Dai Visconti-Sforza a Jodorowsky: la lunga storia dei tarocchi tra arte, gioco ed esoterismo in una mostra a Bergamo

Molte città nel corso dei secoli hanno cercato di contendersi la paternità dei tarocchi, soprattutto grandi centri del Nord e del Centro Italia in cui tra il Medioevo e il Rinascimento le carte si intrecciarono alla vita delle corti, all’arte e alla cultura del tempo, località come Bologna, Firenze, Ferrara e Milano. Di certo c’è che da Milano provengono i tarocchi più antichi e preziosi arrivati fino a noi: carte raffinate, realizzate da esperti miniaturisti e orefici, per le corti dei Visconti e degli Sforza

La mostra “Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna” ha come pezzo forte il celebre Mazzo Colleoni, chiamato così dal nome del suo ultimo proprietario. Normalmente diviso tra Accademia Carrara, la Morgan Library & Museum e una collezione privata, è il più famoso e completo tra i mazzi Visconti-Sforza: sono infatti sopravvissute ben 74 carte su 78.

Il mazzo fu commissionato da Francesco Sforza in occasione delle nozze con Bianca Maria Visconti nel 1441 e realizzato nella bottega di Bonifacio Bembo. Alcune carte sembrano però attribuibili a un secondo intervento artistico successivo, oggi ricondotto, senza certezza, ad Antonio Cicognara. Ma l’esposizione a Bergamo non si limita a offrire ai visitatori la possibilità di ammirare questo straordinario tesoro antico; è l’occasione per indagare in profondità la storia dei tarocchi, inizialmente chiamati “Trionfi”, e il modo in cui essi si siano intrecciati al tessuto sociale e culturale europeo.

Le carte da gioco arrivano in Europa dall’Oriente, passando per l’Egitto, intorno alla metà del Trecento, ma parlare di tarocchi significa intrecciare non solo la storia del gioco, ma anche quella dell’arte e, inaspettatamente, della letteratura. È infatti da un poema allegorico in volgare – ispirato da un sogno –e scritto da Francesco Petrarca a metà Trecento, I Trionfi, che derivano molte delle suggestioni destinate a segnare l’immaginario dei tarocchi.

Pur rimasta incompiuta, l’opera ebbe un enorme impatto e vari artisti iniziarono a rappresentare la successione dei trionfi petrarcheschi (Amore, Pudicizia, Morte, Fama, Tempo ed Eternità) trasformando questi temi simbolici e universali in immagini. Nascono così le suggestioni che, fuse con l’abitudine di intrattenersi a corte attraverso il gioco, finiscono per dare vita ai Trionfi come quelli sforzeschi.

Row of illustrated tarot-style cards with people in period clothing, displayed in a glass case in a museum setting.

Intorno al 1450, con il perfezionamento della stampa a caratteri mobili grazie a Johannes Gutenberg, la produzione dei giochi di carte diventa più rapida, economica e riproducibile. Questo cambia profondamente la circolazione delle carte, che progressivamente si svincolano dalla dimensione esclusivamente cortese per entrare in circuiti più ampi e quotidiani. Anche le immagini si trasformano: si semplificano e iniziano a seguire modelli ripetibili. Mentre il nome “Trionfi” lascia progressivamente spazio a quello di “Tarocchi”, a partire dal Cinquecento, Francia e Italia diventano i principali centri della loro evoluzione storica. In Italia, già nel 1491 compaiono i Tarocchi Sola Busca, caratterizzati da un linguaggio cromatico atipico rispetto alla tradizione precedente. Sempre in ambito italiano, si sviluppano varianti locali; a Bologna, ad esempio, si afferma il gioco dei Tarocchini, una forma autonoma che avrà lunga continuità.

In Francia si ricordano invece i mazzi attribuiti a Catellin Geofroy, provenienti da Lione (1557), e i tarocchi parigini di Jean Noblet (1659), fino ad arrivare ai famosi Tarocchi di Marsiglia: questi si affermano tra Seicento e Settecento mantenendo radici nelle iconografie dei mazzi viscontei del Quattrocento.

La loro fisionomia visiva è il risultato di questo processo di standardizzazione: incisioni nette, campiture di colore essenziali, una forte riconoscibilità e semplificazione dei simboli. È proprio questa stabilità iconografica a renderli un punto di riferimento fondamentale, fissando un repertorio di immagini che continuerà a essere rielaborato nei secoli successivi. 

È difficile, con gli occhi del presente, immaginare un’epoca in cui mancavano gli stimoli visivi a cui siamo oggi abituati, e cogliere davvero l’impatto di queste piccole opere d’arte tascabili, in miniatura e potenzialmente alla portata di tutti, dal ricco al povero. Inevitabilmente, intellettuali, studiosi, alchimisti e appassionati di vario genere iniziano a interessarsi alla loro storia e al loro significato. 

