Dal Giudizio Universale al gesto collettivo: Jorge R. Pombo e la pittura come atto civile

Con il progetto Giudizio Universale, esposto dal 27 giugno al 18 settembre 2025 nello Spazio Cattedrale della Fabbrica del Vapore di Milano e curato da Vera Agosti e Matteo Pacini, Jorge R. Pombo affronta una delle immagini più dense della tradizione occidentale, restituendole una forza nuova attraverso la pittura contemporanea. Ricostruito in scala 1:1, il grande affresco michelangiolesco diventa per l’artista catalano un terreno fertile per riflettere sul concetto di permanenza, memoria e trasformazione.

Ma è anche un campo di azione concreta, in cui il processo creativo si intreccia con una dimensione sociale: Pombo sceglie di coinvolgere nel suo lavoro persone segnalate da Caritas e servizi sociali, offrendo loro un’opportunità lavorativa e una partecipazione diretta a un’opera che parla di salvezza, corpo, caduta e rinascita. La pittura, per Pombo, è un linguaggio che non separa, ma unisce: attraversa i secoli, disinnesca le barriere tra arte alta e vissuto quotidiano, tra individuale e collettivo.

In questa intervista, l’artista racconta le motivazioni che lo hanno condotto a questo progetto, il legame profondo con Michelangelo e l’arte del passato, il valore simbolico della dissolvenza come gesto creativo, e l’urgenza di restituire alla pittura una funzione umana, etica e condivisa.

Stai ricostruendo il Giudizio Universale di Michelangelo in scala 1:1, un’impresa notevole. Qual è il significato di questa tua scelta, quali passioni ti hanno portato ad intraprendere il percorso con il Giudizio?

Nel mio passato e ancora oggi, studio tanto. Studio Michelangelo, ma anche Sigmar Polke, Gerhard Richter, Goya, Turner. A me piace la vera pittura, però mi piacciono anche tanti altri artisti che non sono solo pittori. Quello che faccio è leggere pittura e immagini, per me non c’è un passato e un presente o un prima e un dopo: tendo ad interpretare la qualità, e in Michelangelo c’è molta qualità.

Nella Cappella Sistina sono intervenuti tanti artisti – come Perugino –pittore che trovo interessantissimo, ma che non ha per me la stessa forza del lavoro svolto da Michelangelo. Quando guardo ad un periodo come il Rinascimento, io non vedo un passato, lo collego più ad un concetto di radioattività. È radioattivo, cioè permane nel tempo. Per me l’arte quando ha qualità ha la forza di rimanere attiva e influente per secoli. Il primo amore è per l’immagine, per la dimensione plastica e man mano che ci lavoro entro nell’opera e approfondisco.

Qual è il significato simbolico del gesto della dissolvenza che utilizzi per questo tuo lavoro di ricostruzione?

Spesso dico che ho un piede in America e uno in Europa. Ho investito cinque anni della mia vita a New York, dal 2010 al 2015, percorso che mi ha portato in Italia alla mostra nel Duomo di Milano nel 2016. Quei cinque anni mi hanno aperto il mondo. Prima di andarci sapevo perfettamente chi era Pollock, conoscevo tutti gli artisti collegati alla cultura americana ma quando sono arrivato mi ha aiutato parlare con i cittadini americani, chiedere a loro, leggere tanto. Ho letto molto Donald Judd, Barnett Newman – teorico che trovo straordinario e brillante, al di là della pittura.

Loro mi hanno dato le chiavi per leggere l’arte americana e per sviluppare la parte astratta del mio lavoro. Senza Jackson Pollock, certamente, i miei lavori non esisterebbero. Con la dissolvenza cerco di non controllare, un approccio tipicamente americano. Nel mio procedimento, inizio da una base quasi figurativa: sdraio la tela, la ricopro di litri di solvente, poi la sollevo da diversi punti lasciando che la pittura si sciolga da sola. È il gesto a prendere forma, senza che io lo conduca direttamente e lo faccio perché mi piace che la natura abbia la sua capacità comunicativa e non tutto sia sotto il mio controllo.

Dopo New York, hai scelto Reggio Emilia come sede della tua casa studio. In che modo un contesto storico così artisticamente ricco come quello italiano influisce sulla tua ricerca? Che idea ti sei fatto dell’Italia oggi, dal punto di vista artistico e culturale?

