Intitolata “Cutting Through the Past” la retrospettiva appena inaugurata non è solamente il primo toccante omaggio all’arte visionaria di Rebecca Horn dopo la sua recente scomparsa, ma è anche la prima ad essere realizzata in un’istituzione museale pubblica italiana: il Castello di Rivoli. Questa importante retrospettiva è ospitata nella suggestiva cornice della Manica Lunga del Castello; curata da Marcella Beccaria, è stata realizzata in collaborazione con l’Haus der Kunst di Monaco di Baviera, dove si è tenuta l’ultima personale dell’artista poco prima della sua scomparsa nel 2024.
La mostra riunisce per la prima volta un ampio corpus di lavori appartenenti alla produzione della Horn, offrendo un percorso espositivo che abbraccia oltre cinquant’anni di carriera dell’artista, anche grazie a prestiti eccezionali provenienti dalla Fondazione Moontower, avviata da lei stessa in Germania, dove è cresciuta.

Rebecca Horn
Piccoli spiriti blu (Little Blue Spirits), 1999
Torino, chiesa di Santa Maria del Monte, Monte dei Cappuccini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, CRRI – Centro di Ricerca del Castello di Rivoli, Archivio / Archive Paolo Pellion di Persano, Donazione Eredi / Gift Heirs
Foto / Photo Paolo Pellion di Persano
© REBECCA HORN, by SIAE 2025
Rebecca Horn ha sempre avuto un rapporto privilegiato con Torino e con il Castello di Rivoli, si pensi ai “Piccoli spiriti blu”, le sue luci d’artista, e alla sua presenza alla mostra inaugurale del Castello nel 1984. Inoltre in occasione di questa esposizione è stato reso nuovamente fruibile al pubblico un disegno realizzato dall’artista su un muro al secondo piano del museo.
Il titolo dell’esposizione ricalca quello di una sua suggestiva opera che fa parte della collezione permanente del Castello di Rivoli. “Cutting Through the Past” (1992-1993) è una grande installazione composta da cinque porte di legno posizionate in cerchio con al centro un’asta metallica, questa compie un movimento rotatorio che scalfisce a poco a poco, ma ogni volta più in profondità, il legno delle porte. L’installazione è l’esempio paradigmatico della ricerca della Horn, c’è in essa un senso d’ inquietudine dovuto al gesto ripetitivo dell’asta metallica che fende, non solo fisicamente, lo spazio intimo rappresentato dall’immagine domestica delle porte. Tra le opere dell’artista in collezione al Castello di Rivoli, si segnalano anche il film Der Eintänzer (Il gigolò, 1978) e l’installazione Miroir du Lac (Specchio del lago, 2004).
Anticipatrice del pensiero contemporaneo, Horn ha fatto emergere attraverso le sue opere i comportamenti e le emozioni nati dall’interazione tra l’essere umano e la tecnologia. La sua ricerca ha spaziato dal disegno alla performance, dal video al cinema, fino alle installazioni e, in particolare, alle macchine cinetiche. L’insieme delle sue opere ha dato vita a un universo performativo e ipnotico, seducente e inquietante, da cui emergono i desideri, le ossessioni e le speranze che caratterizzano la nostra epoca.

Rebecca Horn
Cutting Through the Past (Tagliando attraverso il passato), 1992-93
5 porte, asta in metallo, motore / 5 doors, metal shaft, motor
220 x 307 x 306 cm
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
Donazione / Gift Fondazione Marco Rivetti
Foto / Photo Renato Ghiazza
© REBECCA HORN, by SIAE 2025
Le sue opere, nate tra la Germania del dopoguerra e la scena internazionale, hanno anticipato le grandi domande del nostro tempo e in particolare la riflessione su cosa significhi essere umani nell’era della tecnica.
Quest’artista visionaria è stata infatti una pioniera nell’intrecciare corpo, macchina e memoria in un dialogo che oggi appare più attuale che mai. Un aspetto che emerge chiaramente nella serie dei Bodylandscapes, disegni pittorici di grande formato che nascono dal processo performativo mettendo in collegamento il suo mondo interiore e la sua energia emotiva con l’ambiente esterno, attraverso segni e impulsi che evocano paesaggi.
Il percorso espositivo si apre con una delle sue celebri macchine cinetiche, la Pfauenmaschine, l’iconica “Macchina pavone” creata per Documenta 7 nel 1982 a Kassel. Un pavone spalanca le sue piume metalliche, si apre e si chiude ritmicamente mentre suoni e luci si intrecciano in un teatro ipnotico, è l’universo di Rebecca Horn che prende vita. Questa scultura cinetica affascina i visitatori creando un’ipnotica danza meccanica che imita il corteggiamento del pavone.