È un colpo di scena inatteso a segnare un passaggio decisivo nell’evoluzione dei tarocchi: la pubblicazione degli studi di Antoine Court de Gébelin e Jean-Baptiste Alliette (Etteilla), nei quali si ipotizza, senza alcun fondamento storico, un’origine che risalirebbe all’Antico Egitto, collegando le carte al leggendario Libro di Thot, testo mitico attribuito alla sapienza sacerdotale egizia.

Pur priva di riscontri concreti, questa teoria conquista rapidamente l’immaginario collettivo, e da quel momento il gioco dei tarocchi si intreccia sempre più profondamente con l’esoterismo e le letture simboliche. Non è strano che anche il tema dei Tarocchi venga dunque coinvolto, tra Otto e primo Novecento, in quell’alta marea dell’occulto che vede sorgere numerosi gruppi magici e una quantità di speculazioni ermetiche. In questo clima culturale si inserisce il Rider-Waite Tarot, illustrato da Pamela Colman Smith: un mazzo destinato a diventare centrale nella tradizione moderna dei tarocchi, il più conosciuto nel mondo anglosassone.

Il suo stile grafico risente del gusto simbolista e del linguaggio romantico dei Preraffaelliti, con figure solenni, in particolare quelle femminili. In questo modo, i tarocchi compiono definitivamente il passaggio da semplice gioco di carte a strumento di interpretazione simbolica e ricerca esoterica.

Nel pieno del Novecento, a interessarsi ai tarocchi sono soprattutto le avanguardie artistiche e una galassia di intellettuali ed esoteristi, tra cui figure come Aleister Crowley. In particolare, i surrealisti vedono nei tarocchi uno strumento capace di aprire accessi all’inconscio e a una dimensione “altra” dell’immaginazione, in linea con la loro ricerca creativa. André Breton, fondatore del movimento surrealista, nel 1945 scrive Arcano 17, confermando questo interesse per le forme di indagine anti-razionale. 

Row of antique illustrated cards with medieval figures spread out on a dark table.

Sul piano teorico e psicologico, le riflessioni di Carl Gustav Jung e i suoi studi sull’inconscio collettivo e sugli archetipi portano lo psicoanalista a interpretare i tarocchi come un sistema simbolico in grado di dare forma a dinamiche profonde della psiche umana. In questa prospettiva, le carte non sono più soltanto un gioco o strumento divinatorio, ma un linguaggio universale di immagini interiori.

A questa lettura simbolica si avvicina, in tempi più recenti, anche Alejandro Jodorowsky, che ha dedicato ai tarocchi una lunga ricerca interpretativa e artistica, considerandoli un dispositivo di conoscenza psicologica e di trasformazione individuale. 

Il successo della mostra all’Accademia Carrara, che ospita esemplari dei mazzi storici citati, conferma che il lessico dei tarocchi è ancora potentissimo, probabilmente immortale, e destinato a mutare ulteriormente insieme alla società.

Se volessimo concludere questa indagine banalizzando all’estremo, potremmo dire che dall’Italia deriva la radice nobile del gioco dei tarocchi, specchio delle corti, alla Francia va il merito della sua democratizzazione, ai paesi anglosassoni la sistematizzazione dei tarocchi come strumento di indagine dell’occulto, dove il termine “occulto” rappresenta anche i lati nascosti del nostro inconscio.Ma finirebbe col suonare scorretto. Sia perché questi aspetti sono molto più ibridati nelle diverse tradizioni nazionali. Sia, a maggior ragione, perché una delle grandezze di questo “gioco” – come spesso accade a ciò che è ludico ma, in fondo, anche alla magia – non è soltanto di svelare ciò che è nascosto, forse solo dai nostri tabù: e i Tarocchi finiscono ormai col non appartenere in modo esclusivo a nessuna terra (al netto di aspetti formali legati alle singole culture di produzione dei mazzi) ma piuttosto all’umanità tutta, come tutto ciò che è profondo, archetipico e, semplicemente, umano.

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Sara Picardi
Sara Picardi
Sono nata a Napoli negli anni Ottanta e ho sempre avuto una passione profonda per l’arte in tutte le sue forme, così come per tutto ciò che si nasconde nelle profondità, oltre la superficie. Collaboro come consulente con l’Università Federico II di Napoli nel progetto Federica Web Learning come Graphic Designer. Parallelamente alla mia carriera di Visual Designer, ho coltivato negli anni la passione per la scrittura e sono una giornalista pubblicista freelance. Nel tempo libero suono il basso, scrivo poesie e mi perdo nella contemplazione della bellezza della natura e della vita.

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