Dopo cinque anni a New York volevo andarmene, ero abbastanza stanco. Volevo un periodo italiano nella mia vita, assolutamente: sono un difensore del Grand Tour. Mi era arrivata un’offerta, per organizzare una mostra, dalla fabbrica del Duomo di Milano nel 2015, anno dell’Expo. La città di Milano si apriva all’arte contemporanea e aveva in cantiere due/tre progetti, tra cui il mio. Scelsi Reggio Emilia perché volevo una città piccola, un contesto decisamente più raccolto rispetto al caos newyorkese e anche per la sua posizione strategica: è vicina a Milano e a tante altre zone italiane, come Verona, Venezia, Mantova.

Io credo che la forza dell’Italia sono gli italiani. È un paese straordinariamente diverso. Nord e Sud totalmente differenti, il centro di Milano è diverso dal centro di Vicenza, Vicenza con Verona, Verona con Padova. Mi sono trovato un paese con una mentalità molto aperta e flessibile. C’è un rapporto di amore, impegno, quasi di femminilità verso la cura della bellezza. In Spagna non si ragiona così, mentre in Italia l’arte fa parte della vita, in Spagna è percepita come un lusso esclusivo. Ho inoltre un bel rapporto con alcuni americani che curano Save Venice, organizzazione no-profit che si impegna a preservare il patrimonio artistico di Venezia. Non è una critica, ma mobilitarsi per raccogliere soldi per salvare il patrimonio di un altro Paese è un’azione che un italiano difficilmente farebbe, ma anche uno spagnolo.

Sulla parte imprenditoriale l’Italia invece sa come muoversi. A Reggio Emilia ho conosciuto i Maramotti, e chi sostiene gli artisti è importante quanto l’artista stesso. Artisti bravi ci sono anche in Senegal, ma ci vuole un tessuto di persone che ci creda e ti dia i mezzi.

Il tuo progetto parla al plurale. Hai voluto stringerti intorno un gruppo di persone segnalate da Caritas e servizi sociali che, dotate di regolare contratto, hanno lavorato alla realizzazione del dipinto. Cosa hai visto nei loro occhi, e quanta differenza farebbe coinvolgerli più spesso in questi progetti?

Alla Fabbrica del Vapore è allestito un pezzo di studio per me. Dal 10 agosto, tutte le domeniche del mese, si dipingerà di giorno e si starà insieme. ILe performance saranno aperte al pubblico e i miei assistenti per questa nuova esperienza saranno gli invisibili di Milano. Ho avuto un ragazzo a Reggio, Raymond, che durante il periodo estivo – anno 2023 – aveva difficoltà nel tornare a casa, e il giudice gli voleva rifiutare la richiesta di permesso di soggiorno per ritornare. A dicembre, riuscì a portare delle prove che testimoniavano che lui stava lavorando con me al Giudizio e a farsi approvare la richiesta dal giudice. In questo caso l’arte è servita a dare un’opportunità a chi, in quel momento, aveva bisogno di aiuto.

Un giorno tutta la mia Cappella Sistina sfumata sarà completa e ospitata fissa in un posto, di cui ancora non c’è nulla di definito essendo troppo presto. A Villa da Porto Barbaran nel Montorso Vicentino – sede della mia prima mostra – venne esposto solo il Giudizio Universale. La seconda, attualmente in corso alla Fabbrica del Vapore, conta il Giudizio Universale e sette nuove parti. La prossima mostra ne comprenderà dodici, oltre al Giudizio. Non so ancora dove.

La motivazione che mi aiuta a lavorare a questo attuale progetto e insieme a determinati gruppi di persone, è il ricordarmi che tanti di noi vivono con dietro una famiglia, un sostegno pronto ad esserci al minimo errore. Ricordare la fortuna che si ha. E invece i ragazzi che lavorano con me questo supporto non ce l’hanno. Il mio sogno è che, una volta terminato e allestito, chiunque – che venga da Verona, da Milano o altrove – verrà a vederlo potrà riconoscere che il progetto è stato costruito non solo da me, ma dalle mani di persone considerate “invisibili” capaci però di generare bellezza. 

2 Commenti

  1. Immenso lavoro creativo, artistico e filantropico: una volta ancora l’artista Pombo ha dimostrato come in una stessa opera di arte possano coesistere il passato (ammirazione e omaggio dei/ai capolavori rinascimentali), il presente (arte liberamente astratta) e il futuro (le persone, la società… l’umanità).
    Grazie Jorge

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