Lungo il percorso ci si imbatte in altre installazioni che stimolano i nostri sensi: dalla monumentale “Inferno” alla Turm der Namenlosen (Torre dei senza nome, 1994), commovente memoriale ispirato ai rifugiati della guerra nei Balcani degli anni ’90 che suonavano i violini per ricordare la loro patria perduta, fino a Concert for Anarchy (2006) e alla più recente Hauchkörper (Corpo che respira, 2017) dove il respiro sembra animare il metallo.
Queste opere creano un “teatro performativo” che coinvolge lo spettatore sia emotivamente che intellettualmente. La più intensa è certamente Concert for Anarchy, dove un pianoforte capovolto “esplode” periodicamente aprendo la sua tastiera verso il pubblico in un gesto drammatico e inaspettato. Ogni volta che l’apparente immobilità dell’opera viene interrotta dal movimento improvviso dei tasti che fuoriescono dal pianoforte come una lingua, il pubblico rimane visibilmente sorpreso.
Nella sezione centrale della mostra ci si può immergere nelle performance degli esordi della Horn grazie a video storici realizzati in Super8, recentemente digitalizzati e proiettati su grande scala: Performances I, Performances II e Berlin. Queste performance, realizzate tra il 1970 e il 1975, sono state rivoluzionarie per l’epoca, anticipando temi come il transumanesimo e il corpo aumentato. Esse mostrano la Horn con indosso estensioni corporee surreali, come enormi corna, ali o piume. L’artista tedesca è stata infatti un’antesignana nell’utilizzo di protesi e nella riflessione sulle mutazioni corporee, esponendo la materialità del corpo all’impatto di protesi e altri futuribili innesti (corpo mutante).

Prolungamenti e innesti come Körperfächer, Handschuhfinger e Federfinger del 1972-73, raccolti e documentati in Performance I e Performance II, nacquero in lei dopo essere stata costretta a un anno di sanatorio, un lungo periodo di degenza ospedaliera dovuto a una malattia contratta lavorando la fibra di vetro. Questa immobilità forzata la costrinse a riflettere sul tema dell’isolamento e della vulnerabilità, uno spunto dolorosamente autobiografico che la portò a realizzare diverse azioni che esploravano l’uso di “estensioni corporee”: vere e proprie sculture realizzate in legno, metallo e tessuto, assicurate direttamente sulle braccia o sulle spalle.
Tali dispositivi suggerivano interessanti i riferimenti iconografici dal molteplice significato mantenendo un rapporto con la tradizione storica e mitologica, come il mito di Icaro o di Apollo e Dafne, ma anche con la tradizione surrealista novecentesca. Le appendici corporee della Horn costituirono una vera sfida all’identificazione del corpo femminile negli anni ’70. La sua gesticolazione lenta e ipnotica, messa in evidenza dalla ripresa ravvicinata e dall’eliminazione d’ogni dettaglio circostante, era al tempo stesso una allusione alle qualità plastiche degli oggetti e all’ambiguità funzionale del corpo così modificato.
Grazie a questo raffinato equilibrio performativo tra «sculture corporee» e immersione panica nella natura, la Horn giungeva così alla fusione tra l’antichità del mito e l’esperienza individuale a lei contemporanea.


