia realizzata da un artista urbinate nel XVIII secolo. Il rosso squillante dell’abito della Vergine si impone all’interno di un contesto cromatico più sordo, mentre una variante compositiva riguarda la figura di san Giuseppe, intento a leggere anziché dedicato al lavoro di falegname, come nella versione originale.
Proseguendo nel percorso si incontra una tempera su pergamena raffigurante San Francesco in meditazione, con lo sguardo capace di oltrepassare il dato visibile. Il lavoro è attribuito ad Andrea Lilio, disegnatore attivo nelle Marche tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, al quale è ricondotto anche un San Francesco in estasi sorretto dagli angeli.
Segue una compiaciuta Giuditta con la testa di Oloferne, attribuita a Lorenzo Sabatini, fino a quando un sorprendente gioiello si materializza davanti agli occhi del visitatore: una Madonna con il Bambino di Simone Cantarini, artista nato a Pesaro nel 1612, formatosi a Bologna con Guido Reni e autore di significative testimonianze pittoriche.
Il percorso prosegue con la suggestione di un paesaggio scuro, solitario e misterioso, che incornicia una Maria Maddalena penitente di Salvator Rosa. Un Ragazzo con cesta di pesci, attribuito a Giovanni Battista Piazzetta, propone invece un’interessante composizione che unisce la natura morta, collocata in primo piano, alla rappresentazione della figura umana.
Forti contrasti di luce avvolgono una Sant’Agnese del pittore barocco Antiveduto Gramatica, olio su tela nel quale compare il tradizionale agnello legato all’iconografia della santa. Infine, il visitatore incontra l’atteso Tiepolo con un Busto d’uomo orientale di perfetta fattura. Si tratta però di Giandomenico Tiepolo, figlio del più celebre Giambattista, considerato il massimo esponente del Settecento veneziano.
Prima di lasciare la mostra è difficile non tornare davanti al suo motivo centrale, la Madonna Albani, oggi di proprietà di BNL BNP Paribas, che ne ha concesso il prestito alla città di Urbino. C’è qualcosa di profondamente intimo nel dipinto, al centro di un dibattito ancora vivo. La sua stesura intermedia e preparatoria lascia affiorare un mistero restituito dal colore sordo che riveste la figura della Madonna e del Bambino.
Quella patina grigia, quasi grezza, sembra contenere una resa, una devozione pittorica trattenuta, una bellezza che pesa e un vigore attraversato dalla malinconia. Sono considerazioni nate da un approccio emotivo, simile a quello con cui si ascolta la musica senza soffermarsi sul suo impianto tecnico. Sono l’espressione di una fascinazione inevitabile, capace di far vibrare le corde dell’anima.
È qui che si manifesta il valore imprescindibile dell’arte come eterna epifania.




