Il collezionismo d’arte nel ventunesimo secolo si presenta come un fenomeno complesso, in un’epoca caratterizzata da una globalizzazione accelerata, dall’esplosione del digitale e da una crescente consapevolezza etica. Il gesto di acquisire un’opera d’arte si è trasformato in un atto che trascende il mero possesso estetico per diventare posizionamento sociale e culturale, investimento finanziario, dichiarazione di valori.
Chi sono i collezionisti contemporanei? Come dialogano con un mercato sempre più sofisticato? Quali responsabilità etiche e culturali si assumono nel possedere opere d’arte? Come si muovono in un momento storico segnato da conflitti geopolitici e disuguaglianze sociali?
Le risposte non sono univoche. Se nel passato i collezionisti erano principalmente aristocratici mecenati o borghesi illuminati, oggi il panorama si è frammentato in molteplici tipologie. Ci sono collezionisti che scelgono le opere d’arte basandosi sul proprio gusto personale o per rendere unica la propria dimora. Altri, attraverso l’arte, vogliono affermare la propria appartenenza a determinate élite sociali. Ci sono collezionisti sistematici, che seguono strategie di mercato ben definite e, infine, i visionari, che non si limitano a raccogliere opere, ma cercano di lasciare un’impronta nella cultura della società in cui vivono valorizzando quella da cui provengono come Marina Shtager, gallerista, collezionista e art advisor attiva a Londra ma originaria di San Pietroburgo.
Questo reportage nasce dall’intenzione di esplorare le molteplici dimensioni del collezionismo contemporaneo attraverso le voci di chi lo vive quotidianamente: galleristi visionari diventati collezionisti, advisor internazionali votati alla diffusione dei linguaggi contemporanei dell’arte, imprenditori illuminati che hanno fatto della loro passione una missione culturale. Ogni intervista offre uno spaccato su come si costruisce oggi una collezione d’arte e, con essa, una narrazione del nostro tempo.
La prima intervista a Marina Shtager tratteggia i contorni di un collezionismo che nasce dall’urgenza di far conoscere e preservare la cultura e la ricchezza artistica del paese d’origine, cercando allo stesso tempo di dare voce a linguaggi artistici nuovi e sottorappresentati.
Nel 2014, lascia San Pietroburgo e arriva a Londra con un bagaglio singolare: una valigia di metallo contenente quindici miniature d’arte concettuale russa, ciascuna capace da sola di raccontare un’intera pratica artistica. Quella valigia diventerà il suo biglietto da visita, il suo strumento per aprire conversazioni, presentare artisti, costruire un ponte culturale tra la cultura Russa e Ucraina minacciata dalla guerra e l’occidente, in una delle città più competitive al mondo per il mercato dell’arte. Ha diretto la Shtager Gallery a Fitzrovia fino all’estate 2025, spazio che ha inaugurato nel 2023, e ha rappresentato artisti russi, ucraini, britannici, italiani, tedeschi e belgi. Oggi continua le attività della galleria in format di public space, come lo spazio espositivo Shtager Outdoor che si concentra sulla scultura.
Dal primo acquisto, una piccola scultura di carta in un barattolo di vetro di Alexander Shishkin-Hokusai, fino alle opere di Nicola Turner, Ilya Gaponov, Katia Kesic e Oxana Geets, la collezione di Marina Shtager documenta un percorso fatto di scoperte, intuizioni e dedizione agli artisti.

Come è iniziata la sua collezione d’arte?
Il mio primissimo pezzo l’ho acquistato 15 anni fa era una piccola scultura di carta, collocata all’interno di un barattolo di vetro, di Alexander Shishkin-Hokusai (fig. 1). Se qualcuno mi avesse detto che otto anni dopo Shishkin-Hokusai avrebbe esposto a Londra un’installazione con 43 sculture a grandezza umana e rappresentato la Russia alla Biennale di Venezia, non ci avrei creduto.
Una delle sculture più interessanti è un’opera realizzata in crine di cavallo da Nicola Turner (fig.2). È entrata a far parte della mia collezione quando un amico me l’ha regalata, sapendo quanto la ammirassi. Colleziono opere che molte persone definirebbero strane. Tuttavia, questa non è la caratteristica più importante. Mi piace ogni opera d’arte che introduca un nuovo linguaggio, arricchendo la mia esperienza visiva e ampliando la mia comprensione dell’arte contemporanea. All’inizio non consideravo la mia collezione come un investimento. Tuttavia, oggi, avendo acquisito conoscenza ed esperienza sul funzionamento del mercato dell’arte, è difficile non tener conto anche di questo aspetto.

