Da Erwin Wurm al Padiglione della Santa Sede: altri 3 luoghi imperdibili alla Biennale 2026

Oggi il nostro Venetian Journey ci porta in tre luoghi meno scontati che vi suggeriamo di vedere in questa stagione espositiva a Venezia. Sono tre perle: un museo, una fondazione e un Padiglione (lo dichiariamo subito: per noi il più bello). Ma andiamo con ordine. 

Tappa 1: Museo Fortuny – L’assurdo quotidiano di Erwin Wurm

Il viaggio comincia a San Marco, tra le mura intrise di storia del Museo Fortuny. Qui, fino  al 22 novembre 2026, va in scena “Dreamers”, un’ampia monografica dedicata a Erwin Wurm (Bruck an der Mur, 1954), curata da Elisabetta Barisoni e Cristina Da Roit. Accogliere il lavoro dell’artista austriaco in uno dei luoghi più densi di memoria di Venezia significa accettare la sfida di una mostra “che non ti aspetti”. 

Wurm è celebre per aver scardinato i confini della scultura tradizionale, introducendo il tempo e l’umorismo come materiali plastici. Le sue opere – che si piegano, si gonfiano o si contraggono – mettono in scena le tensioni della società contemporanea, criticando le pressioni del capitalismo e le costruzioni identitarie. «L’ordinario – dichiara l’artista – ci è così familiare che siamo portati a trascurarlo. Guardarlo dalla prospettiva dell’assurdo ci dà l’opportunità di vedere qualcosa di diverso».

Al Fortuny, le sculture di Wurm agiscono come elementi di “destabilizzazione controllata”. Il corpo umano e gli oggetti quotidiani diventano territori di una realtà farsesca. In un mondo che ci chiede costantemente di “darci una forma”, Wurm ci mostra cosa accade quando quella posa si scioglie, invitandoci a riconoscerci come materiale plastico per eccellenza. 

Tappa 2: Palazzo Vendramin Grimani – La piega e il tempo di Patrick Saytour

Lasciando l’ironia di Wurm, ci spostiamo verso San Polo, a Palazzo Vendramin Grimani, sede della Fondazione dell’Albero d’Oro. Qui, fino al 22 novembre, la mostra “Patrick Saytour. Le pli et le temps / La piega e il tempo”, curata da Daniela Ferretti, presenta la prima personale italiana dedicata all’artista francese (Nizza, 1935 – Aubais, 2023), figura di spicco del movimento Supports/Surfaces. Da noi poco noto (ammetto: non lo conoscevamo…), eppure incredibilmente interessante. 

Il progetto prosegue la ricerca della Fondazione sul tema del tessuto e della materia, elevando “la piega” a metafora di un’etica capace di accogliere la complessità e l’imperfezione. Il percorso espositivo è un dialogo radicale tra la ricerca materica di Saytour e l’azzeramento concettuale di Piero Manzoni. Le opere di Saytour – fatte di pieghe, bruciature, vernici industriali e superfici instabili – incontrano gli spazi storici del Palazzo in un gioco di rimandi tra gesto e tempo. Ne abbiamo parlato a lungo con Daniella Ferretti che ad Artuu Magazine ha detto: «È in assoluto la prima mostra dedicata in Italia a Saytour e  siccome ritengo da sempre che il compito delle mostre sia quello di stimolare la curiosità e la voglia di approfondire e di conoscere, abbiamo deciso di presentare questo progetto in occasione della Biennale». Da lì, l’idea di un confronto con Piero Manzoni: «Abbiamo pensato che fosse necessario un controcanto di un artista come Manzoni, che e nella sua brevissima vita ha scardinato il paradigma dell’arte. Non sappiamo se Saytorur e Manzoni si siano conosciuti, non è neanche così importante: entrambi hanno la stessa energia nella ricerca sulla materia. Certamente, ci sono differenze notevoli, anche anagrafiche: Manzoni muore poco pià che trentenne, Setour quasi novantenne, ma senza mai perdere quella tensione radicale e quella grande curiosità nel potenziale della materia». Infine, una riflessione sulla “piega”; fisica e metaforica: «Venezia è la città della piega per eccellenza, dove nulla è stabile, tutto si trasforma, tutto ha un continuo movimento ed è interessante vedere come questo palazzo carico di storia possa accogliere opere così radicali». 

Saytour ha sempre lavorato per “de-gerarchizzare” la pittura, utilizzando materiali poveri e tecniche che negano la sacralità della tela. La piega, in particolare, non è solo una manipolazione fisica, ma un modo per trattenere il tempo e lo spazio all’interno dell’opera. La mostra a Palazzo Vendramin Grimani è un invito alla lentezza e  a osservare come l’instabilità della materia possa diventare una forma altissima di resistenza poetica.

Tappa 3: Il Padiglione della Santa Sede – L’ascolto dell’anima tra Castello e Cannaregio

Il nostro itinerario si conclude con quello che è già diventato uno dei progetti più chiacchierati e intensi di questa edizione: il Padiglione della Santa Sede, intitolato “L’orecchio è l’occhio dell’anima”. Curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, con la collaborazione di Soundwalk Collective, il padiglione si sviluppa su due sedi, offrendo un’esperienza che trascende la visione per farsi ascolto profondo. Il cuore del progetto è l’eredità di Santa Ildegarda di Bingen, badessa del XII secolo, mistica, musicista e scienziata, riletta come una pensatrice radicale ante litteram. Il Padiglione coinvolge ben 24 artisti, chiamati a rispondere alla proposta curatoriale di Koyo Kouoh con opere che invitano al rallentamento e alla contemplazione. La prima tappa è al Castello, presso il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, che ospita uno “scriptorium contemporaneo”. Qui, tra gli altri, artisti come Precious Okoyomon e Tarek Atoui esplorano il legame tra teologia, medicina e suono. Sotto la guida del Cardinale José Tolentino de Mendonça, il Padiglione della Santa Sede si conferma un luogo di ricerca artistica formidabile, che quest’anno ha la sua acme al Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, a Cannaregio, a pochi passi dalla stazione. Qui – in un luogo solitamente chiuso al pubblico –  siamo tutti invitati a un’esperienza immersiva: muniti di cuffie, si attraversa questo luogo di pace, guidati dalle composizioni sonore di firme leggendarie come Patti Smith, Brian Eno, Meredith Monk, FKA Twigs e la curatrice della Biennale Musica Caterina Barbieri. Insieme a loro, le voci delle benedettine dell’Abbazia di Santa Ildegarda di Eibingen creano un ponte temporale di mille anni. Telefono silenzioso, orologio nascosto: ecco la miglior declinazione di “In Minor Keys”. 

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Francesca Amé
Francesca Amé
Milanese, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates. Su Instagram è @realvistodame Testate con cui collabora per reportage culturali: ilGiornale, il Foglio, Vanity Fair Italia (show e viaggi). Vogue Italia (arts), Business People, Wired.it, Jesus

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