Dietro ad ogni oggetto di una collezione si nascondono storie segrete che solo il collezionista conosce. Vuole svelarcene qualcuna?
Ogni opera è speciale e porta con sé una storia. Nel 2014 ho deciso di trasferirmi da San Pietroburgo a Londra in una sola settimana, portando con me una valigia di metallo (fig. 4) piena di piccole miniature di arte concettuale. Queste opere riflettevano le pratiche artistiche degli artisti con cui lavoravo in quel periodo e mi hanno dato la possibilità di parlarne in un nuovo Paese.

L’opera più grande della mia collezione è stata realizzata da Ilya Gaponov. L’ho acquistata dopo una mostra dedicata alla vita e all’infanzia nell’Unione Sovietica. In tutto il Paese negli anni Ottanta circolavano queste fotografie in cui i bambini indossavano lo stesso cappotto di pelliccia e la stessa cintura vicino ad un giocattolo chiamato Cheburashka. Si trovava spesso al centro della città, vicino al cinema, con una lunga fila di bambini, che si avvicinavano a lui e posavano la mano sulla sua testa per farsi fotografare. Oggi è piuttosto divertente ricordarlo. Quel gesto era quasi sacro, simile a un rito, come se il bambino stesse impartendo una benedizione a Cheburashka.

L’opera video più interessante della mia collezione è di Marina Alexeeva (fig.4). È una pioniera dell’arte multimediale di San Pietroburgo. Ho incontrato le sue opere per la prima volta nel 2011 e da allora sono diventata una sua ammiratrice e sostenitrice. Ho cercato di portare i suoi video-box a ogni fiera d’arte per raccontare il suo lavoro. Il suo progetto recente al Museo Brodskij “Una stanza e mezzo” è straordinario.
Come ha costruito la sua collezione?
Il mio percorso nel collezionismo si è sviluppato gradualmente. Ho costruito la mia collezione, mostra dopo mostra, acquistando le opere degli artisti emergenti che rappresentavo nella mia galleria.
Oggi, grazie all’esperienza acquisita, prima di prendere in considerazione un’opera per la mia collezione leggo il curriculum dell’artista e studio dove ha esposto in precedenza, se i musei hanno acquisito sue opere e se istituzioni importanti lo hanno sostenuto. A volte mi affido anche alla competenza di altri galleristi e alle loro scelte. Visitare fiere d’arte ben curate, come Frieze, Art Basel e la Biennale di Venezia, mi ha aiutato ad accrescere la mia intelligenza visiva e a tenere sotto controllo ciò che accade. In alternativa, cerco lotti di opere d’arte del passato interessanti nelle aste.

Paul Barlow, Tom Hardwick-Allan, Rebecca Halliwell Sutton, Shahpour Pouvan, Yelena Popova, Hiraki Sawa, Solveig Settemsdal, Min Woo Nam. Curated by Maria Hinel. Shtager&Shch, 2023
In futuro terrò d’occhio i dipinti di Paul Barlow e Vitaly Pushnitsky per la loro capacità di innovare il linguaggio visivo astratto, gli oggetti di Lana Lock e Tom Allan, le sculture di Rebecca Halliwell-Sutton e Kirill Basalaev e le opere tessili di Yelena Popova e Maria Arendt. (fig. 5).
Mi considero prima di tutto una gallerista e curatrice, e solo successivamente una collezionista visionaria: in un modo o nell’altro, i nostri piccoli sforzi influenzano il mondo dell’arte, lasciando un segno culturale.
Passione per l’arte e investimento possono coincidere nelle scelte di un collezionista?
Il piacere più grande che provo nasce dal processo stesso di scoperta di un artista. Un discorso completamente diverso è acquistare esclusivamente per speculazione. È sempre possibile individuare opportunità di investimento, soprattutto durante le crisi economiche, ma è necessario possedere una conoscenza molto ampia per costruire quello che potremmo definire un “portafoglio di investimento”. Tuttavia, io credo che i collezionisti dovrebbero concentrarsi sull’apprezzamento dell’arte per il suo valore culturale ed estetico, piuttosto che considerarla esclusivamente come investimento. Le migliori collezioni sono nate proprio in questo modo.
C’è, o dovrebbe esserci, un comportamento etico nella scelta di ciò che si colleziona?
Credo che il collezionismo debba essere etico. La sostenibilità e la provenienza delle opere d’arte sono sempre più importanti. Oggi i collezionisti dovrebbero anche informarsi sui materiali utilizzati, sull’impatto ambientale di spedizioni ed esposizioni e sulla giusta remunerazione degli artisti e degli eredi in caso di rivendita. La legge approvata in Francia in tal senso merita di essere rispettata. Considero inoltre etica anche la possibilità di limitare la rivendita delle opere da parte dei collezionisti prima di una scadenza stabilita dalla galleria, solitamente tra i tre e i cinque anni.

Riconosce delle mode nel collezionismo d’arte inglese?
Direi che l’arte astratta è rimasta costantemente di moda e molto commerciabile nel Regno Unito. Questa tendenza nasce negli anni Sessanta, quando una scuola di design molto forte a Londra ha esteso la propria influenza. Esiste inoltre un mercato stabile e solido per le stampe.
Gli Young British Artists (YBA), il gruppo di artisti che ha iniziato a esporre insieme a Londra nel 1988, continuano a essere molto apprezzati, così come il movimento della New British Sculpture, un gruppo di scultori attivi a Londra dall’inizio degli anni Ottanta.
Dopo la pandemia si è registrato un notevole aumento dell’interesse internazionale per la pittura figurativa, in particolare dopo la Biennale di Venezia “Il latte dei sogni”, che ha evidenziato il surrealismo come linguaggio artistico non esclusivamente maschile.
Quali sono, invece, le tendenze a livello internazionale?
Dieci anni fa, quando partecipai alla Biennale di Venezia, tutto ruotava intorno ai media, all’arte e alle tecnologie. I temi della Biennale sono cambiati radicalmente negli ultimi cinque o sei anni. Oggi vediamo un ritorno alla pittura a olio su tela, al surrealismo e una forte attenzione verso artisti provenienti dai Paesi del Sud del Mondo finora sottorappresentati.
Il mercato dell’arte è diventato un’arena globale di investimento, in cui i collezionisti cercano opere apprezzabili a livello internazionale. Le grandi case d’asta operano ormai su scala globale, influenzando tendenze e prezzi nei diversi mercati. Le fiere internazionali e le Biennali facilitano il networking e la visibilità di artisti e collezionisti, rendendo la comunità artistica globale sempre più interconnessa.
L’ultima edizione di Art Basel a Miami era fortemente focalizzata sull’arte messicana. Tra tre mesi mi recherò a Hong Kong per scoprire la cultura asiatica con il London Art Club, una realtà che ho fondato nel 2016 per educare appassionati e collezionisti attraverso viaggi internazionali.
Come ha reagito alle nuove opportunità e sfide dell’era digitale?
Innanzitutto, l’era digitale rende le informazioni sugli artisti sempre più accessibili, rendendo l’autoformazione più semplice. L’aspetto positivo è che i prezzi stanno diventando sempre più trasparenti, riducendo le possibilità di manipolazione. Quello negativo, invece, che gli artisti supportati da una gestione particolarmente efficace nella comunicazione digitale tendono a ottenere rapidamente visibilità, rafforzando il loro posizionamento sul mercato, una dinamica che non è sempre oggettiva.
Nelle opere d’arte, percepisco tutto ciò che è digitale come un medium, un metodo che l’artista utilizza per creare un’opera, proprio come in passato la pittura o la tela. Decido solo sulla base della mia esperienza e della mia intelligenza visiva, se si tratta di un’opera d’arte oppure no.
Ogni collezione contribuisce alla preservazione del nostro patrimonio culturale. Se Marina Shtager incarna la figura del gallerista-collezionista, europeo che costruisce ponti tra culture e linguaggi artistici da Est ad Ovest, nella prossima intervista Matthias Arndt, art advisor con trent’anni di esperienza nel mercato dell’arte, ci racconterà come ha trasformato il suo innamoramento per l’arte in una collezione di oltre 350 opere, che vanno dall’Aboriginal art australiana ai maestri della contemporaneità internazionale. La sua storia ci trasporterà in una dimensione transnazionale che abbraccia più continenti.


